di CARLA CAVALIERE *
‘Barocca’ veniva definita una perla ‘strana’, diversa da tutte le altre, preziose invece proprio grazie alla loro anonima forma tonda.
‘Barocchi – ma nel senso di preziosità in quanto perle – sono a loro volta tre altari, scolpiti nel durissimo marmo di Carrara, accostato a marmi colorati, che possiamo immaginare, uno dopo l’altro, in sequenza o proprio come perle di una collana, partendo da Sestri Levante e terminando a Chiavari. Un tratto non lunghissimo di costa, tratto tra i più belli del Levante ligure.
Se questo tratto è apprezzato per la costa che offre il suo mare blu a tanti turisti, più o meno occasionali, arretrando solo qualche metro dal litorale, un altro scenario si apre, tra carugi e carugetti. Tra i carugi non esistono solo bar, focaccerie, negozietti e ristoranti di pesce. Chi, stanco di sole, sale e sabbia nelle infradito, volesse – potrebbe – quasi attraverso una sorta di ‘varco dimensionale’, addentrarsi in alcune delle tante chiese sparse qua e là, luoghi ormai più di memoria che di vita. Così facendo – in alcune di esse come le tre perle di cui si parlerà – accadrebbe di trovarsi magicamente a respirare l’aria della Roma dei papi mecenati. Il gioco degli spazi, ricchi di vibrazioni di alcuni altari, ci porta fuori dal tempo e usciremmo così dalla semplice urgenza di ’sbrigare’ una delle solite faccende: compresa quella – faticosissima – di ‘fare vacanza’.
Varcare la soglia delle tre chiese – sorvolando sull’ostacolo della mensa moderna frapposta tra colui che entra e l’altare maggiore – significa lasciarsi avvolgere da una diversa bellezza. Con ammirato stupore scopriamo che quelli che erano poco più di villaggi di pescatori, a metà secolo dei ‘Lumi’ – decidono di commissionare, per le loro chiese, opere che sanno nientemeno di Roma….
Stiamo parlando di tre altari opera di F. M. Schiaffino, nato nel 1689, genovese votato in gioventù alle Lettere, ma che, su suggestione del fratello Bernardo, allievo di Filippo Parodi – altro grande scultore genovese, a suo tempo sceso e vissuto a Roma nell’entourage berniniano – si rivelò essere grande interprete dell’arte marmoraria romana barocca. Portando, al ritorno dai suoi anni di studio trascorsi in quella grande fucina d’arte che fu la Roma dei papi, la ‘leggiadria e l’amistà’ tipiche del grande barocco a Genova e anche nel Tigullio. A Genova solo due esempi: gruppo scultoreo sull’altare maggiore della chiesa di S. Anna a Castelletto e, a Palazzo Reale, il Ratto di Proserpina.
La nostra prima perla è l’altare della chiesa dedicata a Santa Maria di Nazareth e la statua della Vergine con la santa Casa di Loreto ad esso sovrastante. ‘Leggiadro’ è lo slancio e leggiadria pura i sinuosi volteggi del velame della Vergine, tra angioletti, nuvole e casetta che si elevano verso l’alto. Amicizia (amistà) tra le arti è il senso quasi pittorico del blocco – altare con i suoi colori delicati inseriti tra linee molto ben tracciate di marmo bianco, quasi grafiche. Un altare che non manca – con i suoi volumi delicatamente mossi in senso cavo – concavi- di farci pensare al Borromini stesso, audace artefice della fine della staticità architettonica cinquecentesca. Staticità che in molti altari, altrove, ancora rileviamo.
Ma il senso tardo barocco dello Schiaffino per i volumi, torna nell’altare maggiore di San Giovanni, a Chiavari. Ancor di più in quello di San Giacomo di Rupinaro.
Il primo echeggia l’importante altare di Pierre Puget, allievo di Pietro da Cortona, per la chiesa di san Siro a Genova.
Il secondo, da alcuni ascritto a G.B. Aprile ticinese, è ritenuto invece dalla Puccio Canepa come opera dello Schiaffino, nonché uno tra i sei altari “più eleganti di tutta la Liguria”.
L’altare maggiore di Rupinaro, fu realizzato, con elevato esborso, tra il 1730 ed il 1740 grazie al concorso di sovvenzioni da parte di tutti i chiavaresi.
Anche qui occorre andare oltre’, con lo sguardo alla ‘mensa’ dell’altare moderno, frapposto tra i fedeli e l’opera in questione. Una volta presa la visuale completa, non troveremmo parole migliori per descriverlo di quelle piene di ammirazione del don Domenico Bacigalupo, parroco di S. Giacomo in Rupinaro nell’anno 1807. Egli in una lettera all’arcivescovo Spina di Genova (Chiavari era allora diocesi di Genova), dovendo rendicontare sulla sua chiesa e lo stato in cui si trova, così tra le altre cose, si esprime:
“(…) l’altare maggiore privilegiato dal 1805, in cui si custodisce il SS, con due lampade a carico della Compagnia del Corpo di Cristo, costrutto con marmi diversi, intagli e figure, opera dello scultore F. M. Schiaffino, uno dei migliori allievi del Bernini (cosa, questa, impossibile, in quanto il Maestro morì 9 anni prima della nascita dell’allievo… Vero è che lo Schiaffino fu allievo di un allievo del Bernini).
Sono rimarchevoli due putti in mezzo tenuto dei gradini e più ancora due angioletti a tutto rilievo avanti l’urna in atto di adorazione che sono forse una delle più belle cose che siano mai state descritte dal suo scalpello. Sotto il catino vi è pure un ornato in marmo bianco con disegno di solida e spiritosa invenzione che racchiude una nicchia con tascola di N. S. di Caravaggio, donata dal Rev. Rocca nel 1750 (…)”.
(* cultrice della materia)