Glocal… no social
Settimanale di attualità, economia e sport

Ultima edizione

Giovedì 22 gennaio 2026 - Numero 410

Stato e imprese per la rinascita dell’Italia

L’Europa sta facendo seriamente i conti con gli errori e gli ideologismi del recente passato
L’Europa sta facendo seriamente i conti con gli errori e gli ideologismi del recente passato
Condividi su

di ANTONIO GOZZI

La crisi del Coronavirus ha fatto sì che la Commissione Europea abbia drasticamente allentato i vincoli e i divieti in materia di aiuti di Stato alle imprese, consentendo agli Stati membri interventi di sostegno all’economia mai visti prima.

Come ha scritto giustamente Romano Prodi in un suo bellissimo articolo sul ‘Mattino’ di Napoli di qualche giorno fa “…come è successo in tutte le grandi crisi anche questa inattesa pandemia ha rimesso in gioco il ruolo dello Stato nell’economia…”.

Per molti decenni il mainstream neo-liberista era stato quello di relegare al minimo possibile il ruolo della mano pubblica nei vari settori economici promuovendo, in molte nazioni del mondo e specialmente in Europa, ‘privatizzazioni’ e dismissioni e cioè il passaggio dallo Stato ai privati di industrie, banche, imprese di servizi.

Per molto tempo perfino parlare di politica industriale è stato difficile, soprattutto se questa, invece di limitarsi alla sola politica di fattori come innovazione, ricerca, esternalità, formazione, si spingeva alla ricerca di una visione strategica, di un disegno complessivo, talvolta nazionale talvolta europeo, di sostegno ai nostri campioni industriali nella competizione con i grandi conglomerati statunitensi, cinesi, giapponesi, coreani.

Non era di per sé vietato un intervento diretto dello Stato nell’industria europea ma la regola era che questo intervento doveva avvenire seguendo l’approccio che avrebbe usato “un avveduto investitore privato”. In realtà dietro questa presunta regola aurea di ingaggio si è sempre celato il mantenimento di un enorme potere discrezionale, e quindi politico, della Commissione Europea su ciò che gli Stati potevano o non potevano fare.

A conferma di ciò il fatto che la Commissione non ha mai voluto chiarire i termini e i criteri della ‘avvedutezza’: un ritorno annuale dell’investimento effettuato superiore al 20% dell’investimento come quello richiesto dai più aggressivi fondi o un’aspettativa annuale molto meno importante tipica degli investitori industriali di lungo periodo?

Non parliamo poi dell’atteggiamento della Commissione riguardo ai tentativi di razionalizzazione o concentrazione dell’industria europea.

Sono rimaste famose alcune decisioni, ancora oggi incomprensibili, della Commissione Europea ed in particolare della sua Direzione deputata, la DG 4 Concorrenza, di impedire o comunque di condizionare accordi, acquisizioni, fusioni industriali intraeuropee; e ciò per contrastare il crearsi di presunte posizioni dominanti nel continente, rifiutando di riconoscere che per quei settori la competizione, e quindi il mercato da prendere a riferimento, non era quello europeo ma quello mondiale.

Ricordo al riguardo due casi che hanno coinvolto l’Italia. Il primo, di qualche anno fa, ha visto da parte della DG4 il diniego opposto a Outokumpu, grande gruppo finlandese che opera nel campo dell’acciaio inossidabile, che voleva comprare la Terni messa in vendita dalla tedesca Thyssen Krupp; il secondo, più recente, riguardante la fusione tra la nostra Fincantieri e la francese SXT, rispetto alla quale Francia e Germania hanno chiesto e ottenuto dalla Commissione Europea l’avvio di un’indagine per concentrazione relativa all’aggiudicazione da parte di Fincantieri della maggioranza degli storici cantieri navali francesi messa in vendita dal tribunale fallimentare di Seul. Tale indagine è tuttora in corso e non si hanno notizie al riguardo.

La logica proclamata della Commissione Europea è stata sempre la stessa: impedire che attraverso l’intervento, diretto o indiretto, degli Stati membri nelle attività industriali si creasse un’alterazione delle condizioni concorrenziali intrasettoriali e tra i vari Paesi membri.

Questa logica è diventata quasi una religione e, specie nell’ultimo mandato, questa religione ha trovato la sua sacerdotessa nell’inflessibile danese Margrethe Vestager, fustigatrice degli Stati troppo interventisti e gelosa custode di un rigidissimo approccio al tema degli aiuti di Stato.

