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Giovedì 22 gennaio 2026 - Numero 410

Un anno di eroica resistenza dell’Ucraina all’invasione russa. Ciò che una gran parte degli italiani sembra non capire

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di ANTONIO GOZZI

A un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, un anno di violenze inaudite e di crimini di guerra da parte dell’esercito e dei mercenari di Mosca, un anno di bombardamenti continui su obiettivi e popolazione civile, di tentativi di annientare non solo le infrastrutture di ogni tipo ma anche il morale della popolazione, continuiamo ad assistere all’eroica resistenza di quel popolo che non ne vuole sapere di arrendersi al secondo più importante esercito del mondo, e che continua a combattere per la propria libertà e autodeterminazione.

L’Occidente, e cioè gli Stati Uniti d’America, la Gran Bretagna e l’Europa hanno aiutato gli ucraini a resistere alla sopraffazione sia con sostegni economici che con armi. Tali aiuti hanno impedito una rapida capitolazione dell’Ucraina all’invasore e hanno dimostrato, seppure tardivamente, che si può e si deve opporre la forza al disegno neo-imperialista di Putin.

Ciò che colpisce in Italia è che, nonostante la fermezza e la coerenza del Governo Draghi prima e del Governo Meloni poi nel sostegno all’Ucraina e nell’allineamento con le posizioni della Nato, si continua a registrare un’opinione pubblica che in maggioranza è contraria all’invio di armi a sostegno della resistenza degli ucraini.

In questa maggioranza rilevata dai sondaggi si trovano, in una strana compagnia, pezzi dell’elettorato di destra, settori della sinistra radicale e del movimento cattolico pacifista.

Quali sono le cause di questo atteggiamento?

Molteplici senza dubbio, ed impastate in un misto di ignoranza strategica e di pregiudizio.

Per ignoranza strategica, soprattutto degli interessi nazionali e della collocazione dell’Italia nel contesto delle alleanze internazionali, intendiamo la manifestazione di miopia e di egoismo estremo di coloro che pensano che la cosa non ci riguarda e che sarebbe meglio continuare a farci gli ‘affari nostri’ già messi a dura prova in questo anno di guerra. Chi la pensa così non solo è del tutto incapace di interrogarsi sui valori di libertà e di autodeterminazione dei popoli, ma soprattutto non riflette sul fatto che il benessere economico di cui oggi l’Italia gode discende dalla libertà di intraprendere e di mercato garantiti dalla nostra collocazione internazionale. A questa parte di opinione pubblica strizzano l’occhio settori della Lega e Berlusconi.

Per pregiudizio invece intendiamo quello di pezzi di sinistra e del movimento cattolico che mostrano di non essersi ancora liberati da un profondo sentimento antistatunitense e quindi ostile alla Nato. In alcune frange di sinistra estrema e radicale si avverte ancora un legame profondo con la Russia e con l’ex Unione Sovietica, nostalgia che non ha mai fatto i conti criticamente con la storia e gli orrori del comunismo.

Queste correnti di pensiero, dopo aver concesso la distinzione formale e di prammatica tra aggressori e aggrediti, sovente, di fatto, fanno un’equiparazione tra chi aggredisce gli ucraini e li bombarda e chi li aiuta, anche con forniture di armi, a contenere e limitare i danni in vite umane e materiali dei bombardamenti.

Si è iniziato dopo pochi giorni dall’invasione russa con le assurde posizioni del presidente dell’Anpi Pagliarulo, e di alcuni professori universitari ospitati in talk show televisivi. Recentemente, nonostante le posizioni chiare sull’Ucraina espresse in più occasioni da papa Bergoglio, ha colpito l’editoriale, comparso il giorno dell’anniversario dell’invasione russa in Ucraina, sull’‘Avvenire’, organo della Conferenza Episcopale italiana, a firma del  suo direttore Marco Tarquinio: “Un anno intero è passato, anzi è finito, anzi è stato finito, letteralmente fatto a pezzi nelle terre orientali d’Europa. Un anno intero di tradimenti, di guerra e di propagande di guerra. Quella russa di Vladimir Putin ma non di meno quella dell’Occidente”. Non di meno? Ma che vuol dire?

