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di MATTEO MUZIO *
Lo ha detto apertamente lo speaker della Camera dei Rappresentanti, qualora i repubblicani dovessero perdere la Camera alle elezioni di midterm, “sarebbe la fine della presidenza di Donald Trump”. Nell’intervista a Newsmax, rilasciata dopo il discorso sullo Stato dell’Unione di martedì 24, Mike Johnson ha specificato che al presidente occorrono “altri due anni per risolvere i casini” lasciati dai democratici. Questi ultimi, in caso di conquista della Camera, non solo renderebbero difficile l’approvazione di provvedimenti a causa del governo diviso, ma lancerebbero anche continue indagini sull’amministrazione”.
Già questo messaggio al network ultraconservatore costituirebbe un perfetto spot per la campagna elettorale dell’opposizione a novembre, ma è il segnale che, da tempo, la Casa Bianca sta pensando ad agire sull’elettorato in modo diverso. E del resto il presidente lo ha detto nello Stato dell’Unione: “non glielo permetteremo” di “imbrogliare”. Tradotto: vogliamo controllare chi vota. Ci sono due strade, da qui a novembre. Una è il Save America Act, un provvedimento che consentirebbe di votare soltanto con un documento con foto nuovo da ottenere presentando un certificato di nascita, cosa non semplice in un paese come gli Stati Uniti dove la mobilità è assai frequente e la burocrazia spesso è lenta. L’altro è qualcosa di ben più sinistro che asseconderebbe la smania di svolta autoritaria di buona parte del coté intellettuale del mondo Maga. Si tratterebbe di emettere un decreto esecutivo di diciassette pagine che il ‘Washington Post’ avrebbe ottenuto in esclusiva: di fatto, si prenderebbe per buona, senza prove, l’interferenza cinese nelle elezioni presidenziali del 2020, in modo da conferire al presidente uno straordinario potere sull’intero processo elettorale. Con l’attacco all’Iran poi, i post pubblicati dal presidente fanno presagire un’aggiunta che riguardi l’Iran, che avrebbe interferito “anche nel 2024”. Una bufala, anche in questo caso. E difficilmente un ordine del genere reggerebbe di fronte a una prova di costituzionalità e verrebbe bloccato.
Tutto questo perché i numeri per il Save America Act non ci sono. Se alla Camera il provvedimento è passato con 220 voti a 208, al Senato il gruppo dem di 47 senatori appare compatto nell’opposizione. E i numeri consentono loro di fare ostruzionismo, dato che per chiudere la discussione su un disegno di legge servirebbero 60 voti. Si potrebbe, in alternativa, cambiare il regolamento e consentire il voto a maggioranza semplice. Anche in quel caso però non ci sono i numeri: quattro repubblicani, il senatore uscente Thom Tillis del North Carolina insieme con l’omologa dell’Alaska Lisa Murkowski e il rappresentante dell’Utah John Curtis e l’ex capogruppo Mitch McConnell non vogliono cambiare, perché temono che i democratici, qualora tornassero al potere, andrebbero avanti con un rullo compressore.
E quindi la volontà di restringere il voto a colpi di burocrazia per chiedere agli elettori una “prova di cittadinanza” difficile da ottenere. A quel punto resterebbe solo un sinistro “pronunciamento” da parte dell’Amministrazione Trump che blocchi in modo autoritario le elezioni, eventualità non accaduta nemmeno ai tempi della guerra civile, quando i soldati votarono a margine del campo di battaglia. In quel caso sarebbe la materializzazione degli incubi dei Padri Fondatori, che temevano l’evoluzione “napoleonica” degli Stati Uniti. Timore che potrebbe ancora materializzarsi nei prossimi mesi, qualora le forze armate non mantengano il proprio giuramento di fedeltà nei confronti della Costituzione.
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)