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Giovedì 3 settembre 2026 - Numero 442

L’Odissea di Nolan: uno straordinario spettacolo sensoriale, che coinvolge ma non convince

Il film appare vicino alle atmosfere di una saga nordica, con immagini ossianiche nella visita all’Ade e nei colloqui con i trapassati
The Odyssey, il kolossal di Christopher Nolan uscito nelle sale cinematografiche
The Odyssey, il kolossal di Christopher Nolan uscito nelle sale cinematografiche
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di DANIELE LAZZARIN *

Accolto per settimane, in questa torrida estate, da un eccezionale successo di pubblico, che ampiamente compensa i 250 milioni di dollari dei costi di produzione, l’Odissea (The Odyssey) di Nolan sta diventando un fenomeno mediatico che forse lascia intendere quale può essere il futuro del cinema nelle sale. Il film è stato girato interamente in pellicola IMAX 70mm analogica, che consente effetti visivi dettagliatissimi, con primi piani di estrema naturalezza sui combattimenti come sui volti degli interpreti, che non escludono  contemporaneamente una visione fuori campo: la proiezione a grandi dimensioni consente allo spettatore una full immersion, a cui concorre l’accompagnamento musicale curato da Ludwig Göranssonn, particolarmente pervasivo e martellante come in Oppenheimer, che penetra fisicamente nel pubblico quasi stimolando il battito cardiaco nei momenti di maggior emozione.

Come sappiamo, pochissime sono in Europa le sale attrezzate per la proiezione con il sistema analogico, ma si stanno diffondendo anche vicino a noi le sale allestite per la proiezione IMAX in digitale, che consentono di avvicinarsi molto a questa esperienza. Il grande spettacolo sensoriale si coglie parzialmente anche nelle numerose sale comunemente attrezzate, dove il film continua ad essere programmato, sovente con un “tutto esaurito”. Ma a questo punto è lecito chiedersi quali siano le reali ragioni del successo del film di Nolan, salutato dai primi entusiastici commenti come monumentale e addirittura “infinito”.

Nolan da tempo progettava l’adattamento del poema omerico, dopo che anni fa gli era sfuggita la realizzazione del colossal epico Troy, diretto infine da Wolfgang Petersen, che riuscì a ridurre (liberamente, si intende) le vicende dell’Iliade omerica a un discutibile polpettone pseudostorico e sentimentale. Con ben altro esito allora il regista britannico si dedicò alla realizzazione di Batman Begins e alla relativa trilogia del “cavaliere oscuro”, divenuta iconica tanto da farcene riconoscere l’impronta anche in The Odyssey, dove Agamennone appare, perfino nel regno dei morti, perennemente mascherato da un’armatura certamente non micenea.

Per la realizzazione del suo adattamento dell’Odissea omerica, Nolan ha fatto più volte riferimento alla traduzione inglese, popolare sebbene in pentametri giambici, della classicista Emily Wilson, la quale, in una recente recensione sulla London Review Of Books, ha ringraziato il regista, ma non ha risparmiato critiche al suo film, forse le prime, subito riprese dopo gli elogi anche dalla nostra stampa. Già il titolo dell’articolo, “An Uncomplicated Man”, mette in rilievo la semplificazione della personalità di “quell’uom dí multiforme ingegno”, le cui fatiche e imprese il poeta chiedeva alla Musa di cantare; in effetti l’Ulisse di Nolan (Matt Damon) appare un eroe saggio, ma non particolarmente ingegnoso, neppure tecnicamente, e tantomeno astuto e abile nell’uso della parola: non vi è traccia del dialogo con cui inganna Polifemo, ricostruito come un gigante robotico (dato che il regista non usa quasi mai effetti speciali digitali) sull’immagine di “Saturno che divora i suoi figli” del Goya, con notevole effetto horror grazie anche al realismo di luci, ombre e movimenti. Altre sono, come vedremo, le qualità e le inclinazioni psicologiche attribuite a Ulisse da Nolan, sceneggiatore oltre che regista, ma non altrettanto da Omero. Del resto giudicheremo la riuscita dell’adattamento cinematografico di un’opera letteraria indipendentemente dalla fedeltà all’originale, bensì considerando l’intima coerenza e originalità estetica e ideologica del risultato: è in questo che The Odyssey presta il fianco a critiche anche radicali.

