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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Ascesa e caduta del mito di Cesar Chavez, il sindacalista-abusatore con il motto “Sí, se puede”

Il leader dei braccianti agricoli californiani, scomparso nel 1993 e finora noto per i suo metodi di lotta pacifici e per l’ampio seguito popolare, è stato oggetto di una lunga inchiesta da parte del New York Times
Una inchiesta del 'New York Times' rilegge la figura storica e politica di César Chávez
Una inchiesta del 'New York Times' rilegge la figura storica e politica di César Chávez
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

César Chávez è stato per decenni celebrato come il volto più luminoso del movimento dei braccianti agricoli americani, un simbolo della lotta non violenta, della dignità del lavoro e della possibilità che anche gli ultimi potessero ottenere giustizia attraverso l’organizzazione collettiva. La sua immagine, rappresentata da un volto scavato, da una semplice camicia a quadri e dal motto “Sí, se puede” ha attraversato generazioni e ispirato campagne politiche, film, monumenti, giornate commemorative. Oggi quella figura appare incrinata da una serie di rivelazioni che non solo mettono in discussione l’uomo, ma costringono a ripensare l’intera storia dell’United Farm Workers (Ufw), il sindacato che Chávez fondò e guidò con mano sempre più ferma, fino a trasformarlo in un esperimento comunitario dai tratti autoritari.

Un’inchiesta del New York Times, pubblicata a puntate nel marzo 2026, ha raccolto, per cinque anni, testimonianze, documenti e riscontri che delineano un quadro inquietante: secondo il giornale, Chávez avrebbe abusato sessualmente di donne e ragazze all’interno del movimento, approfittando della sua posizione di potere e di un clima interno che scoraggiava ogni forma di dissenso. La rivelazione più sconvolgente è arrivata da Dolores Huerta, cofondatrice dell’Ufw, figura storica del sindacalismo latino e, per decenni, considerata la coscienza morale del movimento. 

Huerta, oggi quasi novantaseienne, ha dichiarato pubblicamente di essere stata abusata da Chávez negli anni Sessanta, raccontando episodi di manipolazione, coercizione e violenza che portarono a due gravidanze, poi tenute segrete per oltre mezzo secolo. La sua testimonianza, resa prima al quotidiano newyorchese e poi in una lunga dichiarazione pubblica, ha avuto un impatto devastante non solo per la gravità dei fatti, ma per il peso simbolico della fonte: Huerta era stata per decenni la più strenua custode dell’eredità di Chávez, la sua alleata più fedele, la voce che più di tutte aveva contribuito a costruire il mito del leader. 

Il suo silenzio, ha spiegato, era motivato dalla convinzione che rivelare la verità avrebbe danneggiato irrimediabilmente il movimento dei braccianti, l’unico strumento che lei riteneva in grado di migliorare le condizioni di vita di una comunità storicamente sfruttata e invisibile. “Ho creduto per sessant’anni che tacere fosse un sacrificio necessario”, ha scritto. “Oggi capisco che quel silenzio ha protetto un uomo, non il movimento”. 

Le rivelazioni hanno costretto la stessa United Farm Workers a prendere posizione, riconoscendo che il comportamento del suo fondatore “era incompatibile con i valori dell’organizzazione” e sospendendo ogni partecipazione alle celebrazioni del César Chávez Day. Una presa di distanza tardiva, ma inevitabile, che apre una riflessione più ampia sul modo in cui il sindacato è stato costruito e gestito, e su come alcune dinamiche interne abbiano favorito non solo abusi individuali, ma una progressiva perdita di efficacia politica e sindacale.

