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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Dino Risi e le commedie del boom: un grande artigiano che non si prese mai troppo sul serio

Nessun regista si è identificato così profondamente con il periodo d’oro, raccontando la corsa al benessere con eguale precisione, euforia, complicità, disincanto
Il Sorpasso è uno dei film più famosi di Dino Risi
Il Sorpasso è uno dei film più famosi di Dino Risi
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di ORESTE DE FORNARI *

Il miracolo economico, detto fumettisticamente boom, fu quel periodo, a cavallo tra i 50 e i 60, in cui l’Italia, paese agricolo, conobbe il decollo industriale (gli addetti all’industria superarono gli addetti all’agricoltura), paese povero vide aumentare il reddito pro capite e il livello di alfabetizzazione, paese cattolico diventò un po’ più laico, grazie tra l’altro al centro sinistra, cioè all’ingresso dei socialisti nella maggioranza insieme alla Democrazia Cristiana e a socialdemocratici e repubblicani. 

In molti film si trovano allusioni più o meno critiche al grande cambiamento, anche in film d’autore, come Rocco e i suoi fratelli e La dolce vita, e soprattutto nelle commedie, ma nessun regista si è identificato così profondamente con quel periodo, raccontando la corsa al benessere con eguale precisione, euforia, complicità, disincanto, di Dino Risi. Per la verità quel certo tono sospeso fra umorismo e melanconia, moralismo e cinismo, era proprio di tutte le commedie all’italiana (Germi, Monicelli, Comencini), ma in quelle di Risi c’è qualcosa di più, forse sono più vitaliste, o più “ossigenate”, come diceva lui, sono film che respirano, vi circola leggera l’aria del tempo, attraverso canzoni, gag, riferimenti alla cronaca e al costume. 

Milanese, classe 1916, figlio di un medico e medico lui stesso, specializzato in psichiatria, Risi si avvicina al cinema come assistente di Mario Soldati, per Piccolo mondo antico (1941) e come critico e documentarista e tra le sue prime prove da regista c’è un semidocumentario un episodio di L’amore in città (1954) film inchiesta a più mani ideato da Zavattini, dove ogni regista scopre  la sua inclinazione futura: lirismo Fellini, pessimismo Antonioni, erotismo Lattuada, e umorismo Risi con Paradiso per tre ore, su una domenica pomeriggio in balera, con attori presi dalla strada e trasformati in macchiette da “Travaso”, la servetta, il soldatino, l’occhialuta, la vamp, il bullo.

Anche la sua prima commedia davvero memorabile Il segno di Venere (1955) nasce da uno spunto di Zavattini, due cugine, una bella l’altra no (Sofia Loren e Franca Valeri) sullo sfondo di un albergo diurno (La casa del passeggero) dove la seconda lavora come dattilografa, corteggiata a scopo di interesse da un commediografo squattrinato (Vittorio De Sica).Ne risulta un epopea dell’egoismo e dell’antidesiderio, neorealistica come ambientazione disincantata come morale. L’anno successivo  grande successo di pubblico con Poveri ma belli ambientato a piazza Navona, quando era ancora un quartiere popolare, teatro di schermaglie sentimentali tra bulli e pupe, dove squarci di coabitazione quasi moscovita (c’è ancora il subaffitto, il tramviere Memmo Carotenuto dorme di notte nello stesso letto dove il bagnino Renato Salvatori dorme di giorno), si alternano a tocchi di glamour hollywoodiano (Marisa Allasio che bacia i due ragazzi per decidere con chi fidanzarsi, Maurizio Arena che attraversa la piazza correndo come in un musical…). Il Centro Cattolico Cinematografico lo classificò escluso per tutti, il marxista Aristarco lamentò che si era passati dal neorealismo al neoerotismo.