Resta inevitabile il confronto con l’opera omerica, che si potrebbe definire con le parole di Heine “il poema delle avventure e della nostalgia, antico e pur sempre nuovo: nelle sue pagine mormora il mare”. L’Odissea è il modello di ogni romanzo d’avventura della cultura occidentale, il “racconto dei racconti”, e innumerevoli sono le opere cinematografiche che dalla sua “fabula” hanno tratto avvio, con intrecci e sviluppi originali e inaspettati; basti ricordare 2001: Odissea nello spazio, vero trattato filosofico nel Cinema, di Stanley Kubrick, autore di cui Nolan è stato spesso, a torto o a ragione, considerato il continuatore. La sua consueta abilità nel creare strutturalmente labirinti spaziotemporali poteva trovare ampi spunti nel poema omerico, ma Nolan preferisce procedere con il suo consueto ritmo di immagini incalzante e discontinuo, con brevi sequenze narrative spesso quasi prive di dialoghi, mantenendo però sostanzialmente una linearità narrativa che quasi contrasta con l’intreccio dell’Odissea, dove buona parte del racconto si svolge in flashback. In Memento, secondo lungometraggio dell’autore, il tema della memoria, o meglio della sua assenza o intermittenza, dava invece luogo a una continua scomposizione e ricomposizione della vicenda, con effetti anche metacinematografici sul montaggio; in The Odyssey la narrazione procede semplicemente man mano che Ulisse riacquista la memoria, dopo sette anni di dorata prigionia nell’isola di Calipso (interpretata da una fascinosa ma statica Charlize Theron), dove la ninfa gli procura l’oblio cibandolo con fiori di loto (con riferimento indiretto all’incontro con i Lotofagi nel poema), cercando di far dimenticare all’eroe la patria e la moglie: l’Odissea è un “nóstos”, cioè la storia di un ritorno, e il sentimento della nostalgia è cantato da Omero e permea anche il personaggio di Ulisse in Nolan, rendendo toccanti momenti e ricordi come quello del distacco da Penelope, una delle figure più convincenti del film, grazie anche alla splendida interpretazione di Anne Hathaway.

Tuttavia, proprio nella caratterizzazione dei personaggi femminili il film rivela un altro punto debole, considerando che l’Odissea, diversamente dall’Iliade, composta probabilmente circa un secolo prima, ritrae una società in trasformazione (quella contemporanea più che quella micenea), dove la donna acquista un rilievo prima impensabile, e crea archetipi del femminile poi ricorrenti nella letteratura. Circe, maga e maliarda, che rappresenta la natura madre e presso cui, dopo averne sciolto gli incantesimi, Ulisse trascorre un anno apprendendo come procedere nel suo viaggio, è ridotta a una fattucchiera malinconica e solitaria, che vive in una dimora diroccata e trasforma in porci i compagni dell’eroe dopo averli cibati con una sorta di carne sintetica (anche qui una componente addirittura splatter). Scialba e dolente è pure la rappresentazione di Calipso, che come indica in greco il suo nome dovrebbe rappresentare la protezione materna che nasconde e isola nel suo grembo, come lei fa con Ulisse nella sua mitica e paradisiaca Ogigia.

Rivisitati con maggior efficacia sono invece i personaggi di Elena e Clitemnestra (quest’ultima non presente direttamente nel poema), entrambi interpretati dall’attrice di origine keniota Lupita Nyong’o: la scelta nel casting di attori di colore per ruoli di prestigio non ha mancato di sollevare rumors, come se gli epiteti (“dalle bianche braccia”…) presenti nel linguaggio formulario omerico avessero una connotazione razziale e come se il Cinema non si fosse mai preso, spesso in senso inverso, certe libertà. Nolan ha invece operato una scelta funzionale al suo intento di rappresentare una Elena offesa, sfregiata nel volto, contesa come un oggetto, ricordando come in 12 anni schiavo di Steve McQueen Lupita Nyong’o interpretasse una schiava abusata e privata di ogni dignità. Clitemnestra, a sua volta, anche se come moglie infedele viene contrapposta a Penelope, è donna ferita nell’amore materno dalle ambizioni di Agamennone, che ha sacrificato la figlia Ifigenia per consentire la partenza della spedizione contro Troia. L’idea di un “femminismo” di Nolan in questo film, da qualcuno avanzata, potrebbe essere corroborata dalla figura di Penelope, che dietro la sua grata e accanto alla sua tela osserva vedendo anche ciò che gli altri non vedono. Lascia tuttavia sconcertati l’assenza nel film del personaggio femminile poeticamente più bello dell’Odissea, Nausicaa, così come della terra beata dei Feaci, dove i valori della xenìa, dell’ospitalità sacra a Zeus, vengono rispettati, sfidando l’ira di Poseidone per aiutare Ulisse a ritornare a Itaca. Fra l’altro è proprio presso i Feaci che l’eroe racconta in retrospettiva le sue travagliate vicende.

