di DANILO SANGUINETI
Francesco, universalmente noto come Franco, Lagomarsino è “l’Ultimo dei Mohicani”, un po’ perché così si vede praticando un mestiere che va sparendo come quello del mastro vetraio e un po’ perché ha scelto di rimanere in un mondo che regola il suo divenire su ritmi analogici. Un mondo che va facendosi sempre più stretto sotto l’assedio della tecnologia che parla digitale e che segue senza troppi tentennamenti la strada dell’automazione, una grande scommessa che ormai permea tutti i livelli dell’agire, senza quasi più distinzioni tra il personale e il sociale. Franco no. Franco non scommette.
“Mastro” Lagomarsino protegge la sua personalissima modalità di lavoro che prevede ritmi e gestione del rapporto con i clienti tutti loro. Il confronto con chi si rivolge a lui non è mai banale: il rifiuto di qualsiasi diavoleria contemporanea viene compensato abbondantemente dalla manualità, che è alla base di ogni opera che esce dalla sua bottega, un vero laboratorio d’antan dove lo spazio è saturo di ricordi, e dove gli attrezzi old style testimoniano che qui si lavora ancora a regola d’arte, nel senso autentico dell’espressione.
Entri dalla porta a vetri in via Marsala al numero 10, e sei catapultato indietro nel tempo oltre che nello spazio, gestito con sovrano disprezzo delle apparenze. Si entra in un fondaco, che se ne sta un po’ in disparte rispetto al piano stradale, come se volesse rivelarsi solo a chi lo cerca e non al passante frettoloso, e scopri che “Lagomarsino – Lavorazione vetri, specchi e cristalli” è molto di più che la base di operazioni di un vetraio. È un vero e proprio centro di raccolta delle memorie del quartiere a est di Chiavari ed è anche una specie di museo della squadra, l’Entella Chiavari, della quale dire che è un semplice tifoso sarebbe quasi riduttivo. È stato fin da bambino un diacono del culto entelliano, l’ha seguita ovunque, in qualunque categoria militasse con un calore che eguaglia quello che fuoriesce dai forni nei quali si temprano il suo vetro.
Franco Lagormarsino preferirebbe parlare di questo, delle soddisfazioni avute (tantissime recenti) piuttosto che raccontare la sua professione. Che pure ama appassionatamente: “Io sono solo l’umile continuatore dell’opera di mio padre e di mio zio che aprirono questo negozio nel 1932. Loro portarono la loro arte vetraia ovunque nel mondo, io cerco di non sfigurare all’ombra del loro nome. E, soprattutto, mi ostino a tenere duro e proseguire, anche se le condizioni di lavoro e le pressioni economiche, non appena mi fermo un attimo a pensare, mi consiglierebbero altro”. Il fatto è che Franco è uno che è sempre andato “ostinatamente controcorrente” e non si vuole fermare certo oggi che ha raggiunto e pure superato l’età pensionabile.
“Per noi artigiani va facendosi sempre più dura, la concorrenza delle grandi marche è spietata, le persone vanno di fretta e preferiscono avere tutto subito rispetto ai lavori di precisione. Vanno persino su Amazon per acquistare vetri e cristalli. Oggi mi chiamano soprattutto per piccoli interventi, tipo sostituire specchietti e deflettori di auto e moto, oppure intervenire su specchi da casa, antichi e no, comunque pregiati che richiedono un intervento “di fino”, magari anche la riparazione di bicchieri e altre parti in cristallo di servizi da tavola”.

Grazie alla sua mano, sempre esperta, riesce a rimanere “sopra la linea di galleggiamento”. “Io da parte mia cerco di metterci la disponibilità, vado dove mi chiamano, molti apprezzano il fatto che sia sempre pronto a recarmi di persona a vedere, verificare, consigliare. Certo, a volte mi sento un po’ solo. Mi piacerebbe poter lavorare fianco a fianco con altri artigiani, oltre al sostegno morale potrebbero crearsi delle sinergie promettenti con mobilieri, decoratori per interventi concordati. Per questo motivo anni fa avevo proposto alla amministrazione comunale allora sotto la direzione del sindaco Di Capua di creare uno spazio in città, una cittadella degli artigiani. Avevo anche indicato uno spazio. Da Palazzo Bianco non si sono più fatti sentire, poi in quell’area hanno preferito fare dei parcheggi…”. Per fortuna il vuoto professionale del vetraio è riempito, ad abundantiam, dall’interesse del capo-tifoso. Non un boss degli ultras, per temperamento Lagormarsino è un maestro di cerimonie, un leader dei sostenitori doc, garantiti dalla durata della militanza, dell’Entella. Che sia lui al timone lo dice lo stesso nome del club, certificato, che ha fondato: “Entella Club Ermes Nadalin – Gli Amici della Vetreria”. Un vero e proprio club organizzato della tifoseria entelliana, nato nel 2016, con stabile presenza in Curva Sud, attività nelle trasferte, iniziative benefiche e rapporti con altre tifoserie.
“Ho fondato il club nel 2016, in un momento molto particolare per la storia entelliana. Pochi mesi prima, il 4 ottobre 2015, era morto Ermes Nadalin, storico capitano dell’Entella e primatista assoluto di presenze con la maglia biancoceleste. Il 31 gennaio 2016 la Gradinata Sud del Comunale venne intitolata a lui.
Il 15 maggio 2016, TeleRadioPace annunciava per il giorno successivo l’inaugurazione dell’Entella Club “Ermes Nadalin”. La sede più logica? La bottega di via Marsala, praticamente un piccolo museo dell’Entella, con fotografie, maglie, ritagli di giornale, cimeli e persino terra del vecchio Comunale. Il club è concretamente operativo nell’organizzazione delle trasferte, dalla fondazione ad oggi ne ha mancate pochissime, portando in ogni angolo della Penisola lo striscione di 4,50 × 1,60 metri, solitamente posizionato al centro della Gradinata Sud. Attivo anche nell’affiancare il club nelle iniziative di solidarietà.
E poi ci sono le iniziative dedicate ai grandi nomi della storia biancoceleste. A Nadalin è stato addirittura intitolato il sodalizio, al portiere Andrea Paroni un anno fa è stata organizzata una festa per i suoi 17 anni con la maglia. Viene il sospetto che Franco Lagomarsino abbia un cellulare più per gestire le riunioni del club che per la sua attività lavorativa. “No serve anche per i clienti perché io ci sono sempre”. Vero, come è vero che è un telefonino precedente alla “Steve Jobs Era” e che Franco si astiene rigorosamente dalle varie piattaforme tanto da risultare sconosciuto o quasi ai social media. Un po’ Uncas, un po’ Hawkeye quando c’è da lavorare di fino una materia prima, il vetro, che per lui non ha segreti. Capace di materializzare ogni forma che il duttile vetro può assumere. Persino un complicato poliedro come il prisma che rifrange e disperde il raggio di luce. Con un’unica particolarità che il suo personale filtra solo due colori, il bianco e il celeste.