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Giovedì 22 gennaio 2026 - Numero 410

Impossessarsi dei simboli degli oppressori. Beyoncé, ‘Cowboy Carter’

Il tentativo della cantante è molto più politico di quanto possa apparire: e non si tratta solo della riappropriazione della mitologia di una certa America di cui il country è considerato il portavoce
Beyoncé alla vigilia delle elezioni del 2020 aveva appoggiato Joe Biden e Kamala Harris
Beyoncé alla vigilia delle elezioni del 2020 aveva appoggiato Joe Biden e Kamala Harris
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di ELISA CARRARA *

In un libro di qualche anno fa (Come il jazz può cambiarti la vita, 2009, Feltrinelli) il musicista e compositore Wynton Marsalis disse che il suo album preferito di Billie Holiday era Lady in Satin, criticato da molti perché la potenza vocale dell’artista originaria di Filadelfia era ormai quasi svanita: “Per me, invece” scrive Marsalis “è la testimonianza che il messaggio che esprimi può essere più importante dei limiti che hai nell’esprimerlo”. È da questa frase che occorre partire per comprendere l’impatto politico e sociale (nonché le polemiche degli ultimi tempi) del nuovo lavoro di Beyoncé, Cowboy Carter, ottavo album in studio della cantante texana. In questo caso i limiti non albergano nelle potenzialità vocali (come forse neppure allora nel soffio graffiato di Billie Holiday), ma nel pregiudizio che ha accolto il passaggio dalle sue consuete sonorità funk e hip hop (come nel recente Renaissance), al country del nuovo album. Se in molti hanno parlato di appropriazione di un genere simbolo dell’America bianca e Repubblicana, altri hanno esaltato il tentativo di riconquista di una musica che affonda le radici nel blues e che, con il tempo, ha destinato all’oblio, i suoi esponenti afroamericani.

Tuttavia, il tentativo di Beyoncé è molto più politico di quanto possa apparire: non si tratta solo della riappropriazione della mitologia di una certa America (di cui il country è considerato il portavoce), ossia quella rurale, inaccessibile e tenacemente attaccata alle tradizioni, ma si tratta del tentativo di creare una memoria collettiva, attraverso una delle poche forme musicali che non è mai riuscita a oltrepassare i confini, se non al costo di qualche adattamento radicale in chiave pop. Le origini della musica country, infatti, sono fortemente radicate nel territorio e legate sia alla presenza degli immigrati inglesi e irlandesi, sia ai canti dei lavoratori neri che anticiparono o, meglio, crearono, il blues. Fu soltanto dopo la Grande Depressione che il genere conobbe una popolarità inaspettata in tutto il Paese: la povertà affamava ormai anche i bianchi, e il country divenne così il lamento di operai e vagabondi, uomini e donne in cerca di lavoro e fortuna, disposti a spostarsi per avere un tetto e sfamarsi. Cowboy Carter sembra ricordare che è la sofferenza ad aver forgiato gli Stati Uniti: dimenticarsene è quasi sempre un problema.

Nothin’really ends / For things to stay the same, they have to change again, canta Queen Bey in una delle tracce più riuscite, la prima, Ameriican Requiem[sic]: e negli Stati Uniti che si avviano al voto sembra quasi un ammonimento a non commettere gli errori del passato. Il riferimento non è alla fine del Paese, come il titolo fa presagire, perché le nazioni non muoiono mai, al massimo cambiano o, come vuole la migliore tra le mitologie americane, reiventano loro stesse. In una campagna elettorale quasi del tutto priva di idee, di slogan efficaci, e di personalità di richiamo, molto del soft power ricade su chi esercita un’influenza mediatica in altri campi: basti pensare, ad esempio, al sostegno (non ancora trasformato in pieno endorsement) di Taylor Swift nei confronti del Partito Democratico.

Nel caso di Beyoncé l’operazione è più complessa: se alla vigilia delle elezioni del 2020 aveva appoggiato Joe Biden e Kamala Harris, indossando con orgoglio l’adesivo I voted sui social, in questo momento il suo messaggio è più generico, ma altrettanto incisivo. Anche stavolta si tratta di una chiamata: non più il “Come thru, Texas! #VOTE” di quattro anni fa, bensì una chiamata all’uso delle nostre parole per raccontare la nostra Storia. Do you hear me?, chiede nella stessa traccia, riprendendo un tema chiave dei diritti civili, di chi è doppiamente escluso, in quanto donna e afroamericana, ossia l’essere ascoltati, far sentire la propria voce. Quasi una chiamata alle armi (simbolica), come si evince anche dalla copertina dell’album, in cui fiera, a cavallo, vestita da cowboy, in bianco, blu e rosso, sventola la bandiera: un richiamo al suo precedente lavoro, ma anche all’iconografia di molta Storia del Paese, compresa quella della Guerra Civile.

Può una voce che canta di sofferenza e minoranze, impossessarsi dei simboli che da sempre gli oppressori rivendicano con orgoglio? Sì, sembra la risposta della cantante texana, perché in fondo anche la Guerra Civile e i suoi miti, rappresentano la vittoria degli oppressi. La musicista Nina Simone, che portava addosso (e nella voce) “le offese della vita”, pubblicò nel 1969 un singolo dal titolo esplicito Revolution, che si opponeva alla spensierata omonima dei Beatles, uscita poco prima nello stesso anno, per stile e testo: The daily struggle just to stay alive Singin’ about a revolution Because were talkin’ about a change, Its more than just evolution Well you know you got to clean your brain, cantava nell’urgenza della rivendicazione dei diritti civili. Il brano non incontrò il successo sperato, e non raggiunse l’impatto che aveva avuto solo cinque anni prima Mississippi Goddam, scritta in seguito alla strage di Birmingham in Alabama: un’altra America, un altro messaggio. Come verrà accolto l’album di Beyoncé lo deciderà il tempo. 

(* giornalista pubblicista, scrive di letteratura, cultura e società su varie riviste. Si occupa anche di geopolitica, in particolare di Francia e Stati Uniti)

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