di ANTONIO GOZZI
In tema di geopolitica, ci troviamo a vivere uno dei momenti più difficili e complessi degli ultimi anni per lettura strategica, per decisioni da prendere, per alleanze da ridefinire.
Il combinato disposto dell’emergere sempre più forte di un asse antioccidentale fatto da Cina, Russia, Iran, Corea del Nord ed altri stati “canaglia” tipo Venezuela; della presidenza Trump e delle sue prove di forza, realizzate o minacciate, fuori dagli schemi che per molti anni hanno caratterizzato la politica estera statunitense; dei ritardi economici e della debolezza geopolitica dell’Europa, tutto ciò fa sì che gli interrogativi che ci stanno davanti siano enormi e angoscianti.
Oggi, in una situazione sempre più turbolenta, interessi strategici, interessi economici, indipendenza e autonomia dei singoli Stati sono la chiave di lettura delle vicende del mondo.
Energia, materie prime, intelligenza artificiale determinano e determineranno sempre di più queste vicende, e lo scontro tra le grandi aree economiche del mondo per il loro controllo rimetterà in discussione gli equilibri globali, rendendo il multilateralismo e i principi del diritto internazionale via via più astratti.
Oggi da parte di molti si grida alla violazione delle regole dello stato di diritto, ad esempio per il caso Maduro. In Italia, in sparuti cortei di protesta della sinistra estrema contro l’azione americana, cui purtroppo partecipa anche il segretario generale della CGIL, si condanna il rinascente “imperialismo americano”.
Nessuno però ha fatto cortei o manifestazioni di massa dopo l’invasione russa dell’Ucraina o dopo il 7 ottobre.
Come dice giustamente Giuliano Ferrara, sostenere che la cultura del diritto internazionale, protetta dallo schermo della guerra fredda, abbia generato pace, ordine e giustizia prima e dopo la caduta del muro di Berlino, prima e dopo l’attacco alle torri gemelle, è una pietosa bugia.
Astrattamente da quel modello non si può prescindere; ma se esso diventa lo scudo di Hamas o di Maduro o del bestiale regime oppressivo dei preti di Teheran o del neo-imperialismo russo dobbiamo continuare ad invocarlo?
Contro Hitler e il nazifascismo aveva senso invocare il diritto internazionale?
E anche l’Europa, che sovente fa del rispetto delle regole del diritto internazionale il suo brand esclusivo e la fonte del suo inutile senso di superiorità, solo pochi anni fa non ha detto una parola e non è stata in grado di evitare che caccia francesi e inglesi bombardassero Tripoli e la Libia fino alla caduta e all’uccisione di Gheddafi.
Oggi occorre invece fare un grande sforzo di realtà per comprendere che il mondo è cambiato, anche se può non piacerci, e per far discendere da questa analisi scelte che riguardano da vicino anche l’Italia.
Non è discutibile il fatto che sia ben riconoscibile un asse tra paesi autocratici che cercano di aumentare sempre di più la loro influenza per dominare il mondo. Cina Russia e Iran, cui si può aggiungere una potenza nucleare come la Corea del Nord, più una manciata di altri stati e staterelli costituiscono un asse evidente (qualcuno lo definisce l’asse del male) che agisce in tutti i modi possibili contro l’Occidente e le sue democrazie, mostrandosi agli altri Paesi del Sud del mondo come la nuova alleanza egemone.
Droni iraniani alimentano gli assalti russi contro la coraggiosa Ucraina, soldati nord-coreani muoiono nell’inferno del Donbass accanto ai soldati russi, la Cina alimenta nascostamente di elettronica le forze armate del Cremlino e sfrutta l’embargo per acquistare a prezzi stracciati gas e petrolio da Mosca. L’Iran e le sue proxy, Hamas, Hezbollah, e Houthi, finanziati incessantemente in questi anni, hanno ingaggiato una guerra senza sosta per far scomparire Israele dalle carte geografiche, dal fiume al mare.
La Cina negli ultimi 20 anni ha costruito enormi interessi in Africa per lo sfruttamento della terra e delle materie prime del continente. Sempre in Africa le milizie russe della Wagner, che pare oggi si chiamino Africa Korps, scorrazzano al servizio di dittatori locali per mantenere una qualche influenza di Mosca sul continente nero.
