(r.p.l.) In piazza per difendere la libertà di stampa, di opinione e di parola. È il 25 Aprile scelto dal Partito Radicale a Roma, nel giorno dell’anniversario della Liberazione. Migliaia e migliaia di persone hanno manifestato a tutela di quel valore che rappresenta e unisce tutti. La libertà di parola. Senza quella, la democrazia è un simulacro dentro cui si può sopravvivere solo a patto di tacere. Senza quella, si diventa meccanismi di un ingranaggio dove ogni espressione e ogni critica sono pilotate da interessi superiori, come ha scritto qualche giorno da il quotidiano ‘Il Riformista’, dando ampio spazio a questa iniziativa che, come ‘Piazza Levante’, condividiamo in pieno.
“È vero – scrive ancora il giornale – mancavano i partiti, mancavano le organizzazioni dei giornalisti e degli editori, mancavano le grandi folle che sembrano sorde alle cause dei singoli fino al giorno in cui capiscono che sono anche le loro. Però Aldo Torchiaro e Piero Sansonetti, colpiti direttamente dalle querele intimidatorie insieme all’editore di questo giornale, sentivano la loro solitudine di professionisti e di uomini portati ingiustamente alla sbarra, stemperarsi in una condivisione reale e profonda. Noi ci siamo. Saremo anche pochi, ma ci siamo, con la forza delle nostre convinzioni. Perché la libertà è qui”.
Lo stesso Aldo Torchiaro ne ha parlato anche nei giorni scorsi: “Le querele intimidatorie sono fatte da, chiamiamoli così, potenti, cioè grandi studi legali mossi da grandi imprese, da uomini politici e importanti magistrati, alti magistrati. Il caso che mi riguarda è quello del senatore Scarpinato, oggi dei 5 Stelle. A lungo a capo di procure siciliane, il senatore Scarpinato non gradisce che si parli di lui: allora noi non ne abbiamo parlato male o malissimo, abbiamo riportato atti giudiziari, atti parlamentari, abbiamo raccontato delle cronache siciliane senza aggiungere nulla, senza fare commenti personali. Lui ci ha presi di mira e ci ha bersagliati di querele: alcune riguardano Piero Sansonetti, che è stato direttore del ‘Riformista’ e oggi lo è de ‘L’Unità’; altre riguardano me personalmente, come giornalista che ha firmato degli articoli, ma tutte queste querele, forse non tutti lo sanno, chiedono la provvisionale. Cioè ti chiedono comunque di stanziare una somma di denaro per poi pagare non le spese legali, ma proprio la compensazione all’eventuale diffamato. Quindi, prima ancora che ci sia una sentenza definitiva passata in giudicato, tu devi accantonare 100.000 euro, 150 o 200.000 euro perché se perdi li dovrai pagare, in un futuro, al magistrato che ti ha fatto causa, come in questo caso”.
Questo procedimento “riguarda gli editori che rispondono in solido. Versano queste provvisionali, che sono delle pene pecuniarie molto importanti, ed è chiaro che così i giornali chiudono, è chiarissimo che la maggior parte degli editori non ce la può fare. Già il mercato è molto complesso, non legge più nessuno, nessuno compra più i giornali e le edicole chiudono, sappiamo quanto è difficile, quanto è complicato oggi il quadro dell’informazione. Aggiungiamo anche questa, le provvisionali, le spese giudiziarie per le condanne in sede civile e in sede penale che fanno chiudere i giornali, e allora non è un problema di Aldo Torchiaro, di Piero Sansonetti o dell’editore Alfredo Romeo, ma è un problema molto diffuso che riguarda tutti. Per la verità, poi, sono tanti i colleghi che hanno in questo momento ricevuto una sventagliata di avvisi di garanzia. Cito Ermes Antonucci, collega valentissimo del ‘Foglio’, ma sono tanti i colleghi che scrivono su quotidiani diversi di destra o di sinistra e che ricevono in continuazione delle chiamate in causa propriamente detta, soprattutto ad opera di magistrati e politici. Però, che cosa cambia? Molte querele vengono archiviate. Pensate che sette querele su dieci per diffamazione fatte verso giornalisti vengono archiviate, cioè il giudice stabilisce che c’è il diritto di cronaca. Al contrario, quando sono magistrati a querelare il giornalista, quasi sempre tutte vengono accolte e c’è il rinvio a giudizio”.
Secondo Torchiaro, a questo punto “si decide di scrivere di altro, si decide di non scrivere: è quella che si chiama autocensura. Guardate, è un fenomeno di massa, si decide di non fare inchiesta, si decide di non disturbare. Il giornalismo italiano, impoverito, umiliato, ferito, davvero non sta più in piedi, i giornali chiudono, i giornalisti che rimangono si occupano di sport e di spettacolo, di colore, parlano di Fedez, parlano di cose così che comunque non ti crederà nessuno. Una buona parte dei giornalisti oggi si è riconvertita, sta scrivendo di cucina, e questo è diventato il giornalismo italiano. Perché chi di noi si ostina a fare la giudiziaria e a scrivere di magistrati si ritrova in aula ogni mese, ogni due mesi, con 100.000 euro in meno. Il risultato, naturalmente, al di là delle vite distrutte e delle redazioni distrutte nei giornali messi in pericolo di vita, è che la libertà di informazione non c’è più. Noi con l’Italia ogni anno scendiamo nelle classifiche internazionali per quanto riguarda la libertà di informazione”.