Avendo io vissuto e lavorato a Bruxelles per oltre 15 anni, ed avendo visto da vicino operare questa burocrazia guardiana comunitaria (quella della Commissione) e le sue ‘vedettes’, l’ultima delle quali è appunto è la Vestager, ho sempre pensato,  mutuando un adagio del vecchio Nenni, che la Commissione Europea spesso si sia comportata “da debole con i forti e da forte con i deboli”.

In particolare, nonostante le regole e l’inflessibilità dell’approccio comunitario e delle sue burocrazie, Germania e Francia sovente sono state trattate dalla DG4 con ben altra accondiscendenza e flessibilità. Due esempi clamorosi: i ripetuti interventi della Francia con iniezioni di miliardi di euro nei Chantiers de l’Atlantique (oggi SXT) per evitarne il fallimento; e il gigantesco intervento della Germania in molte banche regionali, anche qui per evitarne il fallimento, avvenuto prima della rigidissima disciplina europea del bail-in.

Oggi è cambiato tutto. La spaventosa crisi del Covid-19 e le sue drammatiche ripercussioni sull’economia hanno fatto sì che l’indirizzo cambiasse radicalmente e rapidamente, con un’apertura gigantesca agli interventi degli Stati, richiesta e ottenuta prima di tutto dalla Germania.

In meno di due mesi dall’approvazione delle nuove regole al 30 aprile la DG Concorrenza ha già autorizzato, con procedure rapidissime, aiuti da parte degli Stati membri per circa 1900 miliardi di euro volti a sostenere le imprese con interventi di vario tipo.

Tutto bene dunque? Beh non proprio. Vi è infatti un’enorme differenza tra gli aiuti autorizzati ai vari Stati dell’Unione, differenza che sembra proporzionale alla disponibilità di finanza pubblica da parte degli Stati stessi.

Dei 1900 miliardi di euro autorizzati più della metà (il 52%) sono della Germania; molto meno per gli altri. Il 17% è della Francia, il 17% dell’Italia, il 4% del Regno Unito (ancorché sotto Brexit), il 3% del Belgio e meno del 2% della Spagna.

È chiaro cosa questo significhi. 1000 miliardi di Euro, tra finanziamenti e fondo perduto concessi dalla Germania alla sua industria, che è già di gran lunga la più forte d’Europa, rischiano, questa volta veramente, di stravolgere il mercato unico e i suoi equilibri concorrenziali, trasformando una crisi sanitaria simmetrica in una crisi economica asimmetrica e rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, alla faccia di ogni principio e criterio di ‘convergenza’ all’interno dell’Unione.

Ci sono fondamentalmente tre riflessioni stimolate da ciò che sta accadendo.

  1. Gli interessi nazionali segnano e condizionano l’azione europea anche nella drammaticità della crisi. L’Unione  procede impacciata ogni volta che si tratta di fare scelte solidaristiche e di sostegno ai più deboli. Per ora l’unica azione importante è quella della BCE che, dopo le titubanze iniziali della Lagarde, sta agendo velocemente e autonomamente dagli Stati e dalla Commissione. Ogni volta che si tratta di azionare strumenti comunitari, siano essi il MES o il progettato Recovery Fund, scoppiano le contraddizioni.
    Queste contraddizioni, in definitiva, ruotano sempre intorno al ruolo e alla posizione della Germania (con tutto il rispetto, nessuno crede che l’Olanda possa determinare il futuro dell’Europa contro una coalizione di Stati che vede tra gli altri Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Belgio, Grecia ecc.).
    Nonostante un forte dibattito in Germania tra diverse posizioni, alcune delle quali di pieno sostegno ad una visione solidaristica nei confronti degli Stati più deboli, e un richiamo di molti autorevoli economisti e osservatori tedeschi al fatto che atteggiamenti egoistici e ‘sovranisti’ sono destinati a danneggiare innanzitutto l’economia tedesca, sembrano alla fine prevalere pregiudizi e interessi silenziosamente egemonici, che condizionano e rallentano le decisioni politiche anche della Cancelliera Angela Merkel.
    Manca per ora in Germania una visione strategica di lungo periodo condivisa e favorevole alla costruzione di una vera solidarietà europea così come dimostra la sentenza di pochi giorni fa della Corte Costituzionale tedesca che cerca di rimettere in discussione la libertà decisionale della BCE.
    Noi gente del Mediterraneo non possiamo dimenticare cosa è stato fatto alla Grecia per la stessa mancanza di visione strategica, per gli stessi interessi e pregiudizi, per la medesima lentezza nelle decisioni; un disonore che è difficile cancellare anche per noi italiani rimasti all’epoca silenziosi e passivi. Le scuse postume ai greci non sono sufficienti.
  2. C’è il rischio che la dimensione degli aiuti alle imprese tedesche crei un vero cataclisma negli equilibri industriali europei, rinforzando ulteriormente un apparato produttivo probabilmente già sovradimensionato e obbligato, per reggere, ad esportare sempre. La Germania vince così la terza guerra mondiale? Non si tratta tanto di questo, quanto del perdurare in futuro di uno squilibrio strutturale della bilancia commerciale tedesca, fonte di eterni squilibri con gli altri paesi dell’Unione e non, così come denunciato dagli Usa già con la presidenza Obama.
  3. L’Italia deve cogliere questa occasione che consente allo Stato di intervenire nell’economia del Paese. Il nostro Paese negli ultimi 20 anni è stato la cenerentola d’Europa quanto a crescita, appesantito da un grande debito pubblico che ha portato alla contrazione di tutti gli investimenti in infrastrutture, formazione, ricerca, sanità, rinunciando così ad un moltiplicatore macroeconomico e ampliando il gap e lo squilibrio con gli altri paesi europei più ricchi.