È con la fine del decennio che inizia la commedia all’italiana vera e propria, cioè realistica, satirica, in chiaroscuro dove i personaggi prevalgono sulle macchiette e Risi gira i suoi tre film migliori. Una vita difficile (1961) è la storia di un giornalista velleitario, (Alberto Sordi) accompagnato dalla Resistenza agli anni del boom, che finisce per rinunciare agli ideali di giustizia sociale diventando il lacchè di un editore. Grande Sordi nel rendere simpatiche le viltà, la pigrizia, gli astratti furori, le cadute di dignità del suo antieroe, grandissimo Risi nei cambi di tono, dall’indulgenza alla malinconia, all’ironia: Sordi e la moglie (Lea Massari) che scroccano un pranzo agli amici monarchici nel momento stesso della caduta della monarchia, Sordi che, abbandonato dalla moglie, si sfoga sputando sulle automobili a Viareggio, Sordi che alla fine si riscatta gettando in piscina l’editore che lo ha umiliato, sono momenti entrati nella biografia immaginaria degli italiani.

Poi ci sono i film con Vittorio Gassman. Il più celebre, meritatamente, è Il sorpasso (1962) da una sceneggiatura di Ettore Scola e Ruggero Maccari, storia di un quarantenne scapestrato (Gassman) e di un ventenne introverso (J.L.Trintignant) che si avventurano on the road su una Aurelia sport nel giorno di ferragosto, da Roma a Castiglioncello. A ogni curva ci si imbatte in segnali, e graffiti di quell’anno cruciale. Si critica il centro sinistra, si scherza su Kruscev, si fa il pieno di Supercortemaggiore, si ipotizza un corso di diritto spaziale, si captano frammenti di canzoni (di Edoardo Vianello, Peppino di Capri, Modugno…) che si infilano nella storia da tutte le parti. Ma il vero omaggio mimesi al boom e alla mobilità non solo geografica promossa dal boom è nell’idea stessa del viaggio sull’Aurelia, nel casuale srotolarsi delle apparizioni e degli incontri più eterogenei, come se tutte le classi sociali e le occasioni di benessere fossero a portata di clacson. 

Nella coppia picaresca c’è anche qualcosa di più antico, di più classico. Gassman, oltre che aspirante al miracolo economico è un don Giovanni distratto (che rischia un incesto con la figlia C.Spaak) un Edipo abusivo, che ruba all’amico la simpatia dei familiari, un Lucignolo balneare, un demone di Ferragosto, faunesco e fallico, un Ulisse mancato… Non solo un cattivo maestro, anzi è probabile che per il timido, wertheriano Trintignant sia valsa la pena di lasciarsi coinvolgere nell’avventura, malgrado la conclusione tragica. Grazie all’influsso dell’amico è uscito dal guscio e ha rifiutato i modelli di vita adulta proposti dalla famiglia.

Le continue oscillazioni tra dramma e commedia e tra vitalismo e sensi di colpa, disorientarono la critica e conquistarono il pubblico. Ha impiegato molti anni Il sorpasso per entrare nella storia del cinema.

I mostri (1963), prototipo ineguagliato di commedia a episodi, venti per l’esattezza di durata variabile, dove Gassman e Tognazzi si danno il cambio a impersonare i vizi degli italiani: un ministro che insabbia uno scandalo, un padre che educa il figlioletto al cinismo, un ex pugile che truffa un altro ex pugile, un mendicante che sfrutta un altro mendicante… come se tutti gli italiani avessero perso la dignità, cadendo in preda a rapacità, egoismo, ipocrisia, cupidigia… I critici parlarono di barzellette filmate, la leggerezza era insostenibile.

Vanno ancora ricordati altri film di quel periodo come, Il giovedì (1964), dove Walter Chiari, padre quarantenne separato dalla moglie, porta a spasso il figlioletto cercando invano di fargli credere di essere un vincente e La marcia su Roma (1962), ovvero la storia patria spiegata attraverso l’arte di arrangiarsi, con Gassman e Tognazzi nei panni di due camicie nere. Meno originale della Grande guerra di Monicelli, ma adatto a spiegare come nacque il fascismo.

