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Attualità, In primo piano

Parcheggi a Marina Chiavari: storia di una ‘rivoluzione’ mancata

La montagna ha partorito il topolino. La ‘rivoluzione’ dei parcheggi a Chiavari, com’è stata presentata dall’attuale amministrazione e da alcuni media, è completamente monca. Il sindaco Marco Di Capua parla con convinzione di “promesse elettorali mantenute” ma, a tutti gli effetti, l’affermazione non è veritiera. Non lo è nella forma, men che meno nella sostanza.
I chiavaresi, che pure avevano riposto enorme fiducia nelle parole degli attuali componenti della giunta, si sono dovuti ricredere.

Nel passaggio da Acpoa a Marina Chiavari della sosta a pagamento, un percorso accidentato e costellato da numerose polemiche ed errori da parte di Palazzo Bianco, è stato regolamentato in via definitiva il frazionamento della sosta (che già esisteva in precedenza), pur con brutte sorprese che spiegheremo più avanti, ma non vi è traccia alcuna della seconda e della terza parte dell’impegno preso da Di Capua con i cittadini: i parcheggi riservati ai portatori di handicap e, soprattutto, le agevolazioni per i residenti, quali abbonamenti o tariffe in convenzione.

Era quest’ultimo il provvedimento più atteso dai chiavaresi, mentre il frazionamento era stato caldeggiato a gran voce dai commercianti. Ma tra programma elettorale di Avanti Chiavari e reale applicazione, evidentemente, non c’è coincidenza.
Il sindaco Di Capua, nel sorprendente silenzio sull’argomento da parte del quotidiano locale, che ha ‘dimenticato’ di scrivere la notizia delle mancate agevolazioni, si è giustificato così sulla pagina Facebook di Avanti Chiavari. Come dire: persino l’informazione interna dell’house organ dell’amministrazione è stata più neutra rispetto a quella che dovrebbe garantire e tutelare tutta la cittadinanza.

Attualità, editoriale

Vivere su un’isola. A Genova succede anche questo

Da un mese viviamo su un’isola, noi cittadini del Ponente. Solo che qui non ci sono palme tropicali, nessuno ti sventola aria fresca, nessuno ti serve Piña Colada.
Non ci sono barriere coralline.
Perché siamo isolati, e non isolani.
E le uniche barriere che vediamo sono le lamiere delle automobili che abbiamo di fronte, di lato, di dietro.
Da ogni parte.

Chiamatelo destino cinico e baro, chiamatela sfiga che ci vede benissimo, chiamatela come vi pare: ma quali quartieri e delegazioni stanno pagando il prezzo più alto, dopo l’immane sciagura del Ponte Morandi?
La risposta è ovvia e banale, nella sua profonda tristezza: semplice, le zone che il conto lo saldano da sempre. Sampierdarena, Cornigliano, Sestri Ponente, la Valpolcevera. Se non abiti da questa parte, neppure lo puoi capire, che cosa stanno passando questi genovesi.
Sino al punto che quasi non sono più genovesi, ma un’altra cosa, un’altra realtà, un altro spazio e un altro tempo.

Una volta, quando i nostri vecchi si dirigevano in centro dicevano: ‘Vado a Genova’. E questa identità è rimasta sempre forte e radicata, nelle delegazioni del Ponente. Spesso, si faceva di tutto per non andare, all’insegna del motto “a Sestri ghe de tuttu cumme a Zena”.
Oggi, quando si deve andare al lavoro o a far qualche commissione, ci si prepara con lo stesso spirito pionieristico.
Come attraversare lo stretto di Messina.
Come passare da una terra all’altra, con un vuoto nel mezzo.

Il paragone non è casuale. Che sempre di ponti – o meglio di assenza di ponti – si parla. E nessuno vorrebbe che il futuro viadotto sul Polcevera diventasse una barzelletta come l’unione tra Calabria e Sicilia. Perché i presupposti, purtroppo, ci sono tutti.
Le lungaggini sono dietro l’angolo, la burocrazia pronta a sparigliare le carte e complicare il tutto. Come sempre in questo dannato paese.
Ci chiedono pazienza, i nostri amministratori. La chiedono ai parenti delle vittime che aspetteranno per anni un perché, un nome e un cognome; la chiedono alle centinaia di sfollati, che altro non sperano se non rientrare nelle proprie case, per l’ultima volta, a riprendersi le cose di una vita, i sacrifici, i ricordi più cari; la chiedono ai cittadini del Ponente e della Valpolcevera, ai quali da decenni si promettono grandi progetti, a compensare le servitù che sopportano da tempo immemore.
Pazienza. Chiedono pazienza.

E intanto la politica inscena il suo teatrino. Con pazienza dobbiamo assistere agli insopportabili litigi su chi deve ricostruire il ponte, come, dove, quando e perché.

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