Il tema è riflettere bene sulle caratteristiche di un grande piano di rilancio del Paese e sulle modalità e le regole con le quali lo Stato interverrà,  evitando nazionalizzazioni inefficienti o salvataggi senza prospettiva, ma al contempo sfruttando la forza del possibile sostegno pubblico al nostro apparato industriale manifatturiero che resta comunque il secondo d’Europa e che, pur ridimensionato negli ultimi 10 anni, ha ancora enormi potenzialità.

La storia dell’Italia moderna al riguardo insegna. Non si deve avere vergogna di dire, e lo fa un imprenditore privato, che il capitalismo italiano è stato storicamente debole e con limiti gravi nelle sue masse critiche e nella sua capacità di accumulazione. Senza il ruolo e l’intervento dello Stato a partire dagli anni 30 del secolo scorso l’Italia sarebbe rimasto un paese industrialmente debole, e molto meno importante nel rango internazionale.

Siderurgia, meccanica pesante, cantieristica, elettronica, chimica, energia, telecomunicazioni si sono sviluppate grazie a giganteschi investimenti e interventi pubblici e ad una visione strategica globale che era in definitiva quella della modernizzazione del Paese e della sua collocazione tra i grandi paesi industriali del mondo, visione che per molti anni ha costituito la forza delle Partecipazioni Statali. 

Questo irripetibile sistema di stato-imprenditore non ha generato solo hardware (impianti industriali nei vari settori) ma anche un software d’eccellenza fatto di competenze, know-how, modelli manageriali e organizzativi spesso importati dagli Usa, ed ha sorretto la crescita e lo sviluppo di moltissime imprese private coinvolte nelle catene di subfornitura.

Le imprese pubbliche sono state per molto tempo delle straordinarie palestre di management.

Non mi stancherò mai di ripetere che Duferco ad esempio non sarebbe mai esistita se insieme al suo fondatore (giovane manager delle Partecipazioni Statali che negli anni ’70 aveva deciso di vivere l’avventura dell’impresa  privata) non vi fossero stati decine e decine di manager provenienti dall’Italsider, dall’Ansaldo, dalla Nira che hanno costituito per più di trenta anni la struttura manageriale della Duferco e che hanno reso possibile il nostro percorso di crescita nazionale e internazionale.

È altrettanto vero che ad un certo punto della storia d’Italia, questa visione, questa eccellenza è venuta meno, le perdite dell’avventura imprenditoriale dello Stato sono diventate ingentissime e il rapporto con la politica e il sindacato è degenerato nel clientelismo e nell’assistenzialismo.

Le privatizzazioni e le dismissioni dell’ultima decade del secolo scorso sono state la conseguenza di questo declino anche se bisogna onestamente riconoscere che non hanno dato grandissimi risultati. E così succede che i grandi campioni nazionali  che ancora esistono e che consentono all’Italia di avere ancora delle grandi imprese sono ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri, Terna, tutte imprese partecipate o possedute dallo Stato.

