di GIUSEPPE PERICU *
Qualsiasi modifica della Costituzione, anche se apparentemente non di grande rilievo, deve essere attentamente valutata. La Costituzione ha delineato un assetto istituzionale complesso e la modificazione di una sua parte può avere incidenze significative sull’insieme.
La riduzione del numero dei deputati e dei senatori tocca uno snodo nevralgico di ogni democrazia rappresentativa, il Parlamento: istituto che sta subendo da tempo una profonda crisi di ruolo.
Lo snodo più problematico lo si ritrova nel rapporto con il Governo e a riguardo alla gestione del potere normativo. È esperienza comune l’abuso della decretazione d’urgenza, la gestione del procedimento legislativo con la proposizione di mozioni di fiducia, il quasi totale abbandono dell’iniziativa legislativa parlamentare, le leggi di bilancio sviluppate in centinaia di norme di fatto non controllabili e concluse con la presentazione da parte del governo di un emendamento conclusivo e riassuntivo sul quale si pone la fiducia.
La tendenza si è ulteriormente accentuata a causa della pandemia da Covid con il ricorso ai DPCM, atti normativi del Presidente del Consiglio non sottoposti a ratifica parlamentare. Il potere normativo sembra essersi spostato dal Parlamento al Governo, determinando una rottura dell’assetto istituzionale che si traduce in una diminuzione di democrazia.
Se i cittadini sono chiamati a eleggere una assemblea che rappresenti e tuteli i loro interessi, questa assemblea deve avere poteri reali e capacità di svolgere questo ruolo. Se questo non accade il meccanismo democratico ne risulta leso.
La riduzione del numero dei parlamentari non incide in alcun modo su queste gravi carenze.
Il problema dovrebbe essere diversamente affrontato (tra l’altro modificando il bicameralismo perfetto, limitando la decretazione d’urgenza, incrementando la funzione di controllo) nell’ambito di una riforma organica che miri ad accentuare il ruolo del Parlamento garantendone una effettiva rappresentatività.
Limitandosi alla riduzione del numero dei senatori e dei deputati si eludono i problemi reali, si propone una non soluzione alla crisi delle assemblee elettive. Elusione pericolosa perché può far ritenere che non sia più necessario modificare ulteriormente il testo costituzionale.
Il mio no al referendum deriva dal desiderio di riforme più significative e dal timore che ci si appaghi di questo limitato intervento.
Vi è tuttavia anche un effetto immediato e negativo della modifica che si vuole introdurre: si incide sulla capacità del Parlamento di rappresentare effettivamente le diverse aree del paese. Dimostrazione ne sia il fatto che si prevedono ‘correttivi’ con la netta separazione del Senato dalla sua base regionale – accentuando ulteriormente i difetti del bicameralismo – e con la legge elettorale, introducendo meccanismi accentuatamente proporzionali. Una riforma dovrebbe essere valida in sé e non richiedere ‘correttivi’, tanto meno dipendere dall’atteggiarsi delle leggi elettorali.
Un ulteriore motivo per votare no.
Resta da chiedersi perché è stata voluta questa riforma costituzionale. Non certamente per migliorare l’attività parlamentare. Non è stato il numero dei suoi componenti che ha determinato la crisi del Parlamento: altre sono le cause.
Si sono volute colpire le élite. Dare una risposta a sollecitazioni popolari, ritenendo che un problema complesso potesse in tal modo trovare una facile soluzione. Sono atteggiamenti che devono essere attentamente valutati, anche alla luce delle più recenti analisi della scienza politica sul populismo.
L’attenzione alle richieste, istanze, bisogni, desideri, inconvenienti denunciati dai cittadini nelle forme più diverse è un dovere della politica. È il modo di rapportarsi a queste sollecitazioni che differenzia il populismo dai movimenti politici tradizionali.
Per i populisti la politica è semplice; i problemi sollevati dal popolo sono facilmente risolubili; forze, gruppi di potere per il loro tornaconto ostacolano le semplici soluzioni che lo stesso popolo sollecita. Non corrisponde al vero che la gestione della cosa pubblica è complessa e richiede competenze specifiche e professionalità adeguate: affermarlo rappresenta un modo truffaldino per eludere le giuste richieste dei cittadini. Il popolo è sovrano e le sue decisioni debbono imporsi a qualsiasi struttura, organo che detiene un potere pubblico. Chi contrasta la volontà del popolo è il nemico del popolo.
La riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari è del tutto omogenea a questo modo vivere la politica. Se il Parlamento funziona male e non è capace di interpretare la volontà del popolo, lo si riduce nei suoi componenti; d’altronde questi sono espressione di gruppi lontani dai cittadini che si preoccupano solo di tutelare se stessi, continuando a lucrare del denaro pubblico. Se inoltre si considera la riduzione del numero dei deputati e dei senatori con le altre riforme proposte il quadro populista si consolida e si chiarifica ulteriormente: l’introduzione del vincolo di mandato e il referendum propositivo sono del tutto conseguenti a una tale visione.
Visione, questa populista, del tutto alternativa a quella propria di una politica riformistica. Anch’essa vuole essere sensibile alle istanze che emergono nella società, ma intende interpretarle e confrontarle con la complessità del reale per poter giungere a soluzioni effettivamente migliorative. La scelta populistica è fallimentare e non può ottenere risultati utili, proprio per il fatto che non è in grado di incidere e innovare situazioni articolate e condizionate da una pluralità di fattori. Dimostrazione ne sia la situazione italiana nel periodo in cui è stata governata dal primo movimento populista ideato da Silvio Berlusconi, Forza Italia; periodo nel quale i gravi problemi che condizionavano il nostro paese non solo non sono stati risolti, ma si sono aggravati al punto di dover ricorrere a un governo tecnico di salute pubblica.
Non so e non credo che nessuno sappia se ci stiamo avviando a un’epoca populista, come sembrano ritenere alcuni studiosi come Yascha Mounk. Certamente le esperienze in atto in tante altre parti del mondo ci fanno fortemente dubitare che un tale modo di operare, e le conseguenti forme di riduzione degli spazi di democrazia o delle libertà individuali, siano un assetto possibile – se non necessario – per la nostra epoca caratterizzata da evoluzioni tecnologiche accelerate, dal non governo dei diversi momenti della globalizzazione, dall’ingiusta distribuzione della ricchezza, dalla riduzione del cittadino a consumatore e da altri nodi problematici di difficile soluzione.
Mi auguro che non sia questa la naturale evoluzione della nostra società, ma mi chiedo anche come gruppi politici che sicuramente la rifiutano abbiano potuto accettare la riforma in origine e oggi sostanzialmente condividerla, pur con la riserva mentale dei ‘correttivi’, che – tra l’altro – non incidono sui profili negativi che ho evidenziato, ma attengono ad aspetti marginali.
Mi auguro che sia dovuto alle carenze delle dirigenze partitiche e non invece a una tendenza evolutiva della nostra società. In ogni caso è una tendenza alla quale dobbiamo opporci, e tutte le forze politiche che seguono metodologie programmatiche e operative di segno opposto dovrebbero ritrovarsi per combattere una deriva molto pericolosa per la democrazia.
(* Costituzionalista, già sindaco di Genova)