di ANTONIO GOZZI
Al di là della narrazione dell’estremismo green, che sostiene che la crisi energetica attuale sia l’epilogo definitivo dell’era degli idrocarburi, petrolio e gas continuano e continueranno ad essere risorse indispensabili per il funzionamento delle economie globali. Questa è la ragione per la quale la riduzione dei volumi disponibili causata dalla crisi di Hormuz impatta violentemente sui prezzi.
Il 15-20% del petrolio mondiale consumato, quasi 20 milioni di barili al giorno passa, o meglio passava, da lì. Per il gas la quota è ancora più concentrata, perché riguarda tra il 20 e il 25% del GNL (gas naturale liquefatto) consumato a livello mondiale, che proviene quasi tutto dal Qatar.
Anche se la situazione dello stretto si sbloccasse la crisi è destinata a protrarsi a lungo perché ci vorrà molto tempo per ristabilire la normalità delle catene logistiche, e ci vorrà moltissimo tempo per riportare in funzione gli impianti danneggiati dai missili iraniani. Solo per i danni estesi causati dai bombardamenti sull’impianto di Ras Laffan, il più grande impianto di liquefazione di gas del mondo, è stato compromesso il 17% della capacità produttiva del Qatar, e si stima che le riparazioni possano richiedere dai 4 ai 5 anni di tempo.
Il prolungarsi dello stallo di Hormuz e l’aggravarsi della crisi con gli Houthi sull’altro stretto, quello di Bab el Mandeb, rende la situazione sempre più complicata. Si pensi che mentre prima della guerra passavano da Hormuz 90-100 navi al giorno, prevalentemente petroliere e gasiere, nel mese di settembre 2026 la media è stata di 3,6 navi. Un leggero miglioramento si è avuto nell’ultima settimana, con circa 9 navi al giorno.
La cosa interessante è che per il petrolio si è riscontrata nell’ultimo periodo una crescita delle esportazioni, segnalando che la riduzione del numero dei transiti non corrisponde necessariamente alla riduzione dei volumi trasportati; incidono le dimensioni delle petroliere, i percorsi gestiti dai pasdaran, e le navi che non trasmettono regolarmente i segnali AIS. Hormuz quindi resta sostanzialmente paralizzato per la navigazione commerciale ordinaria, ma il commercio petrolifero ha trovato modalità parziali di adattamento.
Ma perché allora i prezzi del petrolio e del gas restano così elevati a livello internazionale?
La spiegazione è che, fondamentalmente, il prezzo internazionale del petrolio e del gas non dipende soltanto dai volumi effettivamente disponibili, ma anche dal rischio di non poterli ricevere domani. La crisi di Hormuz ha introdotto un rischio geopolitico che si riflette sui prezzi anche quando una parte delle esportazioni in qualche modo continua. Inoltre, l’aumento dei costi di trasporto e dei noli in particolare, l’aumento dei premi assicurativi contro i rischi di guerra, il forte allungamento delle rotte alternative che ad esempio dal Mozambico circumnavigano l’Africa per non passare in Mar Rosso, fanno crescere sensibilmente il costo effettivo del greggio consegnato. Su tutto grava un’enorme incertezza sulla durata della crisi e raffinerie, e i grandi consumatori cercano di ricostruire le scorte per far fronte a un futuro incerto, e ciò aumenta ancor di più la domanda.
Per il gas la riduzione della produzione in Qatar, che come detto ha subito gravi danni, rende la situazione è ancor più drammatica. Il 13 ottobre il prezzo del gas in Europa al TTF ha superato gli 87 euro a MWh. Il TTF era intorno a 32 euro a MWh prima della guerra, il prezzo attuale è circa 2,7 volte quello della fine di febbraio.
Questa situazione rende la situazione dell’industria europea molto difficile. In particolare il costo del gas incide direttamente sui processi produttivi e indirettamente sul prezzo dell’elettricità penalizzando soprattutto i settori così detti di base ed energivori: chimica, siderurgia, carta, vetro, ceramica, fonderie ecc.
I costi dell’elettricità sono ulteriormente gravati in Europa dalle quote di CO2 che le produzioni termoelettriche devono pagare e ribaltano direttamente su consumatori, famiglie e imprese. Agli attuali livelli si calcola che l’ETS, cioè il pagamento delle quote CO2, pesi per quasi 30 euro a MWh.
La Commissione Europea e molti Paesi dell’Unione non ne vogliono sapere di sospendere, almeno temporaneamente, questa vera e propria tassa carbonica e quindi questa grava sui costi dell’elettricità anche in questo momento così difficile.
Che fare?
Pagare meno l’energia piace a tutti ma, nel nostro Paese, ci sono situazioni molto diverse che vanno tenute presenti nella definizione di eventuali interventi di mitigazione della crisi.
Se si prendono i dati Eurostat e si dividono i consumatori in quattro distinti cluster – famiglie, piccole e medie imprese non energivore, piccole e medie imprese energivore, grandi imprese energivore – si può notare che il grave problema esiste per le ultime due categorie e cioè per le imprese “energivore”.
Per le famiglie e le pmi non energivore, fino alla recente crisi, il costo dell’energia elettrica è stato di poco superiore alla media europea, per le pmi energivore vi è stata mediamente una differenza del 20% in più rispetto alla media europea, per le grandi energivore la differenza è stata del 35-40% in più rispetto alla media europea.
L’altra importante considerazione che va fatta a proposito dell’impatto sulle imprese è quanto incide il costo dell’energia sul totale dei costi e del valore aggiunto. Ebbene per le pmi non energivore l’incidenza del costo dell’energia sui costi totali non supera il 3% dei costi totali; per le grandi energivore questa incidenza supera il 35% dei costi totali.
La situazione attuale delle imprese energivore italiane è drammatica. Il rischio che il caro energia provochi fermate e/o chiusure è reale. Federacciai, la federazione delle imprese siderurgiche italiane, ha dichiarato recentemente in un comunicato che se i costi dell’energia rimarranno quelli di oggi sarà inevitabile fermare le aziende per palese insostenibilità economica delle produzioni. La situazione della chimica, della ceramica e della carta non è diversa. Queste imprese dei settori di base alimentano le filiere manifatturiere a valle e la loro fermata per gli extracosti energetici rischia di mettere in crisi l’intero comparto manifatturiero nazionale, con le conseguenze economiche e sociali che è facile immaginare.
Il caro energia, ad aggravare le cose, è un fortissimo fattore inflattivo che fa esplodere i prezzi di moltissimi altri fattori produttivi di queste imprese, materie prime, trasporti, servizi vari.
Si tratta quindi di una crisi sistemica che spesso non viene percepita in tutta la sua gravità. Per ragioni di “populismo” energetico, che si aggravano con l’avvicinarsi delle elezioni, gli interventi di sostegno per il caro energia vengono pensati, molto spesso, per una platea molto larga, larghissima, di fruitori il che rende spesso poco percettibile la loro efficacia nonostante il costo per l’Erario sia rilevante.
Bisogna prodigarsi, e anche le organizzazioni imprenditoriali lo devono fare, in un’opera educativa contro il populismo energetico, buono per la propaganda ma inutile per il sistema Produttivo del Paese.