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Giovedì 18 giugno 2026 - Numero 431

Paesaggio e toponomastica. Chiavari, un toponimo mobile: le Saline

Il riferimento più antico è contenuto in un atto notarile per l’affitto di una proprietà: il 24 luglio del 1377
Il rito dell'arbanella con le acciughe salate è proprio di questo periodo dell'anno
Il rito dell'arbanella con le acciughe salate è proprio di questo periodo dell'anno
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di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *

La diffusione del sale nel nostro territorio inizia sin dalle più antiche presenze umane; l’esistenza della comunità dell’età del Ferro in quella che sarebbe diventata Chiavari ci indica alcune delle motivazioni dell’insediamento in quel luogo: la prima è la disponibilità d’acqua dolce, la seconda è la facilità di ricavare sale marino.

A questo riguardo studi recenti hanno ipotizzato che lo strato su cui poggia la necropoli, il così detto cocciopesto, appartenente all’ultima età del Bronzo ( circa IX sec. a.C.), potrebbe essere fatto risalire a contenitori per la bollitura dell’acqua marina per la preparazione di salamoie e sale. Quest’ultimo prezioso e indispensabile elemento poteva essere prodotto per evaporazione termica, o raccolto nelle scogliere ancora oggi denominate “Gruppu da Sâ”. Questa scogliera è caratterizzata da infiniti anfratti colmati dalle acque durante le mareggiate. Il successivo irraggiamento solare le fa evaporare depositando il sale nelle nicchie degli scogli. Questa zona, ai piedi dell’attuale collina delle Grazie, era l’antica cava di trovanti utilizzati per la costruzione delle tombe della necropoli preromana, e probabilmente la comunità conosceva e utilizzava i depositi naturali di sale. 

A Chiavari è presente un toponimo che indica questa attività di estrazione del sale, il cui riferimento più antico è contenuto in un atto notarile per l’affitto di una proprietà: il 24 luglio 1377 Nicola Rivarola cede in locazione a tale “Franceschiello di Novi ora abitante in Chiavari, un orto nella località le Saline”. Un altro riferimento si trova nel rilievo di Matteo Vinzoni, realizzato nel 1758 su mandato del Magistrato di Sanità: è qui rilevabile la “Guardia delle Saline”, una costruzione in pietra e malta posta subito dopo la guardia degli “Scogli”, a servizio di un posto di controllo durante le epidemie. 

Per avere un riferimento contemporaneo, possiamo rilevarlo nella zona tra l’attuale Colonia Fara e la piazza dei Pescatori, dato contenuto nelle regie patenti per la prima costruzione dei cantieri navali. Ancora nel 1816, in una carta militare del Regno di Sardegna, il toponimo delle “Saline” è collocato decisamente più ad est, quasi in prossimità del corso del Rupinaro. Oggi l’indicazione è ulteriormente traslata: Vico delle “Saline” è una traversa di via Prandina, qui dal 1967 la chiesa parrocchiale riporta l’indicazione delle Saline, questa viabilità si trova in asse con l’attuale via dei Botto, un tempo via Salina.

Penso l’uso del termine possa indicare non tanto un impianto tradizionale, con vasche di decantazione e successiva evaporazione, ma una zona in cui il sale era prodotto tramite ebollizione dell’acqua marina e la successiva raccolta del precipitato asciutto.

Anche a Rapallo è presente, nella zona di ponente, la vecchia Porta delle Saline. In quell’area e fuori dal borgo fortificato si trovava l’area per la produzione del sale; la pratica era in concessione alla famiglia genovese dei Doria. Anche in questo caso possiamo fare ricorso alle cartografie per verificarne il posizionamento, nella stessa raccolta del Vinzoni per il Magistrato di Sanità, individuiamo la “Guardia delle Saline”, nella spiaggia antistante l’omonima porta sopra descritta. Il sale era un bene strategico per il Dominio della Repubblica di Genova, che ne controllava il commercio nel Mediterraneo Occidentale, affidava alla Casa di San Giorgio il prelievo fiscale e la logistica, controllava e seguiva la tracciabilità richiedendo i dati dei diversi addetti. Ciascuna pratica riportava il nome del mulattiere incaricato del trasporto, oppure il nome del patrone della barca se il prodotto era trasferito via mare. 

La documentazione si occupa anche delle attività illecite, tra cui il contrabbando, in particolare lungo le ‘vie del sale’, un termine che indicava i tragitti appenninici che collegavano la costa e il territorio genovese con le comunità interne dove il sale era richiesto in grandi quantità. Le “Vie del sale” costituiscono questi percorsi e sono indicate a seconda delle aree da rifornire: le vie emiliane, quelle tosco-emiliane, le piemontesi e nell’estremo ponente quelle alpine. 

Nel Tigullio, superato il primo appennino (“i Munti”), si attraversava la Fontanabuona e si proseguiva dai diversi accessi alle aree montane più profonde: verso la zona di Lumarzo il passo della Scoffera, da Roccatagliata di Neirone il passo del Portello, da Favale la Scoglina, con possibilità di proseguire verso Barbagelata o Ventarola. Nella valle dello Sturla, proseguendo dopo Borzonasca, si raggiungeva il Bozzale e passo Rocche, oppure da Mezzanego si proseguiva verso il Bocco. In valle Graveglia, attraversando il territorio di Ne, si superava Arzeno e si giungeva al passo del Biscia. Da Sestri si risaliva il primo versante appenninico da Velva e si apriva la valle del Vara, da Varese Ligure si risaliva verso il passo di Centocroci. Erano vie consolidate da secoli di commerci, e presso i valichi sono ancora presenti edifici doganali che controllavano i traffici e le illegalità, ma il contrabbando del sale sapeva come superarli: si seguivano precise varianti e depositi per trasbordi e per aggirare le verifiche di dogana. 

Il sale poteva generare un buon consenso politico, come si poté rilevare la mattina del 13 febbraio 1848, quando nel Tigullio fu affisso un manifesto in cui Carlo Alberto prometteva lo statuto, anticipava il numero degli articoli e i principi, ma soprattutto abbassava il prezzo del sale portandolo a 30 centesimi al chilo.

Ancora oggi, nei mesi di buoni, la tradizione indica che dai giorni successivi a San Pietro sino a metà luglio si salano le acciughe. L’arbanella e quel pugno di sale sono la preziosa traccia che ci porta molto lontano, a scoprire un toponimo mobile, capace di compiere tragitti lunghissimi, spesso scomparsi nel tempo.

(* storico e studioso delle tradizioni locali)

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