Dopo un anno di crimini russi, di scuole, ospedali, grandi magazzini ucraini bombardati, di torture, di stupri, di furti e rapimenti, di discorsi e azioni genocide, per il direttore dell’‘Avvenire’ Putin e Biden, Prigozhin (il padrone delle soldataglie Wagner) e Stoltenberg (il segretario generale della Nato), il ministro degli esteri russo Lavrov e la presidente della Commissione europea von der Leyen pari sono. E gli ucraini sarebbero vittime, allo stesso modo, di entrambi.

Siamo giunti all’assurdo di un senatore della Repubblica che ha dato la colpa della morte di decine di migliaia di ucraini agli ucraini stessi.

Io credo che nei confronti di questi atteggiamenti e di queste correnti di pensiero vada usata, in uno sforzo informativo ed educativo, la logica.

Ovviamente non con le persone in malafede, come quegli esponenti del Movimento 5 stelle che dopo aver votato per cinque volte in Parlamento l’invio di armi all’Ucraina, oggi, dopo aver letto i sondaggi, hanno cambiato idea.

Ma con le persone che sono in buona fede e che sono moltissime, che ripudiano la guerra, come la ripudiamo tutti, che vogliono la pace come la vogliamo tutti, che dicono che la diplomazia deve fare di più, occorre ragionare per far comprendere che la legittima difesa è un diritto inalienabile dei popoli che aspirano alla libertà e che un pacifismo estremo conduce alla resa.

Nessuno ovviamente si augura una guerra senza fine, ma Zelensky e il suo popolo vogliono semplicemente che la guerra non finisca con la loro sconfitta e la fine del loro Paese.

Senza gli aiuti dell’Occidente e l’eroismo degli ucraini Kiev sarebbe caduta in pochi giorni e il neoimperialismo di Putin avrebbe fatto un altro passo avanti minacciando l’Europa, come le vicende della Moldavia di questi giorni e le voci di un imminente colpo di stato volto a insediare un governo fantoccio amico di Mosca al posto delle istituzioni democraticamente elette dai moldavi stanno lì a dimostrare.

Vorrà pur dire qualcosa se due nazioni tradizionalmente neutrali come Svezia e Finlandia hanno visto un’opinione pubblica storicamente pacifista chiedere a gran voce l’adesione alla Nato dopo quasi settanta anni di neutralità?

Vorrà pur dire qualcosa se Lettonia, Lituania ed Estonia, Polonia, Cechia, Romania e cioè tutte le nazioni europee più vicine geograficamente alla Russia, eccezion fatta per l’Ungheria, sono le più convinte e le più impegnate nel sostegno all’Ucraina?

La risposta alle due domande è sempre la stessa. Sono proprio i paesi al confine, quelli più vicini, che hanno paura della Russia e del suo ossessivo espansionismo.

Purtroppo la partita che si gioca nel cuore dell’Europa è questa. È la partita tra la difesa dei valori di democrazia e libertà e di tutela dei diritti umani tipici dei popoli europei e la barbarie putiniana. È la difesa dei confini e dell’integrità territoriale che non possono essere violati da “operazioni militari speciali”.

Mi ha colpito molto un’intervista televisiva fatta ad un’anziana signora che partecipava alla marcia per la pace Perugia-Assisi, una marcia che mi è sembrata quest’anno un contenitore ideologico sempre più a senso unico. Richiesta dal giornalista su cosa si debba fare per raggiungere la pace ha avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di dire “meglio la resa che la guerra”.

Ho definito molte volte vasti settori del pacifismo italiani come quelli dei “pacifisti della resa”.

Domanda: ma abbiamo noi il diritto di decidere che il popolo ucraino si deve arrendere anche se questa non è la sua volontà?

E ai pacifisti della resa, soprattutto a quelli di sinistra, chiedo: ma se i nostri padri e nonni invece di salire sulle montagne per combattere il nazifascismo armi alla mano avessero ragionato così, rifiutando la guerra partigiana e gli aiuti militari degli anglo-americani ed arrendendosi alle SS e ai repubblichini, quanto sarebbe durata la follia di Hitler e di Mussolini?

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