Poi gli anni del boom finiscono e le commedie diventano più colorate, pretenziose, meno realistiche. È il caso per Monicelli, dell’Armata Brancaleone, per Risi di Straziami ma di baci saziami (1968), storia d’amore tra due anime semplici girata nello stile dei fotoromanzi (poi Scola proseguirà sullo stesso tono con Dramma della gelosia), e del Tigre (1967), con un Gassman quarantenne, colpito dal demon du midi, che tradisce la moglie Eleanor Parker con la teenager Ann-Margret, ma non ha il coraggio di divorziare e dove l’amarezza di fondo è filtrata da un caleidoscopio di sogni, balletti, flash back, finti flash back di vaga ascendenza felliniana.

Gli anni Settanta si aprono anche per Risi all’insegna della politica: In nome del popolo italiano (1971) è una morality play, un po’ giallo e un po’ commedia, su un giudice incorruttibile (Ugo Tognazzi) che combatte con accanimento un industriale inquinatore (Vittorio Gassman). Schematico ovviamente, ma gli va riconosciuto il merito di avere anticipato di vent’anni le inchieste di Mani pulite. Più originale Mordi e fuggi (1973), dove un industriale (Marcello Mastroianni) viene rapito sull’autostrada da un gruppo di terroristi, con cui convive per qualche giorno, prima di un finale quasi operistico dove rapitori e rapito vengono mitragliati dagli incappucciati di un corteo funebre, in realtà poliziotti travestiti. È la solita storia di sopravvivenza e arte di arrangiarsi, su uno sfondo popolato questa volta da figure sgradevoli, a partire dal protagonista, l’industriale, un uomo senza dignità. Ancora più pessimista Senza parole il micro apologo dei Nuovi mostri (1977), dove la hostess Ornella Muti passa la notte con un partner medioorientale che il mattino le regala un mangiadischi e poco dopo l’aereo esplode in volo. Appena una vignetta, una bolla di sapone, per liquidare in un colpo solo sexual freedom e terzomondismo.

Prevale nel Risi anni Settanta e anche in seguito una vena crepuscolare, con storie di libertini nell’autunno della vita. Come Profumo di donna (1974) sull’ultimo viaggio di un ufficiale non vedente (Vittorio Gassman) che ha deciso di uccidersi. Ma i film comici degli ultimi anni, da Sesso e volentieri (1982) al Commissario Lo Gatto (1986), sono deludenti. E le cose non vanno meglio con i tv movie dove Risi sembra piegarsi all’estetica patinata dei network berlusconiani.

In tutto un sessantina di film, di cui almeno dieci interessanti e almeno tre capolavori. Merito del regista ma anche dei grandi sceneggiatori e dei grandi attori-mattatori con cui ha lavorato e dello spirito del tempo, gli anni Sessanta, che si respira nei suoi film migliori. Non è stato Risi autore in senso pieno con un mondo, uno stile e una poetica, affiora appena qualche tema come il gusto della vita e il senso della fine (Aldo Viganò ha scritto che Risi se fosse un filosofo sarebbe un epicureo). È stato piuttosto un grande artigiano non tanto diverso in questo dai maestri americani come Hawks o Wilder, con un tocco personale nel disegnare i mostri italiani, un po’ giudice e un po’ complice: è questa ambiguità che i moralisti, a partire da Italo Calvino, rimproveravano alla commedia all’italiana. Perciò a lungo la critica lo ha sottovalutato, l’unico Leone d’oro gli è stato assegnato alla carriera, ma lui non ne era troppo dispiaciuto. Tra le sue doti, e i film lo dimostrano, c’è quella di non prendersi troppo sul serio.

Dino Risi è morto nel 2008, nel residence romano dove viveva da solo.

(* critico cinematografico e autore televisivo)

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