di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Nel 1960 il professor Nino Lamboglia pubblicava sulla Rivista di Studi Liguri un primo studio preliminare sull’eccezionale scoperta avvenuta a Chiavari.
Nel primo saggio di studi archeologici pubblicato sul tema si focalizzava subito il valore del ritrovamento. Scriveva Lamboglia: “L’anno 1959 segna una data memorabile nella conoscenza della protostoria ligure. In pieno centro della città di Chiavari, e in una zona finora vergine e non sospetta di ritrovamenti anteriori al Medioevo, è venuta in luce, per un felice caso, la più ricca ed estesa necropoli della prima età del Ferro che finora si conosca nelle Riviere liguri, ed è anche la più antica. È stato possibile scavarla con più assoluto rigore, rilevarne tutte le caratteristiche e ricuperarla per intero”.
Dopo quella prima pubblicazione altri volumi seguirono ad illustrare i risultati delle diverse campagne di scavo; nel 1970 compariva negli atti della Società Economica, a cura di Paola Zucchi, assistente del prof. Lamboglia, il primo testo divulgativo che confermava pienamente il valore storico culturale dell’insediamento.
Grazie a diversi attenti osservatori, fra tutti è d’obbligo citare Renato Lagomarsino, il 18 aprile 1964 si poté giungere ad una prima esposizione del materiale ritrovato in un locale sito in via Vittorio Veneto.
Un ulteriore passo avanti sulla valorizzazione dei reperti si compie nel luglio del 1974, durante l’amministrazione del sindaco ammiraglio Luigi Gatti, quando si inaugurò il primo lotto del museo all’interno del Palazzo Rocca. Qui è bene soffermarsi per sottolineare un passaggio: Gatti diede all’architetto Claudio Montagni il compito di realizzare un progetto complessivo, la creazione di uno spazio che potesse comprendere l’allestimento complessivo dell’intera necropoli. Il progettista disegnò il recupero dell’intero piano terra e della zona est detta “Priario”, dove concepì uno spazio ipogeo nell’immediato del palazzo. In quell’occasione si sottolineava che la musealizzazione doveva prevedere il montaggio dell’impianto del monumento, con i recinti e le tombe conservate. In quell’occasione si diede vita ad un comitato consigliare per coordinare le azioni tra Comune e Soprintendenza e gestire al meglio l’intera operazione. In questa situazione si compì un lavoro sui singoli reperti, comprendente il totale riordino dei materiali di scavo, i diari, la documentazione fotografica e grafica, un primo restauro delle lastre litiche e dei manufatti, tutti atti preziosi per la conservazione dell’intero patrimonio.
Una data che richiama il valore della necropoli è l’evento internazionale in occasione di Genova Capitale Europea della Cultura, nel 2004. Tra gli eventi previsti si organizzò la grande mostra in Palazzo della Commenda dedicata a “I Liguri. Un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo”. Nei saloni si potevano ammirare i reperti più significativi della presenza dei Liguri nel territorio indicato, e la necropoli di Chiavari vi figurava con notevole preminenza. In questa occasione diversi curatori e studiosi specialisti non hanno mancato di sottolineare quanto il valore archeologico di Chiavari sia risultato determinante per comprendere le problematiche specifiche della protostoria; il professor Raffaele de Marinis ribadì che “Chiavari rimane l’unica fonte importante per questo periodo”.
Sempre rileggendo la ricca documentazione dal catalogo della mostra, troviamo un altro passaggio determinante nel saggio di Giovanni Leonardi e Silvia Paltineri: “La necropoli di Chiavari è un contesto indispensabile per lo studio della prima età del Ferro”.
In un ampio salone dell’esposizione figuravano una serie di recinti funebri, tombe e corredi, in un allestimento che confermava il valore del monumento rilevato a Chiavari nel 1959. La necropoli acquisiva una nuova rilevanza, si reperirono quindi alcuni fondi ed uno spazio presso il museo del Chiapparino a Cicagna: era l’occasione per poter rimontare parte di quei preziosi recinti. Purtroppo quell’esposizione durò ben poco. L’allestimento fu smontato e le cassette litiche ricomposte in una sorte di “libreria scaffale” dove tuttora sono conservate. Poi fu la volta di un ampio dibattito in occasione delle elezioni comunali del 2012, quando la valorizzazione della necropoli diventò riferimento programmatico.
Ancora successivamente, durante l’amministrazione Di Capua, si previde il rimontaggio parziale nel Palazzo della Cittadella. Tale proposta venne contrastata con diverse prese di posizione, in particolare per l’inadeguatezza dell’edificio ad ospitare la ricomposizione dei recinti e delle tombe.
A questo punto è bene rammentare che le centoventisei tombe scavate si caratterizzavano con la tipologia tipica di questo genere di deposizioni: le cassette litiche. Si tratta di un perimetro di lastre che potevano avere diverse dimensioni e contenere più di una deposizione, con un coperchio di chiusura a sormontare le sottostanti lastre posizionate in modo quadrangolare. Il corredo si diversificava per appartenenza di genere: le deposizioni maschili contenevano armi, asce e coltelli, rasoio, borchie e suppellettili per la vestizione; il corredo femminile si caratterizzava per la presenza di fusaiole, armille, fibule, anelli paradita e orecchini. Questa ricostruzione, lontana ben sessantasette anni, ci richiede una considerazione e ci pone una precisa domanda: perché un bene culturale così grande non ha trovato la dovuta considerazione?
Penso che in ogni città debba risiedere una comunità patrimoniale, un consistente gruppo di cittadini capaci, insieme, di accendere luci ed avviare riflessioni sulle grandi valenze create dai beni comuni. La necropoli di Chiavari, il cinema-teatro Cantero, il destino della Cittadella ci appaiono come esempi concreti dell’incapacità a mantenere, a valorizzare, a recuperare beni che attendono da anni un riuso, una progettualità capace di creare valore al territorio tutto.
Oggi la comunità patrimoniale non riesce in questo compito, prevalgono il disinteresse e l’abbandono. La necropoli di Chiavari dorme sonni profondi da decenni, le sue cassette litiche sono scomposte in tanti ripiani in un magazzino in Fontanabuona, il Comune ne paga l’affitto da anni e nessuno riesce a restituire alla comunità questo grande bene culturale. Forse coloro che dovrebbero svolgere questo compito vedono solo un ordinato deposito di pietre e non comprendono che quelle pietre sono la rappresentazione del popolo Ligure, un antico popolo europeo.
(* storico e studioso delle tradizioni locali)