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Giovedì 12 febbraio 2026 - Numero 413

Referendum, l’ex pm Di Pietro per il Sì: “La separazione renderà la magistratura più indipendente e autonoma”

Il magistrato simbolo di Mani Pulite tra i fondatori del Comitato per il Sì: “Chi dice che questa riforma mette il pubblico ministero sotto la politica racconta una truffa elettorale”
L'ex pm Antonio Di Pietro tra i fondatori del Comitato per il Sì
L'ex pm Antonio Di Pietro tra i fondatori del Comitato per il Sì
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(r.p.l.) Ai lettori – Il settimanale ‘Piazza Levante’, seguendo la tradizione anglosassone dei media che sostengono apertamente una posizione, ha deciso di ospitare sulle proprie pagine solamente le ragioni del Sì riguardo al prossimo referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Lo scriviamo in piena onestà intellettuale e con piena trasparenza rispetto a chi ci segue.

di ALBERTO BRUZZONE

“Io voto Sì perché questa è una riforma repubblicana che finalmente toglie di mezzo ogni cordone ombelicale con il codice processuale fascista che era di tipo inquisitorio, mentre questo è accusatorio e mette tutti sullo stesso piano”. A spiegare le proprie posizioni è uno dei fondatori del Comitato per il Sì, l’ex pubblico ministero Antonio Di Pietro, uno dei simboli di Mani Pulite che portò al passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Di Pietro, un passato anche in politica con Italia dei Valori, è impegnato su tutto il suolo italiano a promuovere le ragioni del Sì al prossimo referendum sulla giustizia che si terrà il 22 e 23 marzo.

“Quando si entra in un’aula di giustizia – aggiunge l’ex pm – dobbiamo sapere che da una parte c’è l’accusa e dall’altra c’è la difesa, ma chi fa l’arbitro fa parte di tutta un’altra squadra e non della stessa di uno dei giocatori e cioè il pubblico ministero. Invito a votare Sì perché questa riforma rende più autonomi e più indipendenti sia il giudice che il pubblico ministero, non solo dalla politica, non solo dal governo e dalla maggioranza del momento, ma addirittura al proprio interno perché il correntismo nella magistratura ha fatto in modo che il Csm non sempre ha scelto i migliori per andare a coprire un posto e non sempre ha scelto i peggiori per dargli un procedimento disciplinare”. 

Ma il referendum è diventato oggetto di scontro politico, e non materia esclusivamente specifica. Che ne pensa?
“La politicizzazione del referendum è un pericolo che dobbiamo evitare. Le maggioranze e i governi passano, la Costituzione resta. La decisione che i cittadini devono andare a prendere non è di dire sì o no a Meloni. Lei, quando i cittadini vorranno, non ci sarà più. Noi invece abbiamo bisogno di una Costituzione che resti nell’interesse dei cittadini. E i cittadini devono sentirsi tranquilli quando vanno in un’aula di giustizia. Su questo tema i sostenitori del No devono mettersi d’accordo con loro stessi. La mattina dicono che, con questa riforma, il pm finisce sotto il controllo dell’esecutivo e il pomeriggio dicono invece che, con questa riforma, il pm diventa un superpoliziotto. In realtà con questa riforma il pubblico ministero resta autonomo e indipendente non solo dalla politica ma anche, al proprio interno, dalla magistratura”.

Lei è stato al centro di un acceso scontro con il professor Barbero. Come mai?
“Il professor Alessandro Barbero, storico e accademico che stimo e ammiro, ha riferito che voterà No al prossimo referendum. Non condivido la sua scelta, ma ovviamente la rispetto e ciò non scalfirà in alcun modo la stima che nutro nei suoi confronti. Però dice di voler votare No alla riforma sottoposta a referendum perché, se approvata, ‘il cittadino non è sicuro se si trova davanti magistrati che prendono ordini dal Governo e che possono essere puniti dal Governo’. Ma da dove ha ricavato simili certezze considerando che nel testo della riforma c’è scritto l’esatto contrario? La riforma si propone di ben dividere, appunto con la separazione delle carriere, il ruolo del magistrato che accusa (il Pubblico ministero) da quello che decide (il giudice), ciò perché sempre la nostra Costituzione prevede che il ‘giusto processo’ si realizza realmente solo quando le parti (accusa e difesa) si presentano alla pari davanti a un ‘giudice terzo’ (in alcun modo collegato a loro). C’è scritto proprio questo nella Costituzione”.

Anche con il suo collega Nicola Gratteri non sono mancati gli scambi.
“Secondo lui il sorteggio dei componenti del Csm, previsto dall’attuale riforma, è truccato perché la parte laica sarebbe scelta tout court dal Parlamento. Dovrebbe ricordare che vi è una enorme differenza tra il sistema attuale di elezione dei membri laici al Csm e quello che avremo dopo la riforma: attualmente i membri laici vengono scelti ad libitum direttamente dal Parlamento, mentre dopo la riforma i nominativi degli eleggibili saranno indicati proporzionalmente da tutti i gruppi parlamentari, inseriti in una apposita urna ed estratti a sorte. Ciò dimostra che anche per la scelta dei membri laici si è fatto un notevole passo avanti”.

Nel frattempo, la fiducia nei magistrati è scesa notevolmente, da Mani Pulite in poi. Perché?
“Occorre chiedersi perché nei primi anni Novanta, ai tempi di Mani Pulite, il 97% dei cittadini stava dalla parte dei magistrati e perché oggi meno della metà continua ad avere fiducia nella magistratura. È vero che una parte della politica e dell’informazione ha contribuito a delegittimare l’operato dei magistrati, ma non è l’unica causa. Ci sono anche responsabilità interne all’ordine giudiziario: nel tempo alcuni magistrati hanno superato il perimetro del proprio ruolo, cercando non solo chi avesse commesso un reato, ma se qualcuno lo avesse commesso, un approccio che ha alimentato sfiducia nell’opinione pubblica. Per riacquistare la fiducia dei cittadini occorre intervenire sull’ordinamento della magistratura. Se si lasciano le cose come stanno sarà difficile recuperare quella fiducia diffusa che caratterizzava gli anni Novanta”.

Quali sono i punti di forza della riforma?
“Io voto Sì convintamente perché questa è la naturale prosecuzione della riforma voluta da Vassalli nel 1988-89, in attuazione della Costituzione del 1948. Basta con il sistema inquisitorio dove c’era una sola persona che prima faceva l’indagine e poi giudicava, come il pretore o il giudice istruttore. Con il sistema accusatorio l’accusa svolge il suo ruolo e un giudice terzo decide, dopo aver ascoltato anche la difesa. La separazione doveva essere fatta tanti anni fa, dall’89, che non c’era né Di Pietro né Berlusconi, tutti quelli che vogliono mettere il cappello sopra adesso. La separazione renderà la magistratura più indipendente e autonoma, non solo dalla politica ma anche dalle correnti interne, spezzando il cordone ombelicale con l’Associazione nazionale magistrati, che di fatto è diventata un quarto potere dello Stato e condiziona progressioni di carriera e incarichi in modo correntizio. Chi dice che questa riforma mette il pubblico ministero sotto la politica racconta una truffa elettorale. Il pm resta autonomo, indipendente e con l’obbligatorietà dell’azione penale. Non c’è politico che possa fermare un magistrato che vuole fare il suo dovere: può farlo solo un altro magistrato o, purtroppo, il tritolo”.

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