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di MATTEO MUZIO *
Un recente report di Human Rights Watch dipinge un quadro cupo del primo anno degli Stati Uniti sotto il secondo mandato di Donald Trump. Gli agenti dell’Ice che terrorizzano i migranti, i licenziamenti di dipendenti del governo federale per opinioni espresse sui social, detenzioni immotivate sempre di migranti (a volte di cittadini Usa) e uccisioni extragiudiziarie al di fuori del territorio nazionale hanno fatto arretrare rapidamente la qualità della vita democratica americana, con conseguenze gravi anche sull’arrivo di turisti.
Ora che i vari test elettorali che coinvolgono il partito repubblicano pienamente trumpizzato dimostrano un certo disgusto da parte dei votanti, ecco che Donald Trump chiede in modo esplicito di mettere sotto controllo le elezioni, in “almeno 15 stati”. Probabilmente quelli più democratici, anche se non lo ha detto nell’intervista all’interno del podcast di Dan Bongino, già ex vicedirettore dell’Fbi di cui già abbiamo parlato in passato con toni tutt’altro che encomiastici per un ruolo in cui si è mostrato tragicamente inadeguato.
La domanda, come sottolinea il giornalista Michael Wolff, famoso per i video su Instagram dove oltre a fornire retroscena sull’amministrazione Trump sfoggia bellissimi cardigan, dev’essere non “ma è legale” bensì “Trump può farlo?”. La risposta, per fortuna della democrazia americana, è no.
Da Costituzione, la gestione dei processi elettorali spetta ai singoli stati, anche se in certi casi il Congresso può intervenire, possibilità però esclusa dal capogruppo repubblicano al Senato John Thune che parla di mantenere l’attuale decentralizzazione dei processi. Tutto a posto dunque? No, potrebbe esserci una forzatura verso la Corte Suprema, dove anche in quel caso soltanto un paio di giudici, i trumpizzati Clarence Thomas e Samuel Alito, potrebbero dare ragione al presidente. Tutto a posto dunque? No, non ancora.
Nei mesi scorsi l’inquilino della Casa Bianca aveva emesso un decreto esecutivo per abolire il voto per posta, da lui ritenuto foriero di brogli. Inutile dire che anche in quel caso i tribunali avevano cassato il provvedimento. E al momento non è nemmeno stato emesso un ricorso. Dal canto suo, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto le liste elettorali a 44 stati e 24 di questi si sono rifiutati di obbedire: la California ha ottenuto la sua prima vittoria a livello distrettuale e lo stesso ha fatto l’Oregon. Il fatto più inquietante, per ora, è però rappresentato dal raid lanciato nella contea di Fulton, in Georgia, che contiene la città di Atlanta, capitale dello stato e roccaforte dem, quasi a voler dimostrare le “frodi” del 2020. Ci sono altre cose che l’amministrazione può fare per inquinare il voto: continuare con il disegno di nuove mappe sbilanciate a favore dei repubblicani a livello statale e, come suggerito dall’ex stratega di Trump Steve Bannon, mandare gli agenti dell’Ice a intimidire i votanti con la pelle del colore sbagliato. In entrambi i casi il rischio può non valere la candela: la California ha ridisegnato a sua volta la mappa dei distretti del Congresso in modo da controbilanciare quella texana e gli agenti dell’Ice e dei loro colleghi della polizia di frontiera sono in totale 65mila, all’incirca. Quasi impossibile controllare tutti i seggi in bilico, anche qualora si decidesse di lasciare sguarnito il confine con il Messico per più giorni. C’è un risultato però importante ottenuto da Trump e dai suoi scherani: indebolire la fiducia nei processi elettorali. Per preparare future svolte autoritarie con presidenti più concentrati e meno distratti come quello attuale (che sia detto per inciso, appare spesso già senile come il suo predecessore).
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)