Si fa un gran parlare in questi giorni di quale debba essere il profilo giusto dell’intervento dello Stato a favore delle imprese in Italia. Dibattito piuttosto teorico per la verità, tenuto conto che la resistenza delle banche e la burocrazia hanno fatto sì che liquidità alle imprese finora non ce ne sia stata, diversamente da quanto avvenuto in Germania o Francia.

Prescindendo dall’attuazione concreta delle misure vi è chi ha addirittura paventato il rischio che l’intervento pubblico, fatto prevalentemente con finanziamenti da restituire (l’Italia non si può permettere troppo fondo perduto), si trasformi in nazionalizzazioni surrettizie. Il Ministro Gualtieri ha negato con forza questo rischio durante la sua audizione in Parlamento.

A me sembra che l’occasione di un così poderoso intervento dello Stato nell’economia del Paese sia un’opportunità e vada sfruttata e ciò per una serie di ragioni:

  1. Lo Stato ha innanzitutto una straordinaria occasione per sbloccare edilizia e opere pubbliche. Come Matteo Renzi dice da mesi ci sono progetti già finanziati per oltre 100 miliardi di euro che possono partire subito e riguardano strade, ferrovie, porti, scuole, ospedali, opere di difesa del suolo ecc. Si può cogliere l’occasione affinché l’episodio ‘ponte di Genova’ non sia un’eccezione, ma sia finalmente consentito con una legge ad hoc di sbloccare impedimenti burocratici e pastoie e dare il via ad investimenti che sarebbero un formidabile moltiplicatore keynesiano. L’immobilismo della Pubblica Amministrazione non può essere l’unica legalità consentita, come ama ripetere il direttore del ‘Foglio’ Cerasa.
  2. Anche l’attività delle imprese va liberata il più possibile dal giogo delle burocrazie guardiane e dalla caterva di norme giuridiche e amministrative che le asfissiano, perché per gestire il nostro enorme debito futuro bisogna far crescere il PIL; e il PIL cresce se le imprese sono libere di operare e di sprigionare i loro animal spirits.
  3. Gli interventi dello Stato nelle imprese devono essere a tempo, già prevedendo ora, ex ante, le regole di un’uscita progressiva, ma devono anche rispondere a una visione di politica industriale volta a mantenere l’Italia nel novero dei paesi industrializzati più importanti. Innovazione, investimenti sul capitale umano, ricerca e sviluppo, investimenti in razionalizzazione e ammodernamento dell’apparato industriale del Paese e difesa dell’italianità degli asset strategici vanno sostenuti e privilegiati. Nel capitalismo francese questo è stato un comportamento costante e l’intervento dello Stato a difesa degli interessi nazionali ha strutturato l’economia d’oltralpe dal dopoguerra a oggi.
  4. La Cassa Depositi e Prestiti ha tutte le caratteristiche finanziarie e manageriali per essere il pivot professionale di tale progetto, salvaguardando la razionalità economica sia pure di lungo periodo dalle influenze della politica.

La grande sfida che sta dinanzi a tutti noi, imprenditori privati e Stato, è riuscire a ricostruire insieme una passione e una dedizione assolute per lo sviluppo, quella stessa passione e silenziosa fatica che hanno consentito ai nostri padri e ai nostri nonni di fare dell’Italia una grande nazione industriale.

Ultimi video

A Chiavari, l’omicidio di Nada Cella tra silenzi e insidie investigative. Le condanne in primo grado segnano una svolta
Ma la verità potrebbe non essere ancora completa. Intervista, alla criminologa Antonella Delfino Pesce: “Possibili nuovi sviluppi e testimonianze finora rimaste anonime”
Passaggio ufficiale dell’approdo di Lavagna a F2i. Il sindaco Gian Alberto Mangiante: “Non è una svendita”
E spiega: “Tra incassi, accolli e investimenti, il Comune riceverà circa 164 milioni senza alcun esborso, a beneficio di tutta la comunità. Ora una migliore e nuova pagina per la città"

Altri articoli

‘Il futuro non aspetta’

È il titolo del libro di Stefano Caselli che presentiamo sabato prossimo alla Società Economica

I morti iraniani nella lotta per la libertà non mobilitano la sinistra italiana. In compenso, Landini e l’Anpi sfilano per Maduro

La cosa più sorprendente, e più desolante, di questo atteggiamento della sinistra è proprio questa: che l’odio ideologico antioccidentale abbia la meglio sulla solidarietà umana con la sofferenza dei popoli oppressi dalla dittatura