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di MATTEO MUZIO *
Fino a qualche anno fa, il tentato assassinio di un presidente era qualcosa che scuoteva profondamente la scena politica degli Stati Uniti. Gli esponenti dei due partiti si riunivano intorno al capo della nazione ferito. Quando nel 1981 il presidente Ronald Reagan era stato ferito da un proiettile sparato da John Hinckley, uno squilibrato che voleva impressionare l’attrice allora teenager Jody Foster, il dottor Joseph Giordano,il chirurgo incaricato di operare l’inquilino della Casa Bianca disse in sala operatoria: “Signor presidente, oggi siamo tutti repubblicani”. E Giordano, politicamente, era un democratico di sinistra.
Con Trump tutto è cambiato, sin da quando, durante le primarie del 2016, disse che con lui i politici non avrebbero più dovuto trattare “con ogni riguardo” i manifestanti che disturbavano i comizi. Anzi, si doveva colpirli duramente, perché erano “agitatori stipendiati” da chissà chi, magari da George Soros, il finanziere divenuto agli occhi dell’estrema destra l’autore di tutti i mali del mondo. Come a implicare che il dissenso non sarebbe stato più tollerato.
Per fortuna ciò non è stato applicato fino in fondo nel 2020, durante le proteste anche violente del movimento Black Lives Matter. Si deve per questo ringraziare Jared Kushner, genero del presidente, che lo consigliò di non esagerare. Non fosse altro che eravamo in piena campagna elettorale. Dopo aver perso però, alcuni retroscena ci indicavano un presidente furioso con Kushner per averlo “mal consigliato”.
E allora eccoci tornati all’oggi, dove Trump insulta i democratici ogni giorno, si dice “felice” che l’ex direttore dell’Fbi Robert Mueller sia morto perché colpevole di aver guidato come procuratore speciale un’indagine sul Russiagate nel 2018-2019, riguardante l’influenza di agenti legati a Putin nella campagna elettorale del 2016, ma anche rimarcare che alla fine il regista Rob Reiner, tragicamente ucciso dal figlio con problemi di tossicodipendenza, fosse uno che “lo odiava”.
Una serie di prese di posizione antisociali e immorali, piene di retorica costantemente violenta e divisiva, spalleggiata da un sistema di influencer mediatici conniventi e speranzosi di monetizzare sull’odio. Con lo scoppio della guerra in Iran, la sua coalizione di sostenitori si è frammentata in mille rivoli, ma resta comunque uno zoccolo duro. La giornalista Megyn Kelly, da lui insultata nel 2016 con riferimenti imbarazzanti al suo ciclo mestruale, oggi lo difende e dice che nonostante tutto lo preferisce ai democratici anche rimanendo in disaccordo sul conflitto.
C’è un appunto da prendere: quando lo scorso anno Charlie Kirk, presidente dell’organizzazione studentesca trumpiana Turning Point Usa, è stato assassinato durante un comizio in università, quello stesso mondo chiedeva un giro di vite contro l’estrema sinistra vicina al mondo accademico e non solo, una serie di provvedimenti molto somiglianti a una svolta autoritaria. Fu molto esplicito il vicecapo di gabinetto Stephen Miller, considerato l’eminenza grigia delle politiche antimigranti e da alcuni ritenuto una sorta di “premier ombra”, che si espresse definendo il partito democratico “un’organizzazione terroristica”.
Oggi che durante la cena dei corrispondenti giornalistici della Casa Bianca a rischiare la vita è stato lo stesso presidente (tralasciando le innumerevoli teorie del complotto diffuse da alcuni media di sinistra, che senza prove sono soltanto chiacchiericcio vano e pericoloso), quello stesso ecosistema mediatico che allora chiedeva di scatenare una guerra civile, domanda che i tribunali federali sblocchino la costruzione della famosa (o famigerata) sala da ballo monumentale vicino alla Casa Bianca per la “sicurezza” degli eventi pubblici a cui il presidente può partecipare.
Segno che il capitale politico della destra radicale statunitense sta per esaurirsi a forza di attacchi e cacce alle streghe. Senza contare poi l’aspetto pratico: il Congresso, con esili maggioranze repubblicane sia alla Camera che al Senato, è nel caos e certo non può approvare provvedimenti draconiani di nessun tipo, meno che mai una versione a stelle e strisce delle leggi fascistissime emesse in Italia nella seconda metà degli anni ’20. E allora ecco che un tentato omicidio diventa un pretesto per chiedere di costruire una pacchiana sala da ballo. Un segno del pessimo stato di salute del trumpismo.
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)