Guarda caso, enormi interessi cinesi, russi e iraniani si sono consolidati anche in Venezuela: è confermato che a Caracas ci sia una centrale internazionale di Hezbollah e dei servizi segreti. Più dell’80% del petrolio estratto in quel Paese prende la via della Cina a compenso di giganteschi prestiti fatti da Pechino a Maduro e ai suoi amici. Il Paese più ricco del mondo per giacimenti petroliferi ha la maggioranza della popolazione ridotta alla fame, e quasi 9 milioni di venezuelani sono fuggiti dal Paese per questo.
Tutto ciò è avvenuto a causa dell’incapacità e della corruzione schifosa delle classi dirigenti civili e militari di quel Paese, coinvolte anche, in ogni modo, nel narcotraffico. Il regime di Maduro è stato inoltre gravemente repressivo nei confronti dell’opposizione, incarcerando e uccidendo migliaia di persone innocenti.
Con molta onestà e realismo nei confronti di una situazione del genere viene naturale porsi la domanda: l’uso della forza da parte occidentale è legittimo o è meglio lasciare che “l’asse del male” accresca a dismisura la sua influenza e il suo controllo del mondo?
Al di là delle aspirazioni pacifiste di vasti settori delle opinioni pubbliche occidentali, nutrite in buona fede dal ripudio della forza e dell’uso delle armi, ciò che emerge con forza è che nei confronti degli autocrati e dei loro regimi gli sforzi diplomatici, sempre e comunque benedetti, non bastano.
L’Europa una prima risposta ha cercato di darla, con la sua decisione, che sarà comunque difficile e dolorosa da attuare, di riarmarsi per fronteggiare il neo-imperialismo di Putin e per conquistare un’autonomia strategica nei confronti degli USA che oggi non ha.
Questa risposta è tanto più urgente nella misura in cui la rivendicazione da parte di Trump della Groenlandia come 51esimo stato degli USA rischia di creare una gravissima crisi transatlantica, con la fine di fatto della NATO. Se fosse così, il rischio di scoprire e quindi indebolire la frontiera est europea è molto grande.
L’altra domanda che bisogna porsi, e questa francamente mi interessa più per l’Italia che per l’Europa, è: possiamo fare a meno degli USA, possiamo non essere più alleati con loro?
E la mia risposta è: certamente no.
E ciò non solo perché il rapporto tra Europa, ma direi soprattutto tra Italia e USA, è più profondo e importante di una singola presidenza americana, e comunque urlare che Trump è uguale a Maduro è da cretini.
Non si tratta soltanto di secoli di amicizia e di culture politiche affini. Vi è anche una naturale convergenza di interessi economici tra le due sponde dell’oceano a partire dal tentativo di salvare l’industria occidentale, attaccata dalla sovracapacità produttiva cinese ormai praticamente in tutti i settori.
L’Italia al riguardo può giocare un ruolo importantissimo e ciò non solo grazie ai rapporti che la premier Meloni ha mantenuto con una presidenza difficile come quella di Trump, ma anche perché la manifattura italiana, i suoi prodotti, la sua creatività possono dare moltissimo al tentativo trumpiano di reshoring industriale degli USA. In cambio, un paese povero di materie prime come il nostro può accedere attraverso l’America a elementi essenziali per il futuro dell’industria anche italiana, come terre rare, coltan, litio ecc. In fondo è già successo con il gas americano, che ha sostituito la nostra forte dipendenza dalla Russia.
Inoltre l’Italia, con la sua cultura, la sua diplomazia, la sua iniziativa economica, può dare moltissimo all’Occidente nel bacino del mediterraneo, nei rapporti con i Paesi del nord Africa, nell’area del Golfo, nell’area balcanica. L’Italia può essere uno straordinario ponte dell’occidente con quei mondi, e può svolgere un ruolo unico di ambasciatore gentile di valori occidentali di libero mercato, libera impresa, libertà e democrazia, con un’empatia che nessun altro Paese occidentale possiede. È questo in fondo il senso profondo del Piano Mattei che nel 2026 deve trovare la sua pratica attuazione.
Sono orgoglioso di occuparmene e di rappresentare Confindustria e le imprese industriali italiane in quel contesto.