Si tratta di un’assenza, questa dell’isola felice dei Feaci, significativa. Infatti The Odyssey assume spesso i toni cupi della tragedia e sembra rappresentare un mondo vicino a crollare, minacciato da fantomatici “popoli del mare” (Nolan riprende confusamente dati storici e cronologici che riguardano diversamente la civiltà micenea e l’età omerica), di cui solo alla fine si sveleranno l’identità e la natura. Ulisse, come reduce di guerra, sembra soffrire di un disturbo post-traumatico ed è perseguitato dal senso di colpa per la perdita dei compagni, per il suo inganno del cavallo e per la distruzione della civiltà di Troia. Come personaggio ricorda intimamente Oppenheimer, pervaso da sensi di colpa dopo il Trinity test, piuttosto che l’eroe omerico. Tutto questo non gli impedisce, dopo aver fatto risuonare la corda del suo arco, dando così inizio a una scena memorabile, di far fuori (con grande partecipazione emotiva del pubblico) tutti i Proci, i pretendenti di Penelope, e di vendicarsi del più arrogante, Antinoo, il villain interpretato con recitazione ironica da Robert Pattinson. Ulisse coglie anche l’occasione per vendicare Sinone (Elliot Page), personaggio tratto dall’Eneide ma riconnotato, rendendolo vittima della guerra e giovane eroe antitetico rispetto alla viltà di Antinoo. Alla fine il messaggio pacifista dell’autore non convince del tutto e sembrano piuttosto rispettati i canoni di una vicenda epica d’azione.

Del resto il film appare vicino alle atmosfere di una saga nordica, con immagini ossianiche nella visita all’Ade e nei colloqui con i trapassati, non discostandosi molto dai più celebrati capolavori del fantasy. Il mare “che molto risuona”, teatro maestoso e in qualche misura armonicamente superiore delle avventure di Odisseo, è quasi sempre cupo, minaccioso e tempestoso; di omerico ha forse solo il “colore del vino”. Il canto delle Sirene rimanda alla malinconia di ciò che si è perduto, alle promesse non mantenute, a ciò che si desidera e non si può avere. Atena è l’unica divinità che si manifesta, nei panni della sacerdotessa del suo tempio distrutto a Troia, accompagnando l’eroe come presenza eterea e discreta, grazie anche all’interpretazione dí Zendaya (altra attrice afroamericana), guidandolo e rendendolo consapevole delle sue colpe. Gli altri dei si manifestano solo attraverso i fenomeni atmosferici, come il tuono o il mare infuriato che rivela l’ira di Poseidone. Le riprese sono state effettuate in Grecia, nelle isole Eolie ed Egadi, in Sicilia e nel Lazio, ma anche in Islanda, Scozia, Marocco e, specificamente, nel Sahara Occidentale, nella terra dei Sahrawi sotto occupazione marocchina (il che non ha mancato di sollevare polemiche), ma gli effetti luminosi non sono mai “mediterranei” e la solarità intensa si accompagna a un clima allucinatorio.

In un mondo in rovina sembrano solo salvarsi gli affetti più intimi e l’amore coniugale, ma è assente il magnifico episodio in cui Ulisse dà prova a  Penelope della sua identità ricordando come dal tronco di un ulivo secolare radicato nel terreno abbia intagliato il loro talamo nuziale. Insomma, Nolan, regista britannico e americano, non sembra aver tratto al meglio dall’Odissea neppure ciò che avrebbe potuto corroborare il messaggio, peraltro convenzionale soprattutto nel cinema di Hollywood, di cui il suo film si fa portatore, trattando con un certo manierismo anche i temi del tramonto di una civiltà che si autodistrugge e dell’aspirazione alla pace. Vi è però grande spettacolo (di genere), con momenti di commozione e poesia, ma manca la profondità di pensiero.

Forse non per caso neppure il finale (a sorpresa) del film lascia spazio all’immagine, omerica e posteriore a Omero, di Ulisse come eroe dell’intelligenza, della grandezza umana e del pensiero.

(* docente di cinematografia e di linguaggio cinematografico)

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