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Giovedì 16 luglio 2026 - Numero 435
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Ieri si sono svolte le celebrazioni per il primo anno dalla tragedia del Ponte Morandi di Genova. ‘Piazza Levante’ ripropone il toccante ricordo del viadotto scritto dal giornalista genovese Raffaele Castagno, firma de ‘La Repubblica’ a Parma. 

di RAFFAELE CASTAGNO

Quando i miei genitori arrivarono a Genova dal Sud Italia, negli anni ’70, la prima cosa che videro non fu la Lanterna ma un gigantesco ponte di cemento.

Sembrava l’emblema della Superba, di una città industriale e industriosa che prometteva lavoro e benessere. Un simbolo, per tanti immigrati in cerca di lavoro, del nord operoso. Era un po’ come vedere la statua della Libertà.

Del resto, il ponte Morandi per noi genovesi è sempre stato il ‘ponte di Brooklyn’. Difficile dire quante volte l’ho passato, prima da bambino in macchina con i miei genitori, poi con gli amici per andare in centro.

Sono letteralmente cresciuto su quel ponte.

Quaranta metri sospesi sull’abisso. Non credo che attraversarli fosse per noi un gesto banale, una semplice strada da percorrere per recarsi a lavoro, a divertirsi, all’università. Avrei dovuto percorrerlo anche oggi. Personalmente, avvertivo ogni volta un misto di stupore e inquietudine. La stessa sensazione provata la prima volta, guardandolo con gli occhi di un bambino.

Attraversarlo metteva ansia per la stabilità, specie sotto la pioggia battente che tante ferite ha inflitto a questa città. Ci si interrogava sui cantieri, i lavori infiniti, i progetti mai realizzati. Eppure ho sempre pensato che il giorno dopo l’avrei rivisto.

Oggi il mio ponte non c’è più. È difficile da spiegare a chi non non vive a Genova che cosa significa guardare quei piloni rimasti sospesi nel vuoto: come vedere crollare le Torri Gemelle a New York.

Tra i genovesi più di qualcuno profetizzava che prima o poi sarebbe caduto. Mai avrei pensato che potesse sgretolarsi come un grissino. Guardo solo quegli scheletri di cemento: una parte di me non c’è più.

La mia città non c’è più.

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