di SABINA CROCE
Tutti parlano dell’Odissea di Christopher Nolan, e il film è già un successo anche solo per questo. Da settimane siamo invasi da commenti di ogni genere, dai più titolati ai più ignoranti. Tanto parlare ha smosso in me ricordi lontani, e mi ha rituffato in una storia che affonda le radici nella mia infanzia. A tutti sembrano dare gran fastidio i commenti saputelli di ‘quelli che hanno fatto il classico’, e posso capirlo. Ma io l’Odissea non l’ho conosciuta al liceo: io ce l’ho dentro da molto prima.
Sono stata una bambina fortunata. Avida di storie, non ne avevo mai abbastanza, non smettevo di chiederne a chiunque volesse darmi retta. Ho avuto la fortuna di un papà che la sera aveva voglia di spendere del tempo con me, e che, avendo poca dimestichezza con fate e principesse, mi raccontava le storie che conosceva meglio: quelle dei miti greci.
Le mie storie della buona notte erano quelle di Dedalo geniale inventore, e di Icaro suo figlio che per incoscienza e superbia volò troppo vicino al sole e ne morì; di Persefone rapita negli inferi e di come ritorni ogni anno a scaldare la terra e gli uomini per l’amore di sua madre e la pietà di Ade; di Crono che divorava i suoi figli; del Minotauro, di Giasone e della conquista del vello d’oro, del giudizio di Paride tra le tre dee vanitose.
Ma le storie che preferivo erano quelle che riguardavano Ulisse, così lo chiamava mio padre, alla maniera latina. Ulisse era il più astuto, il più intelligente degli uomini, era il prediletto di una dea che era come lui: la potente Atena dagli occhi di ghiaccio, dea dell’intelligenza, nata da un mal di testa di Zeus, sagace e prudente, all’occorrenza ingannatrice, a volte tremenda. Atena, come Ulisse, era depositaria della métis, la sapienza applicata alle situazioni concrete, alle cose della vita degli uomini, come l’artigianato e la guerra, l’agricoltura e la navigazione. Mi piaceva infinitamente anche lei.
Le storie di Ulisse mio padre me le raccontò una alla volta, per episodi, nell’ordine in cui gli venivano in mente, immagino; e poi su richiesta me le ripeté infinite volte, come pretendono i bambini. Ricordo ancora le sue mani mimare quelle di Polifemo che tastano i dorsi dei montoni, mentre io mi immaginavo appesa come Ulisse alla pancia di uno di loro uscire dal fetore della grotta del ciclope. Ricordo il brivido di orrore al racconto dei compagni di Ulisse sbattuti a terra, dei cervelli sfracellati (diceva proprio così, allora non si aveva tanto riguardo per i sentimenti dei bambini, e forse non era un male) del pasto bestiale del Ciclope. Ricordo come approvavo quando Ulisse diceva ai compagni che gli proponevano di uccidere il mostro nel sonno: non possiamo farlo, non potremmo mai spostare il masso enorme che chiude la grotta. Ci serve vivo.
Ho ancora nella mente il gusto che provavo nell’ascoltare la preparazione del piano di fuga, la scelta del tronco, di come questo fu appuntito a dovere ed arrostito sulle braci del fuoco, lo sfrigolare del palo conficcato nell’occhio del gigante, la fuga sotto i montoni legati a tre a tre, le dita di Polifemo che frugano il vello delle bestie ma non arrivano a trovare gli uomini nascosti al di sotto. L’uscita nella luce, la salvezza vicina.
E l’esaltazione provata nel momento in cui Ulisse inganna il ciclope dicendogli ‘il mio nome è Nessuno’: mossa geniale che impedisce al mostro di ricevere aiuto. Per poi rovinare tutto, una volta preso il mare, in un folle momento di superbia e di orgoglio, così raro in un uomo tanto accorto, e così fatale: perché proprio da qui iniziano le sciagure di Ulisse, perseguitato da Poseidone, padre del ciclope, determinato ad impedirgli il ritorno ‘… adesso però dormi, andiamo avanti domani’.
E poi magari l’indomani era il tempo di un’altra storia. Di come Ulisse tornato in patria protetto da Atena e da lei trasformato in mendicante non permetta a nessuno di riconoscerlo. Ulisse è diffidente (ne ha viste tante, e tante ne ha fatte lui stesso) e teme le insidie del ritorno. Ma c’è chi lo riconosce al di là delle fattezze alterate, grazie ad un amore che non conosce l’inganno: il suo cane Argo, cucciolo quando lui è partito e invecchiato nell’interminabile attesa del padrone; Argo, steso sul letame, coperto di zecche, freme per un attimo nel saluto ad Ulisse e poi ‘la morte buia’ scende su di lui. Quante lacrime per il cane Argo! Nonostante la sofferenza che la storia mi procurava, me la feci raccontare infinite volte.
E quando la nutrice Euriclea riconosce, nel lavarlo, la forma di una cicatrice che Ulisse si procurò da ragazzo, quella cicatrice me la sentivo anche io sotto le dita. Riconoscimenti dei sensi e del cuore, da cui Ulisse a malincuore rifugge: non devono rovinare la sua vendetta, che sarà perfetta e terribile.