Per comprendere la parabola discendente del sindacato dei braccianti bisogna tornare agli anni Settanta, quando Chávez, frustrato dalle divisioni interne e dalla difficoltà di consolidare i successi ottenuti con il boicottaggio dell’uva in California, attivo dal 1965 al 1970 dove riuscì a ottenere grandi risultati dal rifiuto, iniziò a guardare con crescente interesse a Synanon, una comunità di recupero dalle dipendenze che è degenerata in una setta autoritaria, nota per pratiche di controllo psicologico, isolamento dei membri e culto della personalità del fondatore, Charles Dederich

Chávez rimase affascinato dalla disciplina ferrea di quel centro di riabilitazione, dalla sua capacità di creare un gruppo coeso e totalmente devoto alla causa, e soprattutto dal metodo chiamato “The Game”, una sorta di terapia collettiva basata su attacchi verbali, confessioni forzate e umiliazioni pubbliche. 

Secondo numerosi storici, tra cui Matt Garcia dell’Arizona State University, autore del libro “From the Jaws of Victory: The Triumph and Tragedy of Cesar Chavez and the Farm Worker Movement”, Chávez importò nel sindacato alcune di queste pratiche, trasformando le riunioni interne in sessioni di autocritica che avevano l’effetto di isolare i dissidenti e rafforzare il suo controllo personale. La creazione della comunità di La Paz, a Keene, in California, rappresentò il punto più evidente di questa deriva: un luogo isolato, dove si svolgevano sessioni di disciplina interna e attività che ricordavano da vicino la struttura chiusa e gerarchica di Synanon. In quel contesto, il confine tra dedizione alla causa e obbedienza cieca divenne sempre più labile, e il sindacato iniziò a perdere molti dei suoi quadri più capaci, allontanati o fuggiti per il clima di sospetto e pressione psicologica.

Il risultato di questa trasformazione fu un’organizzazione sempre più centrata sulla figura del leader e sempre meno capace di rappresentare in modo efficace i lavoratori. Negli anni Ottanta e Novanta, mentre altre organizzazioni sindacali si professionalizzavano, la Ufw rimaneva prigioniera di una struttura interna rigida, poco trasparente e incapace di adattarsi ai cambiamenti del mercato del lavoro agricolo, segnato da una crescente presenza di lavoratori migranti privi di documenti e quindi particolarmente vulnerabili. 

Oggi, paradossalmente, i braccianti agricoli americani godono di meno protezioni rispetto all’epoca d’oro dell’Ufw. I contratti collettivi sono diminuiti, la sindacalizzazione è crollata, e molte delle conquiste ottenute negli anni Sessanta e Settanta sono state erose da decenni di deregolamentazione, pressioni politiche e trasformazioni economiche. Oggi il sindacato esiste ancora, ma rappresenta una frazione minima dei lavoratori agricoli, e la sua capacità di incidere sulle condizioni di lavoro è drasticamente ridotta. Le rivelazioni sul passato di Chávez non spiegano da sole questo declino, ma lo illuminano da un’angolatura nuova: mostrano come un movimento nato per emancipare i più deboli abbia finito per costruire al proprio interno dinamiche di potere che hanno soffocato il dissenso, scoraggiato la partecipazione e impedito un ricambio generazionale. E mostrano come il mito dell’eroe, quando diventa intoccabile, possa trasformarsi in un ostacolo alla crescita di un’organizzazione che avrebbe avuto bisogno di pluralità, trasparenza e responsabilità.

Oggi, mentre città e istituzioni riconsiderano monumenti, intitolazioni e celebrazioni, la sfida non è cancellare Chávez dalla storia, ma ricollocarlo nella sua complessità, riconoscendo insieme i successi straordinari e le ombre profonde. La voce di Dolores Huerta, che per decenni ha incarnato la parte più luminosa del movimento, invita a un esercizio di verità che non riguarda solo il passato, ma il futuro dei lavoratori agricoli, ancora oggi tra i più sfruttati e meno tutelati degli Stati Uniti. Raccontare questa storia significa accettare che anche i simboli più potenti possono nascondere lati oscuri e inquietanti, e che la giustizia sociale non può poggiare solo sulle spalle di figure carismatiche e totemiche. È una lezione che vale per il movimento dei braccianti agricoli, ma soprattutto per ogni comunità che voglia costruire un futuro più equo senza ripetere gli errori del passato.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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