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Giovedì 16 luglio 2026 - Numero 435

Il conflitto americano contro Teheran sta facendo emergere gli isolazionisti

Nel 2024 avevano sostenuto Trump con promessa di fermare tutte le guerre. Ora che invece ne inizia una nuova, i “rossobruni” si arrendono a un’evidenza che è sempre stata davanti ai loro occhi
Tulsi Gabbard, l’ex Democratica schierata con Trump
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

La guerra degli Stati Uniti contro lIran doveva servire, nelle intenzioni del presidente Donald Trump, per riuscire a fare una grande rimonta sui consensi dell’opinione pubblica americana, frustrata da oltre un anno di decisioni ondivaghe e spesso incoerenti che non hanno risolto anni di rincari post-guerra in Ucraina né sono riusciti a riportare i posti di lavoro delle tute blu al di là di qualche generica promessa.

E invece sta spezzando la variopinta coalizione trumpiana, che è tutt’altro che un monolite, anzi, si può dire che il fitto mosaico di micro-interessi che ha rieletto il tycoon alla Casa Bianca dopo quattro anni di “esilio” dalle stanze del potere è stato piuttosto composito anche per gli standard americani con i partiti che fungono da “grande tenda” che riunisce i seguaci di un capo carismatico.

In questo caso, a soffrire, sono gli isolazionisti. Abbiamo visto la progressiva marginalizzazione del vicepresidente J.D. Vance, da molti visto con avventata chiaroveggenza come l’erede sicuro e stabilito di Donald Trump che oggi invece si vede umiliato dopo che per mesi è stato il volto più visibile del trumpismo sui temi di politica interna.

Anche lui sembra avviato sulla china di Mike Pence, il primo vice di Trump dal 2017 al 2021: non avrà un seguito di carriera politica, se non per qualche carica di minore importanza. Abbiamo visto le critiche di Tucker Carlson, ex fan sfegatato del presidente e popolarissimo ex conduttore di Fox News, ora fustigatore della Casa Bianca e della sua guerra fatta per conto di “interessi esteri”.

E poi c’è chi, come Joe Kent, capo nazionale del Centro Antiterrorismo, getta la spugna. Perché, in buona coscienza, non può più servire sotto il presidente Trump. Motivo? Si sarebbe fatto “convincere” dalla lobby israeliana, che secondo Kent, così si legge nella lettera di dimissioni, sarebbe responsabile anche dell’intervento in Iraq voluto da George W. Bush nel 2003. Un delirio complottista e antisemita impacchettato sotto le parvenze di un’alta obiezione di coscienza.

La cosa non stupisce, dato il background del personaggio: ex reduce dell’Iraq dove ha conosciuto la sua prima moglie, uccisa in un attentato suicida nel 2019, da allora si è progressivamente radicalizzato. Da posizione libertaria e antinterventista, si è trasformato in una figura estremista anche per i canoni assai permissivi del trumpismo: negazionista del coinvolgimento del presidente nell’assalto a Capitol Hill il 6 gennaio 2021, ha anche definito “ragionevoli” le richieste di Putin per finire la guerra in Ucraina.

Insomma, la sua fuoriuscita non è affatto una cattiva notizia, anche perché era uno dei più ardenti sostenitori della nazionalizzazione dei processi elettorali per metterli sotto il controllo del governo federale, in spregio alla Costituzione statunitense che assegna questo compito ai singoli stati.

Ora manca solo la cacciata di una persona, ancora nella sua posizione, per considerare l’amministrazione bis di Donald Trump un pochino meglio di prima (rimane probabilmente la peggiore di ogni tempo, ivi compreso il suo mandato dal 2017 al 2021): si parla di Tulsi Gabbard, diretttrice dell’intelligence ed ex deputata dem delle Hawaii, già sostenitrice del senatore socialista Bernie Sanders nel 2016 e storica fan delle dittature antioccidentali di Siria e Iran da lei descritte come pacifiche e inoffensive, tanto da aver visitato, accolta con tutti gli onori, la capitale siriana in diverse occasioni sotto il presidente Bashar El Assad.

Negli anni lontana dal potere, com’è ovvio, è stata spesso gradita ospite della tv pubblica russa per le sue posizioni morbide nei confronti di Vladimir Putin. Gabbard ora sembra ammorbidire questa linea e riconosce che sì, insomma, alla fine l’Iran rappresentava una minaccia per l’Occidente ma non “immediata”. Un’ammissione a mezza bocca che non ha convinto i senatori che l’hanno ascoltata in audizione nella giornata di mercoledì, a cominciare dal dem Mark Warner, che è stato particolarmente abile nel metterla all’angolo: “Delle due l’una: o il presidente Trump è un bugiardo oppure lei è una cialtrona”, ha affermato. Difficile che possa rimanere ancora a lungo nella sua posizione.

Quando se ne andrà non sarà mai troppo tardi. Fa pensare anche molto che certi senatori repubblicani con nomea di falchi abbiano accettato supinamente la sua nomina nel 2025 solo per non indispettire Trump, che adorava la sua preziosa esponente strappata alle fila della sinistra dal suo carisma irresistibile. Un cedimento, tra i tanti, che rimarrà come uno stigma per la loro carriera di fronte all’opinione pubblica.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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