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Giovedì 16 luglio 2026 - Numero 435

L’odio ambientalista non porterà da nessuna parte

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di ANTONIO GOZZI

Il tema del cambiamento climatico e delle politiche e delle misure necessarie per preservare il pianeta per le future generazioni sarà la questione dei prossimi anni. 

Già da ora si stanno confrontando sull’argomento due opposte fazioni che mi ricordano tanto lo scontro che, sul tema del capitalismo, vide impegnata all’inizio del ‘900 la sinistra europea, tra un’impostazione riformista e gradualista poi sfociata nelle grandi conquiste del welfare socialdemocratico del secondo dopoguerra, e un’impostazione massimalista e rivoluzionaria che sfociò invece nei disastri e nelle tragedie dell’Unione Sovietica e dei suoi stati satelliti. 

Allo stesso modo, oggi sul tema del clima e della necessità di ‘decarbonizzare’ la nostra economia e i nostri stili di vita si confrontano filosofie e rimedi diversi ed opposti: da un lato, l’ambientalismo massimalista, estremo e catastrofista, urlato nei cortei, fatto di decrescita felice, di veganismo e di no-vax, che individua nell’industria, nella modernità, nella tecnologia i demoni da sconfiggere per ritornare ad una mitica età dell’oro, priva di inquinamento, senza capitalisti e senza imprese; dall’altro chi pensa che per preservare il futuro della specie umana non si possa che fare ricorso ad un approccio gradualista e di lungo periodo, che si deve avvalere, per raggiungere risultati reali, degli unici attori possibili di un vero cambiamento e di azioni concrete, e cioè delle imprese e di un capitalismo riformatore e tecnologico. 

Il prevalere di una o dell’altra impostazione sarà fondamentale ai fini della declinazione del Green New Deal che vedrà impegnata l’Europa e i paesi sviluppati nei prossimi anni. 

Speriamo che l’Unione Europea non ripeta sul tema ambientale gli errori compiuti negli ultimi trent’anni riguardo all’eccesso di finanziarizzazione, mercatismo e burocrazia che hanno improntato la sua azione, provocando reazioni, specie nelle fasce più deboli della popolazione, che hanno rischiato di gettarla nelle mani di populismi, sovranismi, nazionalismi di destra e di estrema destra. 

Non venga trasformata la sacrosanta battaglia contro il cambiamento climatico nell’ennesimo estremismo tecnocratico che nella sua ideologia del momento (l’ambientalismo appunto) non considera gli effetti provocati da misure improvvisate su imprese e lavoratori. 

I gilet gialli sono dietro la porta, pronti a scendere in piazza contro provvedimenti non sufficientemente spiegati e che, come le accise sui carburanti, colpiscono chi non ha i soldi per comprarsi un’auto elettrica o non dispone di mezzi pubblici per recarsi al lavoro. 

Le azioni contro il cambiamento climatico sono misure che vanno pianificate e applicate nel lungo periodo, perché devono affrontare problemi e livelli di complessità elevati e contraddizioni vere che non ammettono scorciatoie o semplificazioni. 

Come e dove si produrrà l’energia necessaria a bilanciare sistemi elettrici sempre più sbilanciati dalla crescita di fonti di energia rinnovabili e per definizione non programmabili, ma pur tuttavia obbligati a rifornire in maniera continua scuole, ospedali, fabbriche anche quando il sole non c’è e il vento neanche? 

Si dice: con batterie e sistemi di accumulo. Questi in verità oggi sono ancora economicamente lontani dall’equilibrio, e comunque richiedono, per essere costruiti, litio ed altri metalli nobili spesso reperibili solo con intensa attività mineraria, svolta soprattutto in Africa e in condizioni lavorative terribili. Spostare il problema in Africa per avere l’aria più pulita in Europa non è un modo corretto di  affrontare il problema. 

E poi: come coinvolgere i sistemi industriali manifatturieri nel risparmio energetico e nella decarbonizzazione senza comprometterne irreparabilmente i livelli produttivi ed occupazionali?

Come evitare che la nascita di comitati più o meno spontanei impediscano o ritardino la costruzione di grandi infrastrutture indispensabili, energetiche o meno (vedi TAV, TAP, Gronda, trivelle) senza le quali il Paese è condannato a perdere sempre più terreno nei confronti delle nazioni europee più attrezzate?

Queste domande richiedono risposte competenti e ponderate, un approccio non ideologico e catastrofista, una visione di futuro fatta di sviluppo e di tecnologia e non di decrescita più o meno felice. Se mai, di una crescita diversa e migliore. 

La speranza e la fiducia sono elementi fondamentali per la costruzione di questo domani migliore. L’odio e le invettive non hanno mai costruito niente. 

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