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di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS
Il nostro viaggio nella presidenza americana arriva al 1860. L’epoca dei Padri Fondatori è definitivamente alle spalle, interrotta dalla vittoria alle presidenziali del 1828 di Andrew Jackson, ex eroe di guerra e populista ante litteram, che ha introdotto nella politica americana il principio dello spoils system, che noi in Italia abbiamo tradotto con l’espressione “Manuale Cencelli”.
Il Paese è sempre più diviso ma stavolta non su questioni fiscali o di filosofia politica, ma su un tema stringente: può ancora esistere la schiavitù? Sopra una certa linea, gli Stati settentrionali hanno abbandonato la schiavitù proibendola sui loro territori mentre dalla Virginia in giù la “peculiare istituzione” non solo resiste, ma prospera.
Le previsioni di Thomas Jefferson sono fallite, anche grazie alla coltivazione del cotone negli stati del Profondo Sud intorno al delta del Mississippi. La produzione agricola dell’oro bianco è integrata nelle filiere industriali di Francia e Gran Bretagna, dove giunge attraverso il porto di New York ed è l’architrave economica del Sud.
Il “cotone è re”, dice durante una seduta il senatore del South Carolina James Hammond. Intorno ad esso prosperano banche, empori di beni di lusso e numerosi giornali. Oltreché naturalmente l’osceno commercio di uomini e donne. L’ideologia pubblica al Sud rafforza l’idea della necessità della schiavitù, definita dal pensatore politico John Calhoun quale “bene positivo”, e lo fa attraverso un’esplicita diffusione delle idee di suprematismo bianco, diventato onnipervasivo.
Al Nord un certo moralismo religioso condanna l’indegna pratica mentre al Sud si integra persino nella religione: per questo la chiesa battista si scinde in due tronconi. Fino alle elezioni del 1856, i democratici sono il partito naturale di governo grazie alla loro ambiguità sulla questione. Gli ultimi presidenti però sono deboli e inetti e nulla possono fare perché il seme della divisione germogli anche nel loro partito: la convention si scinde con due candidati.
Da un lato il vicepresidente in carica John Breckinridge, proveniente dal Kentucky che diffonde l’idea di una “nazionalizzazione della schiavitù”, dall’altra l’autorevole senatore Stephen Douglas, che mira a fermare i venti di secessione ad ogni costo. Già perché da qualche tempo c’è qualcuno, soprattutto in South Carolina, che ritiene che l’Unione sia una causa persa: meglio distaccarsi e fare una seconda rivoluzione, creando una repubblica schiavista e oligarchica, senza i partiti ritenuti ormai inadeguati.
Ecco che allora si crea un’occasione per un partito finora troppo radicale per vincere, i repubblicani, fondati da poco, nel 1854. Il loro programma è semplice: il lavoro deve essere libero. Per gli imprenditori, che devono poter gestire il loro business come meglio credono, ma anche per i dipendenti, che hanno diritto a buoni salari e posti di lavoro adeguati. E questo vale per tutti, anche per i neri.
Per questo pongono un programma radicale: la schiavitù deve essere confinata negli Stati del Sud. Ok, ma chi vince la convention di quell’anno? Il più improbabile dei candidati, un avvocato autodidatta dell’Illinois, deputato al Congresso per un solo biennio, con poca esperienza politica, lontano dai circoli che contano a Washington.
Ha una caratteristica però che gli fa conquistare i delegati: è un oratore eccezionale. In un’occasione, un suo discorso viene perduto perché i giornalisti accorsi al comizio smettono di prendere appunti, incantati dal suo carisma. Ed è proprio lui a diventare presidente, un quasi neofita della politica che nel 1858 aveva fallito l’elezione al Senato proprio contro quello Stephen Douglas e che oggi sconfigge malamente.
Per gli stati del Sud, anche quelli più moderati come Virginia e Georgia, è un segno inequivocabile: bisogna rompere. Si fondano gli Stati Confederati d’America. Siamo noi, dicono, gli eredi di Washington e Jefferson. E un nipote del terzo presidente infatti si arruola nelle giacche grigie, il colore delle uniformi sudiste. Per Lincoln è troppo: dopo che una milizia del South Carolina attacca un forte di proprietà del governo federale, è ora di darci un taglio. Servono i fondi per “sedare l’insurrezione”, così scrive il presidente ai leader del Congresso.
Douglas, in uno sfoggio di unità nazionale, va alla Casa Bianca per promettergli l’appoggio dei democratici contro il “progetto criminale” rappresentato dalla Secessione. Il senatore morirà qualche mese dopo, di tifo. La stampa non è tenera con il neopresidente: lo giudica inadeguato, incerto, incapace di trattare con il governo schiavista con capitale Richmond, in Virginia. Ma anche incapace di nominare i generali giusti per battere i sudisti.
Il primo prescelto, George McClellan, è un emulo di Napoleone ma solo a parole. Sotto la sua guida il Sud tiene benissimo testa alle sue truppe meglio equipaggiate. Anche perché il nuovo stato ha ben poche risorse industriali: soltanto una fonderia nella stessa capitale Richmond. Ma “il presidente più insultato della Storia” ha invece delle eccezionali capacità di leadership: sposta sempre più il piano del conflitto sul lato ideale. La guerra contro gli insorti diviene un proclama per liberare gli schiavi e portare gli Stati Uniti nel futuro: i nuovi americani, di origine tedesca e scandinava e spesso di idee socialiste, sono con lui.
Durante la guerra si fa strada un generale come lui, poco appariscente e noto più che altro per i suoi persistenti problemi di alcolismo: Ulysses Simpson Grant. È lui colui che sconfiggerà il campione dei confederati Robert Lee, primo della sua classe di graduati all’accademia di West Point e marito di una nipote di George Washington. Lincoln raggiunge questo eccezionale risultato sconfiggendo la Confederazione dopo quattro anni di guerra nel quale il morale al Nord non si è mai piegato, se non in episodi circoscritti come la rivolta anti reclutamento scatenata a New York, la più filosudista delle città dell’Unione.
Viene persino rieletto nel 1864 nelle uniche elezioni presidenziali dove si vota con una parte di paese in mano a un’entità nemica. Ma non si godrà questo risultato: un attore nostalgico della schiavitù lo uccide il 13 aprile del 1865 mentre è a teatro a Washington. La sua parabola si spezza senza che la sua opera sia compiuta: la schiavitù viene abolita per via costituzionale ma gli afroamericani non riescono a raggiungere l’uguaglianza vera e propria.
Dopo il 1876 comincia la restaurazione al Sud: la vecchia élite torna al potere. E il revisionismo storico della Lost Cause, la causa perduta, diviene patrimonio nazionale. La storica Heather Cox Richardson dice che per questo motivo è proprio il Sud ad aver vinto la guerra civile. Una provocazione, certo, ma che evidenzia come dopo la morte di Lincoln la liberazione razziale degli afroamericani sia rimasta incompiuta per oltre cento anni. Il risultato raggiunto da questo presidente “improvvisato” però è qualcosa di straordinario: le cancellerie europee vedevano ormai la fine di quello strano esperimento americano come prossima. Con lui invece l’Unione ne esce rafforzata, pronta per la seconda rivoluzione industriale che porrà le basi della superpotenza attuale.
Il “governo del popolo, per il popolo e dal popolo” non è morto ed è soprattutto grazie a lui, il rifondatore della nazione americana su nuove basi di libertà.