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Giovedì 16 luglio 2026 - Numero 435

Lo Stato dell’Unione di Trump è stato un comizio prolisso e noioso

Il discorso annuale del presidente, lungo come un film non troppo riuscito, ha accontentato solo i suoi fan, mentre il resto dell’America si sta stufando di lui
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il discorso sullo Stato dell'Unione
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il discorso sullo Stato dell'Unione
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

Quando si parla di Donald Trump, è inevitabile pensare a quanti rituali preziosi della democrazia americana ha distorto per renderli più confacenti al suo modo di approcciare la vita in generale: fastidioso e pacchiano.

Questo criterio si può applicare anche all’ultimo Stato dell’Unione: lunghissimo, sproloquiante e divisivo. Con un tema portante per oltre un’ora e quaranta: chi vuole difendere l’America sta con lui, chi si rifiuta sarà responsabile della sua rovina, come il suo arcinemico, costantemente evocato, Joe Biden, reso in modo caricaturale proprio ora che sembra condividerne, in modo aggravato, i segni di senilità. 

Difficile sapere come sarebbero andate le cose, in un’altra epoca, con un discorso così divisivo, dove di fatto ha accusato i democratici di saper vincere le elezioni solo “barando” e riaffermando che i repubblicani “non lo permetteranno”. Uno spettacolo sconfortante che però somiglia al discorso di insediamento e a qualsiasi altro comizio dove Trump ripete sempre la narrazione sull’Età dell’Oro americana e sulle nazioni del mondo che ora “rispettano” l’America, mentre dal 20 gennaio 2025 l’antiamericanismo ha raggiunto il massimo storico. 

Una sequela di bugie, accuse e lamentele malamente assortite come fosse un campionario di doglianze inframezzato da momenti di show, come la premiazione degli olimpionici statunitensi di Hockey su ghiaccio, usciti vincitori dalle Olimpiadi di Milano. Così come la strumentalizzazione di casi pietosi e indubbiamente strazianti come quello di Dalilah Coleman, bambina investita da un guidatore clandestino con una patente contraffatta, presente in aula e strumentalizzata in modo subdolo come a implicare che qualsiasi opposizione alle incursioni dell’Ice, di fatto, è indulgente con questi crimini. 

Più degno di nota il discorso fatto in risposta da parte democratica e affidato alla governatrice della Virginia fresca di elezione, che ha invitato i cittadini americani a chiedersi se Trump stia davvero combattendo per loro. La risposta, anche secondo i sondaggi, non è positiva: nonostante il 64% degli ascoltatori fosse repubblicano, sul totale del campione soltanto il 38% ne ha avuto un’immagine positiva. E del resto i prossimi mesi non si annunciano positivi al Congresso: la sua maggioranza alla Camera dei Rappresentanti è di fatto evaporata, tra ribelli divenuti strenui nemici come il già noto Thomas Massie del Kentucky e altri come Don Bacon, ex ufficiale militare che ha deciso di abbandonare il suo seggio in Nebraska.

Infine, c’è chi come il deputato Brian Fitzpatrick della Pennsylvania teme per il proprio futuro politico e deve dare mostra di indipendenza. La buona notizia è che quindi il margine per spingere verso una svolta pienamente illiberale si stringe e dal 31 gennaio, del resto, anche la temibile polizia antimigranti dell’Ice sta funzionando a ranghi ridotti a causa di un ostruzionismo democratico forte. Per citare infine un giudizio icastico del magazine Politico: Trump forse non si è autosabotato (i suoi militanti sono andati in sollucchero come sempre e nelle fila del mondo trumpista il dubbio non è ancora arrivato), ma non si è nemmeno aiutato. Qualsiasi cooperazione bipartisan ora è preclusa. E i democratici hanno tutto l’interesse a spingere il Trump Express verso il dirupo della stagflazione economica.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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