di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
In questo ultimo capitolo esploreremo come l’Entella veniva varcata nelle epoche più remote, e come veniva praticato il territorio intorno alle sue sponde.
Oggi ci risulta difficile pensare a questo luogo quando era ancora completamente non antropizzato, con il corso d’acqua libero di trovare la sua strada verso il mare. In quel tempo lontano, che potremmo collocare prima della costruzione del ponte di Sant’Erasmo nel XIII secolo, il corso d’acqua ripiegava verso ovest eseguendo un ampio arco.
La distesa alluvionale che oggi ospita Chiavari non era ancora completamente formata e il fronte si presentava come un’ampia laguna. Con la crescita delle comunità sui territori di Chiavari e Lavagna iniziarono le prime sistemazioni, tra cui il ponte sopra citato.
Qui possiamo notare un primo particolare rilevante: il fiume scorreva sotto le tredici arcate all’epoca in uso. Altre possibilità di attraversamento erano garantite nei periodi di siccità, quando il basso livello del fiume permetteva passaggi temporanei, guadi e massicciate provvisorie. Questi sistemi si evolvettero poi nelle prime ‘pedagne’, accumuli di pietre e tavole che consentivano di superare il ruscellamento. Questo sistema era assai diffuso e si sarebbe poi affermato nel tempo in quanto permetteva una sorta di scorciatoia molto apprezzata, se pur precaria.
Con la stessa logica si sviluppò l’utilizzo della “scafa”, una sorta di zattera auto trainata dagli stessi passeggeri, che agivano su di un canapo teso tra le sponde opposte del fiume. Il successo di questo sistema permise di realizzare una sorta di specifica micro urbanizzazione da ambo i lati, a Chiavari in quella che è oggi la zona di Corso Lavagna; sulla sponda opposta sorse invece il quartiere denominato proprio ‘la Scafa’ con Via Garibaldi. Il sistema divenne quindi istituzionale, con tariffe e sistemi di transito commerciali, con muli, cavalli e costi di transito articolati.
Le testimonianze relative alla “scafa” sono molte. Atti notarili dei Rivarola si rifanno a cronache risalenti al 1387. Il Busco riporta uno scritto del 1403 del notaro Nicolò Rivarola, che testimonia le tariffe del tempo: “Uomo denari 1,5, uomo foresto 3 danari, cavallo soldi 1, uomo con mulo o asino denari 4”.
Molto interessante l’annuncio riportato dal Giornale degli Appennini il 20 dicembre 1811: in questa occasione il prefetto bandì una gara triennale per la gestione del servizio della scafa per Chiavari e alcune località del Magra e Sarzana. Il rinnovato appalto non durò che un anno circa, e con l’apertura del ponte in legno Napoleonico nel luglio 1812 l’uso decadde completamente.
Lungo le sponde rimanevano le tante postazioni delle lavandaie. Nei censimenti post unitari se ne contano circa settanta, in maggioranza occupate da uomini. Il loro lavoro era favorito dalla mancanza d’acqua corrente nelle abitazioni, almeno sino all’entrata in uso dell’acquedotto nel 1924.
Lungo la sponda chiavarese, prossima al Ponte della Maddalena, era la Casa dei Botto, un’affermata famiglia di lavandai. Questi passavano al mattino con una carriola e ritiravano i panni a domicilio, proseguivano fino alle postazioni sul fiume, lavavano il tutto, asciugavano il bucato sui canneti lungo le sponde, e lo riconsegnavano a sera.
Cosa resta sul territorio di queste remote tracce, oggi a dir poco anacronistiche? Vorrei citare una descrizione araldica per le insegne del sestiere lavagnino della ‘Scafa’ (scritto rigorosamente con una f sola): “Il nobile Sestiere della Scafa, con il drappo di bianco e di rosso, caricato dello stemma di rosso a remo e arpione posti in croce di S. Andrea”.
Se passeggeremo sulle sponde del nostro Entella varrà la pena di curiosare l’intero tratto tra la Maddalena e la foce; potremo così osservare un’importante pagina di storia, nei ponti e nel paesaggio del fiume (fine).
(* storico e studioso delle tradizioni locali)