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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Il raid in Venezuela degli Stati Uniti è l’ultima tappa del sogno imperiale americano

La cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro è un successo temporaneo che apre la porta a danni ben più duraturi
Un manifesto elettorale di William McKinley del 1900, uno dei modelli a cui si ispira Trump
Un manifesto elettorale di William McKinley del 1900, uno dei modelli a cui si ispira Trump
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

L’abbinamento tra la repubblica degli Stati Uniti e l’idea imperiale non è certo stato inventato da Donald Trump con la sua postura minacciosa ormai vecchia di quasi un anno. Le rinnovate minacce di invasione della Groenlandia, territorio autonomo danese, l’idea di annettere il Canada e infine la cattura spettacolare del dittatore socialcomunista venezuelano Nicolas Maduro di sicuro spaventano gli osservatori europei e i numerosi critici americani del crescente autoritarismo presidenziale che si teme tracimi anche verso l’estero.

Già alle origini però, i Padri Fondatori flirtavano con l’idea di espandere una repubblica fondata sull’idea romana di virtù e decoro verso l’idea di un “Impero della Libertà” che cancellasse il dominio europeo dal Nuovo Continente, eliminando i britannici anche dal futuro Canada e appoggiando le ribellioni bolivariane nell’America Latina.

Idea spinta in particolar modo da Thomas Jefferson, terzo presidente e autore della Dichiarazione d’Indipendenza. Se a inizio Ottocento questa temperie ideologica risentiva dell’onda lunga del giacobinismo europeo, alla fine del diciannovesimo secolo questa posa ha assunto tinte più sinistre: la presidenza del repubblicano William McKinley, in carica dal 1896 al 1901, ha visto gli Stati Uniti ricalcare a modo loro le imprese dell’imperialismo europeo “civilizzando” le isole Hawaii con una deposizione della monarchia locale e l’occupazione delle Filippine in Asia e di Cuba nel cosiddetto “Cortile di Casa”.

Negli anni ’30 poi, il presidente democratico Franklin Delano Roosevelt, universalmente noto per essere uscito dalla Grande Depressione con gli investimenti pubblici e aver sconfitto l’Asse nazifascista nella Seconda Guerra Mondiale, quando parlava del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza coniò l’espressione “il nostro figlio di puttana”, segno di un approccio estremamente cinico agli affari internazionali. E del resto, nel corso della sua esperienza come sottosegretario alla Marina, nel 1917 aveva scritto in fretta e furia la costituzione della repubblica di Haiti, elemento di cui si sarebbe vantato in alcune occasioni private.

Sarebbe troppo lungo, poi, riparlare dei numerosi interventi statunitensi nel continente, a cominciare da quello in Guatemala nel 1954, fatto per difendere gli interessi di una multinazionale agraria. Oggi si ritorna, dopo quarant’anni di reset delle relazioni fatta di abbandono del sostegno a dittatori di estrema destra, a questa visione grezza, senza nemmeno una cornice diplomatico-giuridica come il contenimento del comunismo e la difesa del blocco occidentale, da farsi senza guardare troppo per il sottile. Si torna a una visione tardo ottocentesca dove si cerca l’interesse greve e l’azione a effetto che magari, come nel caso venezuelano, sembra un successo. Ma viene fatto con posture che avallano future azioni da parte cinese su Taiwan o russe verso i paesi baltici. 

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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