di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Il gas distribuito in città segnò un profondo cambiamento, e costituì una tappa fondamentale del progresso urbano, che di lì in poi continuò inarrestabile nel tempo. La tappa successiva di questo cammino fu l’arrivo e la distribuzione dell’energia elettrica. L’illuminazione pubblica, un’innovazione che cambiò il volto e la vivibilità delle nostre città, fu il simbolo.
Furono proprio i lampioni, testimoni delle nuove scoperte, a portare la luce anche di notte, un chiarore che si sviluppò con velocità impressionante, dall’olio lampante al petrolio, dal primo gas all’energia elettrica. Dovessimo trovare un altro simbolo di questo secolare cammino lo identificherei proprio nella lampadina, che non a caso rappresenta graficamente una ‘luminosa idea’.
La grande e rivoluzionaria scoperta parte da lontano, con un dibattito tra studiosi di fisica sulla caratteristica che doveva avere la “corrente”, se continua o alternata: roba da premi Nobel, ma tema che investe la possibilità di produrla e distribuirla nel modo più economico e razionale.
Il primo impianto di produzione fu a Genova, dove il 13 aprile del 1895 sorsero le “Officine Elettriche Genovesi”. Visto l’interesse economico dell’impresa questa ben presto si ampliò acquisendo una nuova forma societaria. Chi dovesse fermarsi al semaforo di via Canevari, sulla sinistra procedendo in auto verso Brignole, potrà tuttora vedere il grande e monumentale edificio della “Corrente”, un palazzone-opificio con grandi scritte in cemento a memoria degli scienziati che contribuirono all’affermazione dell’elettricità. Nel primo stabilimento un generatore di vapore metteva in movimento una turbina per attivare un alternatore e produrre energia elettrica, poi una fitta rete di cavi la portava dove occorreva, in primis all’impianto d’illuminazione della città.
Solo due anni dopo un coraggioso imprenditore, Giacomo Castello, fondava una società per la produzione di energia elettrica a Lavagna, nei pressi dell’attuale piazza Cordeviola. Dalle carte in nostro possesso possiamo rilevare che il Castello si muoveva tra due distinte sedi operative, a Lavagna con la Società Officina G. Castello, e a Chiavari, dal 23 aprile 1898, con la Società Elettrica Chiavarese con sede in piazza Carlo Alberto (attuale Mazzini). La prima produzione elettrica di Giacomo Castello è realizzata nell’officina di Lavagna con un impianto a carbone, una caldaia a produzione di vapore espanso in una turbina coassiale ad una dinamo che erogava corrente continua a 140 Volt.
Presso l’archivio storico del Comune di Chiavari è conservata la documentazione che ci permette di ricostruire i diversi passaggi per la distribuzione della forza motrice e l’accensione dei nuovi lampioni a lampadina incandescente.
Il sindaco Nicola Arata ricevette la prima domanda di Castello “per l’impianto d’illuminazione ed energia elettrica, pel passaggio di fili conduttori nelle vie e piazze della città per usi industriali”. L’amministrazione, preoccupata per un contratto già in essere per altri dodici anni con la Società del Gas, richiese un parere legale all’avvocato Felice Castagnino, la cui risposta fu “un contratto oneroso che come cappa di piombo pesa e peserà per anni ancora sulle spalle del Comune e dei cittadini di Chiavari”.
L’imprenditore dell’energia elettrica Castello presentò nuovamente domanda per “ottenere permesso per passaggio conduttori energia elettrica per uso forza, calore, luce e altri bisogni della vita”. Ma la cappa del contratto con la Società del Gas rallentava il tutto. Fu poi il consigliere Giacomo Carniglia a presentare un’interpellanza per “passare i fili, per azionare macchine, per la fabbricazione del ghiaccio, per fabbricare il pane”.
Finalmente una specifica legge intervenne a regolamentare la messa in opera delle linee elettriche, ed al Comune non si richiedeva che di autorizzare gli specifici impianti e la compatibilità nei diversi transiti cittadini. A questo punto l’assessore Sivori introdusse nel dibattito una nuova tematica, le linee elettriche interrate per non fare operazioni “antiestetiche”, un’intuizione destinata ad avere fortuna. Il coraggioso Giacomo Castello poté quindi attivare la sua linea tra Lavagna e Chiavari, e le prime lampadine iniziarono ad illuminare la notte scura.
Ma il cammino per l’affermazione della corrente elettrica era ancora lungo e complesso. I piccoli imprenditori come il Castello non riuscirono a reggere alla velocissima crescita di richiesta d’energia: nascevano di giorno in giorno nuove società per realizzare i primi impianti idroelettrici, molto più potenti e in grado di fornire energia a tutto il territorio. Il nostro immediato entroterra accolse i nuovi grandi impianti: nel 1920 si avviarono i lavori a Giacopiane, poi fu la volta della diga di Zolezzi nel 1922, e nel 1926 l’impianto di produzione di Pian Sapejo.
I bacini idroelettrici potevano sfruttare turbine innovative e più efficienti. La “corrente” prodotta era alternata, e saliva ad un voltaggio unificato tra i 120 e 160 volt, mentre la così detta “industriale” garantiva una tensione di 220 volt per gli opifici.
Con la legge del 6 dicembre 1962 il parlamento votò la normativa che avrebbe creato un nuovo ente per l’energia elettrica: finalmente il periodo pioneristico era definitivamente superato, e si poteva pensare ad un’unica tensione d’esercizio, ad una frequenza di distribuzione nazionale, con impianti che raggiungevano l’intero Paese. Un nuovo passaggio determinante fu nel 1999, con una normativa europea che indicava ai singoli stati dell’Unione la liberazione del mercato energetico. Si superava il monopolio dell’Enel e potevano entrare i nuovi operatori per garantire una concorrenza sul prezzo e sulle modalità di distribuzione dell’energia.
Ben più di un secolo era trascorso da quel lumicino a petrolio, poi olio e ancora gas, poi il Signor Castello col suo filo da Lavagna a Chiavari, per giungere ai primi grandi distributori e alla costruzione dei bacini appenninici. Questo è il cammino del progresso e delle invenzioni, lampadine e motori che hanno illuminato e mosso il cammino della storia della tecnologia, un percorso che è transitato anche per Chiavari, lasciandole la luce.
L’affermazione dell’energia elettrica è documentata anche in un affresco di Luigi Bocca sul soffitto della Sala Presidenziale dell’Economica. Non c’è nulla nella sua composizione che non richiami una precisa simbologia, dall’arte al progresso più moderno. In basso a sinistra un motore elettrico trifase conferma l’importanza, per la conquista del futuro, dell’uso dell’energia elettrica.
(* storico e studioso delle tradizioni locali)