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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

La senescenza della classe politica americana e lo strapotere degli staff nel frenare le uscite di scena

Il presidente Biden doveva dormire di più e doveva lavorare meno ore. Anzi, qualora fosse stato rieletto, si pensava a usare una sedia a rotelle
Il presidente degli Stati Uniti d'America, Joe Biden, ha lasciato il posto alla sua vice Kamala Harris
Il presidente degli Stati Uniti d'America, Joe Biden, ha lasciato il posto alla sua vice Kamala Harris
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

Dopo tanto tempo, l’ex presidente Joe Biden è tornato al centro della scena politica americana. Non per ridiscutere la sua eredità politica, ma per le rivelazioni contenute in un dettagliato libro-reportage intitolato “Original Sin”(letteralmente peccato originale), scritto dai giornalisti Jake Tapper e Alex Thompson, intervistando oltre duecento persone dell’entourage dell’ex inquilino della Casa Bianca che hanno dipinto un quadro assai preoccupante della situazione negli ultimi due anni di presidenza, circondato da uno staff onnipresente e ansioso di proteggerlo dalla presenza di estranei.

Il presidente doveva dormire di più. Anzi doveva lavorare meno ore. Anzi, qualora fosse stato rieletto, si pensava a usare una sedia a rotelle. Un leader simile al capo del regime sovietico Leonid Brezhnev più che a chi ha guidato il mondo libero. Anche lo stesso Ronald Reagan, eletto nel 1980 all’età di 69 anni, ha sempre dato un impressione di grande vigore negli anni in carica. Qui interi mesi di nascondimenti e di riluttanza, conditi con accuse di intelligenza con il nemico Trump a chi metteva in dubbio la salute del comandante in capo. Una ricetta per il disastro, condita da particolari sconfortanti come il cachet del capo della campagna elettorale Mike Donilon, che ha toccato la cifra ragguardevole di quattro milioni di dollari, per ottenere poi il risultato peggiore: il ritorno di Trump alla Casa Bianca, in una versione ancora più radicalizzata di quella in carica dal 2017 al 2021.

Come si è prodotto questo risultato nefasto? All’interno del libro si suggerisce la tesi più estrema: Biden, classe 1942, non doveva candidarsi nel 2020. Però si dimentica che il suo principale avversario alle primarie democratiche era Bernie Sanders, classe 1941. Quindi il problema è un altro ed è rappresentato da una promessa infranta dell’ex presidente: durante quell’anno elettorale, avvenuto durante la fase più acuta della pandemia da Covid19, Biden suggeriva che lui sarebbe stato un “ponte” con una nuova generazione di politici giovani, come la sua vice prescelta Kamala Harris. Però c’è un fenomeno della politica “politicante” a Washington che è quello degli staff politici. Uno dei membri della squadra del presidente ha detto esplicitamente: “Quando si vota un candidato, prendi anche il suo entourage”. E costoro, che nel libro vengono definiti come il “Politburo”, hanno cercato di rimanere agganciati il più possibile al treno del potere. Oltre quello che era ragionevole. E la leadership del Partito Democratico è stata sorda e cieca alle preoccupazioni dell’elettorato su un leader visto anche dalla base come troppo fragile e senile. 

Cosa che in piccolo è già successa numerose volte soprattutto al Senato: Dianne Feinstein, storica esponente democratica californiana, negli ultimi anni era ridotta all’ombra di sé stessa, non in grado nemmeno di assistere a un’audizione della commissione giustizia. Anche i repubblicani però non possono dirsi immuni: giusto per citare un caso, l’ex deputata texana Kay Granger ha vissuto gli ultimi sei mesi del 2024 in una casa di riposo, affetta da demenza senile, senza avere la cortesia istituzionale di dimettersi. Anche in questo caso, la resistenza dello staff deve aver giocato un ruolo.

Questi tre casi citati però mostrano la necessità della massima trasparenza nei confronti degli elettori, un tempo ritenuta necessaria (ma non sempre rispettata, come mostrano il caso della quarta candidatura del presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1944, già gravemente malato e deceduto qualche mese più tardi, il 12 aprile 1945) e oggi invece, complice la polarizzazione, sacrificata all’altare della lotta senza quartiere con un avversario ritenuto “nemico”. Con un Donald Trump che ormai veleggia verso gli ottant’anni però, presto questo problema si potrà nuovamente ripresentare in modalità similari.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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