(r.p.l.) Ai lettori – Il settimanale ‘Piazza Levante’, seguendo la tradizione anglosassone dei media che sostengono apertamente una posizione, ha deciso di ospitare sulle proprie pagine solamente le ragioni del Sì riguardo al prossimo referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Lo scriviamo in piena onestà intellettuale e con piena trasparenza rispetto a chi ci segue.
di ALBERTO BRUZZONE
“Non sono un militante del Sì. Ho solo dichiarato che voterò Sì: perché fa parte della storia mia personale e della formazione politica a cui ho appartenuto e appartengo forse anche ora, anche se guardare i proponenti per me non è entusiasmante”.
Lo racconta Augusto Barbera, ex presidente della Corte Costituzionale, ex parlamentare del Pci e del Pds, professore di diritto: una delle voci più ascoltate, in area centrosinistra, a favore del Sì al prossimo referendum sulla riforma della giustizia, in programma per domenica e lunedì prossimi (si vota domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15).
“Va rovesciata l’accusa – prosegue Barbera – Tradiscono la Costituzione quanti non accettano che il referendum sia uno strumento di democrazia diretta su un quesito specifico e non una consultazione politica. La separazione delle carriere è una riforma ineludibile e garantista”.
Ottantasette anni e una lunghissima esperienza alle spalle, Barbera è non solo preparato in materia, ma anche una memoria storica: “Nel 1989 – ricorda – ero in Parlamento quando fu approvata, pressoché all’unanimità, la riforma Vassalli. L’Italia era l’ultima democrazia ad adottare un processo penale di tipo accusatorio e ad abbandonare il rito inquisitorio, di impronta fascista, che dava al giudice il potere di trovare le prove. Fu in quel momento che si separarono le funzioni tra magistratura giudicante e inquirente. Il passaggio successivo avrebbe dovuto essere la separazione delle carriere. Ma non avvenne per via degli eventi che segnarono la storia della Repubblica negli Anni Novanta. Mi riferisco a Mani Pulite e all’emergenza terroristico-mafiosa. Più banalmente, fu per l’insorgenza del giustizialismo. Ricordiamo il cappio ostentato alla Camera dai leghisti, l’azione dei missini sotto il portone di Montecitorio, le monetine dei militanti Pds contro Bettino Craxi. A sinistra, in particolare, non vollero entrare in conflitto con l’Associazione Nazionale Magistrati, contraria alla separazione delle carriere ieri come oggi. Chi ci accusa, tradisce l’essenza stessa della Costituzione. I costituenti vollero questo strumento di democrazia diretta, diverso dalle consultazioni politiche. Ora, non sono un ingenuo e non sottovaluto gli aspetti politici di un referendum, ma dobbiamo esprimerci in concreto. La riforma rende più efficiente e giusta la giustizia o no? Io penso di sì. Non solo non viene toccata l’indipendenza e l’autonomia, ma anzi rafforzata”.
Barbera ne è convinto: “Questa è la conclusione di un percorso iniziato già tanti anni fa per rendere più liberale il codice Rocco, con la riforma voluta dall’allora ministro Vassalli, medaglia d’argento della Resistenza, alla fine degli Anni Ottanta, in attuazione della Costituzione del 1948. Un percorso portato avanti dalla sinistra, ma non solo dalla sinistra”.
Quanto alle critiche relative alla possibile egemonia delle maggioranze politiche nella scelta dei componenti laici degli organi di garanzia, Barbera parla di “una bufala antipatica: la prassi dimostra che c’è sempre una rappresentanza anche delle minoranze, come avviene per l’elezione dei giudici costituzionali e per il Consiglio Superiore della Magistratura”. Sulle implicazioni politiche del voto, Barbera chiarisce: “Non si tratta di esprimere un voto a favore di Meloni o contro il campo largo, la politica non c’entra nulla. Il voto al referendum è piuttosto uno degli strumenti tramite cui il cittadino esercita la sua sovranità. E chi ama la Costituzione deve tenerne conto. Quando si va a eleggere il Parlamento si sceglie in base a opzioni politiche, invece qui, nel referendum si legge il testo e si sceglie Sì oppure No. I cittadini devono farsi un’opinione e votare a prescindere dalle appartenenze partitiche. Andate a votare sentendovi liberi, e non in base a vincoli di partito. In questa campagna referendaria ci sono stati momenti in cui le due parti hanno dato il peggio. Dei momenti, da cui speriamo si proceda andando avanti ed entrando serenamente nel merito del contenuto. Adesso dopo tre anni di discussione abbiamo il testo e io guardo non al proponente, ma ai contenuti che sono accettabili. Certo, si poteva anche strutturarla meglio questa riforma, ma noi cittadini ci troviamo di fronte a questo testo”.
Secondo l’ex presidente della Corte Costituzionale, “se vince il No, per almeno un paio di generazioni non si potrà più parlare di riforme, non solo della giustizia ma in generale. Si dimostrerà, con l’eventuale vittoria del No, tra l’altro che le corporazioni possono essere in grado di bloccare ogni tipo di innovazione”.
E sul rischio di una percentuale bassa di votanti (che comunque non inciderà sulla validità del voto, dal momento che si tratta di un referendum di tipo costituzionale, e quindi non occorre il raggiungimento del quorum), Barbera conclude: “I cittadini devono sentire il dovere di andare a votare, anche lasciando al massimo la scheda bianca, ma non lasciare vincere il qualunquismo: il fatto che ci sia un 50% che non va a votare non è espressione del buon funzionamento della nostra democrazia. Le ragioni del No sono però soltanto timori, eventi che potrebbero prodursi in futuro, che non si sa cosa potrebbe succedere. Ma in questo momento, in tutto l’Occidente, stiamo soffrendo per quella che è stata chiamata la post-verità: cioè, i fatti non contano e abilissimo in questo è stato Trump. Conta solo quello che riesci a suscitare”.