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Giovedì 9 luglio 2026 - Numero 434

L’igiene verbale di Venanzio Postiglione nel suo “Le Dieci Parole Tradite”

Il volume scritto dal vicedirettore del ‘Corriere della Sera’ e direttore di ‘7’ viene presentato alla Società Economica il 10 luglio alle 21 in un dialogo con il giornalista Matteo Muzio
Venanzio Postiglione, vicedirettore del 'Corriere della Sera' e direttore di '7', sarà ospite della Società Economica
Venanzio Postiglione, vicedirettore del 'Corriere della Sera' e direttore di '7', sarà ospite della Società Economica
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di MATTEO MUZIO

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti per bocca del suo alter ego Michele Apicella. Eppure, ogni giorno il loro significato viene distorto, snaturato. Tradito, insomma. È anche per tracciare un breve manuale di ecologia verbale che Venanzio Postiglione ha scritto “Le dieci parole tradite”, edito da Solferino, volume che verrà presentato presso il Giardino dei Lettori della Società Economica di Chiavari il 10 luglio alle ore 21.

L’autore, vicedirettore del Corriere della Sera e direttore di 7, ha cercato di riflettere su di esse, partendo, in ogni singolo capitolo, dall’originale greco. Talvolta, come nel caso della parola “Libertà”, fa un ulteriore lavoro di scavo. Verso le comuni radici indoeuropee. E le similitudini linguistiche sono impressionanti, così com’è preoccupante la distorsione di simili termini.

Certo, possono esistere delle differenze terminologiche: lo storico Eric Foner, ad esempio, ha scritto un libro intero chiamato “Storia della libertà americana” dove analizza le varie sfumature di questo concetto. In quest’epoca, però, la distorsione è smaccata e spesso con riflessi orwelliani: lo si vede, quotidianamente, nell’America di Donald Trump dove la libertà appare sempre di più come un privilegio di fazione e non come un bene primario e inalienabile, come più volte ribadito nella Costituzione degli Stati Uniti. 

Segno che c’è carenza di un’altra parola analizzata nel libro: la Misura. Uno dei pilastri del sistema politico statunitense, per decenni, è stato la capacità di funzionare tramite una serie di compromessi bipartisan tra le parti ragionevoli dei partiti che hanno sempre contenuto estremismi senza però conceder loro il controllo della cabina di pilotaggio. Fino ai ben noti eventi del 2016 con l’ascesa del trumpismo. La misura, la continenza, un tempo classificata come virtù, è diventata segno di compromesso, di viltà da parte di chi usa la volgarità come una clava, rendendosi così, a parole, il difensore di un popolo minuto che invece si vuole sottomettere. Così si può riassumere l’ascesa dei sovranismi di questo ultimo complicato quindicennio, se si vuole essere brutalmente sintetici. 

Ed eccoci qui alla Democrazia, perla ineguagliabile della civiltà greco-antica arrivata ai giorni nostri dopo secoli in cui era rimasta sepolta tra altri reperti archeologici. Eppure, i suoi problemi sono gli stessi di allora, così come lo sono stati ai tempi della repubblica fiorentina: la tirannia della maggioranza che conduce, ancora una volta, verso la soluzione autoritaria e depaupera i cittadini di questo potere fino a poco prima esercitato con poca convinzione. Ancora una volta tocca valicare l’Oceano e far riferimento a Benjamin Franklin: secondo un aneddoto, appena uscito dalla convention che aveva scritto la Costituzione americana, venne interpellato da una donna che gli chiese quale forma di governo sarebbe stata adottata da lì in avanti. Franklin rispose: “Una repubblica, se riuscite a mantenerla”. Era il 1787 e qualche anno più tardi la Francia mostrò quanto fosse difficile mantenere quella forma di governo, scegliendo di andare verso l’autoritarismo napoleonico. 

Sono dieci, le parole trattate da Postiglione come fossero piccole gemme preziose un po’ incrostate e consumate dal tempo e dal cattivo uso. Ce n’è una che forse è la più fragile e splendente di tutte, soprattutto per noi giornalisti: la Verità. Già si chiedeva Pilato cosa fosse la verità, mentre processava Gesù Cristo. E Oltreoceano Kellyanne Conway, una delle consulenti di Donald Trump, a gennaio 2017, difendendo l’indifendibile affermazione del suo datore di lavoro sulla sua inaugurazione quale “la più affollata di sempre” (veniva facilmente smentita dalle immagini che la confrontavano con quella di Barack Obama nel 2009) inaugurò il concetto di “fatti alternativi”. Una parcellizazione del Reale che rompe definitivamente le basi comuni della convivenza democratica. E attraverso la gestione opaca delle piattaforme social da parte degli oligarchi della Silicon Valley, è diventata quasi un bene di lusso, come affermato dal politologo ucraino Anton Shekhovtsov in un suo breve e inquietante saggio sulla svolta neo-reazionaria dei tycoon del Big Tech, passati in breve tempo dall’ossequiosa adesione all’ortodossia woke al trumpismo di convenienza.

Una riflessione corposa ma non indigesta che ci aiuta ad orientarci nel nostro presente per igienizzare il nostro linguaggio e difenderci dalle manipolazioni. Una discussione che continuerà il 10 luglio alle 21 nel Giardino dei Lettori in Via Ravaschieri 15 a Chiavari.

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