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Giovedì 2 luglio 2026 - Numero 433

La Corte Suprema salva la ius soli. Dopo oltre un anno, l’America ha qualcosa da festeggiare

Cinque giudici su nove hanno scelto di mantenere un principio egualitario nato all’indomani della guerra civile che aveva abolito la schiavitù
La Corte Suprema degli Stati Uniti nel corso degli anni è diventata sempre di più un organismo politicizzato
La Corte Suprema degli Stati Uniti nel corso degli anni è diventata sempre di più un organismo politicizzato
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

La Costituzione americana tiene. Perché la decisione della Corte Suprema che ha salvato la particolare forma di ius soli presente negli Stati Uniti è una scelta conservatrice. Sì, anche se scontenta la volontà di Donald Trump di scardinare per decreto, il primo giorno della sua seconda presidenza, questa possibilità per chiunque nasca sul suolo americano. 

Eccolo l’oggetto del contendere: proprio chiunque. Anche i figli di migranti irregolari, che a quel punto partorirebbero degli americani a tutti gli effetti. Inaccettabile per il trumpismo odierno, che vede il provvedimento come una delle ragioni del declino dell’America. Quando in realtà è una delle ragioni della sua continua rigenerazione. E in particolare il quattordicesimo emendamento della Costituzione americana che stabilisce tale principio fa parte di quella serie di patch costituzionali lanciate dai repubblicani di Lincoln verso la fine della guerra civile contro il Sud schiavista per dare la cittadinanza sottratta per troppo tempo agli schiavi e ai loro figli. 

Ma non solo. Sarebbe arrivata per tutti. Anche per i cinesi, nuovi paria nell’epoca dell’espansione industriale, usati come carne da lavoro nella costruzione delle nuove linee ferroviarie che stavano unificando il Paese che stava assorbendo, anche a colpi di guerre e genocidi, i nativi americani. Fu la pervicacia di Wong Kim Ark nel 1898 a ottenere ragione di fronte alla Corte Suprema: anche il figlio di un mercante cinese, se nato sul suolo americano, era cittadino come il presidente. 

Nel 1982 un’altra sentenza in apparenza molto tecnica allargava ulteriormente le maglie della cittadinanza: la Plyler v. Doe stabiliva che i figli dei migranti irregolari residenti in Texas avevano il diritto e il dovere di frequentare la scuola dell’obbligo. E pertanto anche loro erano cittadini. 

Precedenti piuttosto chiari. Evidente quindi che due giudici come il capo John Roberts e l’associata Amy Coney Barrett hanno scelto di conservare questo principio. E non di rivoluzionare il principio aprendo possibilmente una serie di provvedimenti a cascata di nullificazione di cittadinanze acquisite in questo modo. 

Molti analisti, compreso chi scrive, avrebbero preferito una decisione unanime, come lo fu la sentenza del 1954 Brown v. Board of Education che cassava la costituzionalità della segregazione razziale. Quindi Roberts, autore della sentenza, ha scelto il precedente contro la rivoluzione trumpista che avrebbe iniziato un pericoloso scivolo verso una società che avrebbe privilegiato i cosiddetti “Heritage Americans”, ovvero i discendenti di quell’élite anglosassone che ha fondato quel Paese. Che grazie a questa sentenza preziosa rimane un rifugio di ultima istanza, quella “città scintillante sulla collina” immaginata dai Padri Fondatori. Forse loro non immaginavano che un giorno quella frase “tutti gli uomini sono stati creati uguali” sarebbe stata nuovamente a rischio. Intanto però gli Stati Uniti hanno qualcosa di bello da celebrare dopo mesi di eventi pacchiani voluti dall’amministrazione Trump.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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