E quando la vendetta è compiuta, il riconoscimento tra lui e la saggia ed accorta Penelope è invece tutto di testa. Che delizia sentirlo raccontare e ripetere, questo duello di astuzie, di inganni e tranelli reciproci! Lei troppe volte ha creduto al ritorno dell’eroe, lui teme che la moglie non gli sia stata fedele nell’attesa. E così i due si tendono trappole a vicenda, si impediscono di abbandonarsi alla gioia del riconoscimento. Quando Penelope tira fuori l’ultima astuzia e propone di far portare fuori il suo letto nuziale, Ulisse sbotta: il loro letto nuziale lo aveva costruito lui stesso, ricavandolo dal tronco di un ulivo enorme! Deve essere ancora lì, trattenuto al suolo dalle radici antichissime! Penelope non ha più dubbi, solo Ulisse poteva conoscere questo dettaglio così intimo. I due si ricongiungono, solo dopo essersi sfidati a chi è più scaltro e più prudente. Questa faccenda del letto mi rimase a lungo oscura (un letto su un albero, mah??) ma presi sempre per buono l’artificio del riconoscimento, che ogni volta mi procurava piacere.
Così, episodio dopo episodio, raccontati un po’ alla rinfusa, forse ebbi la fortuna di poter comporre nella mente, come coloro che un tempo ascoltavano gli aedi, il ritratto di Ulisse il polimorfo. L’uomo dai mille volti, dalle mille abilità; l’uomo ‘rivolto ad ogni cosa’, capace di districarsi con le sue forze dalle situazioni più complesse, di affascinare con la forza della parola, di mentire e di ingannare, ma anche di occuparsi dei compagni e di piangerli amaramente (quando invece non li abbandonava); l’uomo che per curiosità e bisogno di sapere si spinge fin dove non dovrebbe, ma poi piange dal desiderio di tornare a casa: al suo palazzo dalle sale ‘ben costruite’, ai bauli ordinati colmi di bei tessuti e di abiti splendidi, alla cura dei beni e della famiglia, a tutto ciò che le mani umane costruiscono con competenza e fatica. Tanto lo desidera, da rinunciare alle lusinghe dell’immortalità e alla vita perfetta del ‘mondo di mezzo’ dei Feaci per rimanere umano.
Ulisse è l’uomo occidentale allo stato nascente, solo di fronte al mondo e a quanto di buono e di terribile ha da offrirgli, l’uomo/individuo capace di fare delle scelte e di pagarne il prezzo.
Poi un giorno, facevo le elementari, mio padre tornò a casa con un libretto cartonato che raccontava la storia completa di Ulisse. Si chiamava ‘Il paziente Odisseo’ ed era scritto da Gherardo Ugolini. Finalmente avevo la storia completa: dopo aver conosciuto le storie degli aedi, avevo un ‘Omero’ che le aveva cucite insieme per me. Quel libro mi ha accompagnato per anni, l’ho squinternato, consumato ai bordi, strappato qua e là, macchiato di marmellata, dentifricio, lacrime. È venuto con me in tutti i miei successivi traslochi e ancora vive in casa mia.
Sulle pagine di questo libro mi si aprì il racconto nella sua compiutezza, con la parte finale dedicata al ritorno ad Itaca e alla vendetta sui Proci. Qui ho capito perché Ulisse viene definito ‘il paziente Odisseo’: il ritorno a casa è preparato con estrema cura, l’avvicinamento al palazzo contempla una serie di passi esplorativi, di conoscenza di chi è stato leale e di chi invece ha svenduto il padrone. E poi, in una lunghissima, emozionante sequenza di eventi si snoda il racconto delle angherie e dei soprusi dei Proci su Ulisse in veste di mendicante straccione, sui suoi servi fedeli, su Telemaco creduto impotente ed imbelle.
La pazienza di Ulisse nel sopportare le prepotenze fisiche e morali dei Proci sembra non avere fine. Ulisse patisce, e pazienta. E intanto il lettore accumula motivi di odio nei confronti dei Proci, in misura speculare all’esaltazione che proverà davanti al trionfo dell’eroe e alla sua vendetta sterminatrice. A partire dall’arco teso senza sforzo e dalla freccia che infila i dodici anelli delle scuri, al momento rivelatore dell’identità di Ulisse che i Proci obnubilati tardano a riconoscere, alla tremenda mattanza che segue è un crescendo di emozione e di esultanza libera e feroce in cui il lettore tiene per l’eroe senza riserva alcuna, e gioisce tanto della sua vittoria quanto del massacro dei ‘cattivi’.
Forse i Proci sono i primi villain della letteratura, certamente lo sono stati per me. Anche al cinema ne abbiamo poi visti tanti, cito a memoria dal mio misero patrimonio bio/cinematografico: ‘I magnifici sette’, ‘Armonica’, il personaggio di Charles Bronson in ‘C’era una volta il West’, e la sua vendetta su Henry Fonda, lo sceriffo di Nottingham, tanti film di Tarantino, e molti altri personaggi che ‘amerete odiare’.
Nell’Odissea forse per la prima volta nella nostra letteratura occidentale autore e pubblico insieme parteggiano per un eroe e gioiscono quando i suoi persecutori mordono la terra coi denti. L’eroe si è vendicato dei torti subiti e ha lottato per chi ama e per ciò che è suo. Gli dei sono con lui. Non c’è vergogna, non c’è senso di colpa in Ulisse.
Tutto questo nell’Odissea di Nolan non lo si trova. E non parlo dei dettagli, ma del senso dell’opera. Tutti possono rappresentare il personaggio di Ulisse a proprio piacimento, lo hanno fatto in tanti. Ma forse sarebbe stato meglio non chiamarla ‘Odissea’.