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di MATTEO MUZIO *
Negli Stati Uniti il conflitto tra tutela ambientale e sfruttamento economico dei territori federali non è una novità. Ma le decisioni più recenti in materia di gestione delle terre pubbliche sotto l’attuale presidenza mostrano una tendenza sempre più chiara: la conservazione della fauna selvatica viene subordinata alle esigenze produttive, in particolare a quelle dell’allevamento commerciale. In questo quadro, lo spostamento forzato delle mandrie di bisonti da aree federali per fare spazio al bestiame non appare come un episodio isolato, bensì come un segnale politico preciso.
Con il ritorno al potere di Trump l’architettura normativa che aveva garantito un equilibrio tra uso economico e tutela ambientale è stata progressivamente allentata. La nuova impostazione dell’Epa, l’ente federale per la protezione dell’ambiente fondata da Richard Nixon nel 1971, sotto la guida dell’ex deputato Lee Zeldin ha privilegiato una lettura più flessibile delle regole, riducendo il peso del principio di precauzione e rafforzando il margine decisionale degli interessi agricoli e zootecnici. I terreni federali, da bene pubblico da preservare, tornano così a essere considerati soprattutto come risorsa da ottimizzare.
È in questo contesto che il caso dei bisonti assume un valore che va oltre la singola decisione amministrativa.
Apriamo una parentesi storica.
Alla fine dell’Ottocento i bisonti nordamericani erano stati ridotti a poche centinaia di esemplari. Lo sterminio non fu solo il risultato di una caccia indiscriminata, ma anche uno strumento politico: eliminare il bisonte significava colpire alla radice le popolazioni native delle Grandi Pianure, private della loro principale fonte di sostentamento materiale e simbolico.
Il recupero della specie nel corso del Novecento è stato uno dei successi più significativi dell’ambientalismo americano. Parchi nazionali, riserve federali e programmi tribali hanno consentito una lenta ripresa numerica, trasformando il bisonte da animale sull’orlo dell’estinzione a simbolo di resilienza ecologica e culturale. Ma questa rinascita non ha mai significato autonomia piena: la sopravvivenza del bisonte resta legata alla protezione degli habitat e a scelte politiche favorevoli.
La crescita dei numeri, spesso citata per minimizzare le preoccupazioni, nasconde una realtà più complessa: gli spazi disponibili sono limitati, frammentati e costantemente sotto pressione.
Le recenti decisioni di ridurre la presenza dei bisonti su terreni federali rispondono a una logica dichiarata di efficienza: prevenzione delle malattie, riduzione della competizione per il pascolo, tutela della produttività del bestiame domestico. Tuttavia, l’effetto concreto è una compressione ulteriore degli habitat naturali e un indebolimento dei programmi di conservazione.
Per le comunità native coinvolte, il bisonte non è soltanto una specie protetta, ma un elemento centrale di identità, economia e spiritualità. Limitare l’accesso ai territori significa incidere direttamente su percorsi di autonomia costruiti con fatica negli ultimi decenni.
È qui che il paragone storico con le Highlands Clearances scozzesi si rafforza. Il riferimento è a un episodio della storia britannica,quando a partire dalla metà del Settecento il governo inglese decise di sfrattare la popolazione locale, ostile al dominio Londra, per sostituirla con l’allevamento delle pecore dei latifondisti fedeli alla corona. Al di là delle differenze, è un’analogia strutturale: in entrambi i casi una razionalizzazione economica imposta dall’alto giustifica l’espulsione di soggetti considerati incompatibili con un nuovo modello produttivo. Non serve la violenza aperta: basta una decisione amministrativa
Il caso dei bisonti potrebbe apparire marginale rispetto ai grandi dossier ambientali globali. Proprio per questo è rivelatore.
Quando la fauna selvatica diventa un intralcio e la tutela ambientale una concessione revocabile, il rischio è la perdita di una specie iconica, ma anche lo smantellamento graduale di un’idea di bene pubblico costruita in oltre un secolo. Le conseguenze, come spesso accade, emergeranno solo quando sarà troppo tardi.
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)