di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Paradossalmente, l’acqua in ogni casa arrivò ultima, in ordine di tempo, a segnare l’avvento del progresso nella nostra città. Ma in realtà una ragione c’è. Se ci interroghiamo sul motivo della più antica presenza umana organizzata in Chiavari, la risposta è semplice, ed è legata alla disponibilità dell’acqua. Le tracce archeologiche rinvenute in corso Millo, dal cocciopesto del Bronzo fino alle tombe dell’età del Ferro, testimoniano di millenni di storia e confermano come le comunità vi si siano organizzate proprio grazie alla presenza in loco di acqua in quantità.
Facendo un lungo salto di tempo e arrivando al XII secolo, troviamo che la fondazione della città fortificata di Chiavari, oltre gli importanti riferimenti politici genovesi per il controllo del territorio, possedeva il fondamentale requisito della disponibilità di acqua.
Ancora, riguardando i dati cartografici della Repubblica di Genova di Matteo Vinzoni, ritroviamo l’elemento simbolico dei pozzi a cicogna, le sighêugne, a caratterizzare gli spazi a uso ortivo.
Durante l’espansione ottocentesca, con i nuovi complessi compresi tra corso Garibaldi e corso Millo, tutti gli edifici erano provvisti di appositi impianti, pompe di raccolta che portavano l’acqua in grandi vasi d’espansione nei sottotetti; l’acqua di falda era conservata in capaci contenitori e poteva scendere per ricaduta a tutti gli alloggi sottostanti.
Fu proprio l’uso dell’acqua di falda, in una città oramai cresciuta e con una popolazione di circa ottomila residenti, molto concentrati e nell’assenza totale di un sistema di raccolta e smaltimento dei liquami, a produrre le grandi epidemie ottocentesche. In particolare, la scarsa igiene con una presenza antropica alta e concentrata, diveniva fattore altamente facilitante dell’epidemia colerica. Negli anni Venti dell’Ottocento il vibrione colerico colpisce le comunità del nostro territorio. Acqua e pozzi neri si trovavano mal separati nell’immediato sottosuolo, e il morbo devastava la comunità.
Le cronache di quei giorni sono contenute in preziosi documenti d’archivio che ci permettono di meglio inquadrare il dramma che viveva Chiavari a causa della pessima qualità dell’acqua, contaminata dal vibrione. I colpiti dal morbo venivano trasportati presso il lazzaretto di Chiavari. La struttura si trovava all’interno dell’ospedale civile, ed era diretta dal dottore in medicina Giovanni Antonio Mongiardini.
Il protocollo che si applicava agli ammalati, disposto dal “protomedico Griffa e vidimato dalla Giunta Provinciale di Sanità da G.M. Garibaldi”, si rifaceva alla farmacia tradizionale e prevedeva l’utilizzo “nel tempo in cui esisterà il Cholera Morbus”, di “Sal Marina, Spirito di vino, Canfora, Senapa pesta, Erbe Aromatiche, Sanguisughe …”.
Nei locali adibiti a lazzaretto, presso l’ospedale Leonardi, il Mongiardini tentava il soccorso ai tanti colpiti dal male. I dati statistici ci indicano in 1.577 i contagiati, con 715 decessi, circa il dieci per cento dei residenti in Chiavari. Per scongiurare il contagio sarebbe bastato far bollire l’acqua per l’uso domestico, oppure dotarsi di un impianto fognario che non contaminasse le ricchissime falde del sottosuolo. Ma dovette passare quasi un secolo perché Chiavari si potesse dotare di un acquedotto cittadino, un impianto che prelevasse l’acqua da falde più profonde e fosse in grado di portare l’acqua potabile in tutte le case.
Se passiamo in piazza Matteotti e procediamo verso il sagrato di San Francesco possiamo toccare con mano la vera sintesi storica di questo passaggio davvero rilevante per la comunità di Chiavari: la storica Fontana del Muto oggi ci permette di bere un sorso d’acqua girando quel vecchio “brunzin”; ma se guardiamo a lato della costruzione possiamo ancora vedere le tracce della vecchia pompa ottocentesca, i segni dell’asse che permetteva di far salire l’acqua di falda ed erogarla dal rubinetto.
