Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.
di MATTEO MUZIO *
Per anni si è sentito parlare della cancel culture che avrebbe imperversato negli atenei americani. Orde di studenti fomentati da ideologie di estrema sinistra che avrebbero preso di mira i corsi sui filosofi occidentali e i docenti non allineati. Qualche allontanamento, molto clamore e un allarme che è suonato sulle pagine dei media occidentali a lungo.
I volenterosi complici di questo sfacelo? Naturalmente i progressisti al governo, prima con Barack Obama poi Joe Biden. Non si capisce come mai però questo dominio sarebbe continuato anche durante il primo quadriennio di Donald Trump. Spesso però questa presunta egemonia culturale era sostenuta da un timoroso management universitario, che trattava gli studenti da clienti-bambini e anche da un mondo della Silicon Valley che voleva lisciare il pelo a questo mondo per evitare che i riflettori si accendessero su un possibile provvedimento antitrust nei confronti dei Big delle piattaforme social.
E così si è giunti a un ritorno al potere del trumpismo, per evitare che questa presunta “oppressione” tracimasse in altri aspetti della vita quotidiana. Con conseguenze ben visibili di chiare tendenze autoritarie che già si erano viste su scala ridotta nella Florida sotto il governatore Ron DeSantis. C’era però un piccolo nocciolo di verità: effettivamente l’amministrazione Biden aveva fatto pressione sulle piattaforme per rimuovere le storie sul laptop di Hunter Biden pieno di sue foto imbarazzanti, contrassegnandole come “disinformazione russa”, così come quando altri esponenti dell’allora governo federale, come il commissario straordinario per la lotta al Covid19 Jeff Zients avevano chiesto di silenziare non soltanto i novax ma anche le voci dissonanti dalla linea “chiusurista” tenuta nel corso del 2021.
Allora, a prendere le parti di chi si opponeva a questa spinta di sterilizzazione del dissenso (fatta in modo indubbiamente più soft rispetto a oggi) c’era una fondazione legale, la Foundation for Individual Rights and Expression (Fire) che oggi fa lo stesso contro l’amministrazione Trump per una ragione: la cancellazione di un app dagli store digitali di Google e di Apple chiamata Eyes Up, che serve a condividere video di azioni controverse di agenti dell’Ice, la discussa polizia antimmigrazione che Trump ha potenziato a suon di finanziamenti e re-ideologizzato in senso estremista.
Il Dipartimento di Giustizia ne ha chiesto e ottenuto la rimozione, ottenendo il pubblico plauso da parte della segretaria alla Sicurezza Interna Kristi Noem. Gli avvocati di Fire hanno controbattuto che la rimozione è ingiustificata, poiché Eyes Up non può condividere in tempo reale le azioni degli agenti. Anche durante l’operazione speciale condotta dall’Ice a Minneapolis che ora si accinge a finire con un nulla di fatto, la condivisione di video ha fatto sì che l’amministrazione Trump non cambiasse le carte in tavola per quanto riguarda le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti. Quello che l’azione di Fire dimostra è che le restrizioni alla libertà di parola sono un’arma a doppio taglio e che possono essere usate anche da un governo che non ci piace. Ergo dev’essere rafforzato quello che è un principio sacro, quello della libertà di parola, sacralizzata dal Primo Emendamento della Costituzione americana. Un principio non più così comunemente accettato. E negli Stati Uniti va difeso da chi, anche solo a parole come la sinistra universitaria, ha cercato per anni di limitarlo per poi dover osservare con sconcerto che l’autoritaria destra trumpista sa mettere in pratica quello che per anni i demagoghi accademici hanno predicato a cuor leggero.
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)