L’acqua in pressione dell’acquedotto inizia il suo cammino con il sindaco Nicola Arata. Non fu facile realizzare i primi progetti, il nascente fascismo li ostacolava in ogni modo e maniera, e il deputato fascista locale, Alessandro Lessona, non muoveva un dito per favorire il primo finanziamento richiesto dall’Arata. Si dovettero attendere tempi più favorevoli: il governo Mussolini abolì i sindaci eletti e li sostituì coi podestà; a Chiavari il Colonnello Benedetto Accorsi fu nominato commissario e successivamente divenne il primo podestà di Chiavari. Nel suo programma si riprendeva quanto sostenuto dall’ultimo sindaco chiavarese: garantire una nuova igiene pubblica, un servizio di nettezza urbana più efficiente e realizzare l’acquedotto. Il 14 giugno del 1924, il giornale fascista chiavarese ‘La Fiamma’ pubblicava la notizia: “Risolto il problema dell’acquedotto. Lessona reperisce quattro milioni di mutuo”.
Il Commissario Accorsi accelerò i tempi, realizzò il completamento del progetto con l’individuazione della stazione di pompaggio lungo il corso dell’Entella e spedì le lettere di invito a quindici ditte per l’appalto dei lavori in città. Il 12 maggio si aprirono le buste con le offerte; tra le cinque ricevute prevalse la Ditta Pederzoli di Genova con un’offerta di ribasso dell’8%.
Domenica 19 luglio 1925 fu una giornata importante nella storia di Chiavari: da Roma, in rappresentanza del governo, giunse il sottosegretario agli Interni Attilio Teruzzi, in occasione della posa della prima pietra del costruendo acquedotto portato a compimento dall’On. Alessandro Lessona e dal Commissario Prefettizio Benedetto Accorsi. Il Vescovo Monsignor Casabona intervenne con un suo pensiero: “Io sono lieto come ministro di Dio e come cittadino di imporre la divina benedizione sulla prima pietra di un monumento sospirato a lungo, che porterà il fresco zampillo dell’acqua potabile in tutte le case chiavaresi”.
Il 18 maggio del 1930 si tenne una nuova manifestazione pubblica per “festeggiare” il nuovo finanziamento che avrebbe permesso la conclusione dei lavori per l’acquedotto e la fognatura. In realtà, con l’avvento della guerra e la lunga fase di ricostruzione dai danni subiti, per avere un servizio idrico efficiente si dovranno attendere ancora diversi anni. Nel 1967, sindaco l’Ammiraglio Luigi Gatti, si giunse a realizzare una vera stazione e un sistema di tubature capace di portare l’acqua in pressione in tutta la città: le nuove pompe di Caperana permisero d’avere un’ottima quantità d’acqua disponibile.
L’anno successivo, siamo ormai nel 1968, si realizza una capace vasca sia a Rì Alto che in Piazzale dei Cacciatori. Le vasche garantiscono una buona tenuta della pressione di distribuzione e nello stesso anno si termina la sistemazione dell’intera tubazione fognaria. Ma il vero anno della svolta definitiva è il 1969, quando in zona Preli si iniziano a vedere le prime strutture dell’impianto di depurazione delle acque fognarie, il primo dell’intero comprensorio. Con questo stabilimento si può considerare completato il primo moderno ciclo delle acque, dalla totale potabilizzazione alla depurazione delle acque nere, sino a quel momento interamente scaricate in mare.
Sospiro di sollievo? Penso di no, stiamo ancora vivendo una pagina di grandi tensioni, il gestore Iren vorrebbe utilizzare l’Area di Colmata per un nuovo impianto di depurazione, ma questa è una storia che speriamo di chiudere e raccontare a breve con esito positivo per l’intera città di Chiavari!
(* storico e studioso delle tradizioni locali)