Glocal… no social
Settimanale di attualità, economia e sport

Ultima edizione

Giovedì 22 ottobre 2026 - Numero 449

“Siamo stati iscritti al PCI”, storia di due uomini liberi

Molti dei tragici errori e molta dell’ambiguità del PCI sono rimasti in eredità a ciò che resta della sinistra italiana, sempre più estremista e populista
Chicco Testa e Claudio Velardi, autori del libro "Siamo stati iscritti al PCI"
Chicco Testa e Claudio Velardi, autori del libro "Siamo stati iscritti al PCI"
Condividi su

di ANTONIO GOZZI

Sabato prossimo alle ore 18 presso la sala Ghio Schiffini della Società Economica avrò il piacere di presentare il libro “Siamo stati iscritti al PCI” insieme ad uno degli autori, Chicco Testa, l’altro è Claudio Velardi che purtroppo non riuscirà ad essere con noi.

Si tratta di uno scambio di lettere vivace e privo di retorica tra i due ex-dirigenti del PCI, entrambi usciti dal partito e divenuti poi figure di spicco della società italiana seguendo autonomi percorsi politici e professionali.

Chicco Testa e Claudio Velardi rivivono la loro militanza, dalle fumose sezioni degli anni 70 del secolo scorso alle stanze del potere dei governi di centro sinistra; i ricordi e le considerazioni di due uomini liberi si incrociano e si completano, il racconto è anche lieve, fatto con ironia e disincanto ma anche con rispetto.

“È una storia che non rinneghiamo e a cui portiamo rispetto perché significa rispettare noi stessi e la nostra giovinezza. Ma di certo neppure la rimpiangiamo”.

Come ho detto, sia Testa che Velardi da tempo hanno abbandonato la militanza attiva, e ciò per profondi dissensi politici e programmatici con la sinistra attuale: “Constatiamo l’attuale deriva della sinistra, e che i nodi irrisolti si sono incancreniti e sono divenuti patologie conclamate” (Claudio Velardi). “Vi è un’assenza totale di spessore programmatico nel così detto campo largo. L’unico collante è la matematica elettorale” (Claudio Velardi). 

E ancora: “Se guardo alla fotografia dei quattro vincitori del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, e immagino che possano vincere le elezioni e tornare al governo, non intravedo altro che una completa mancanza di gravitas, una stagione piuttosto di demagogia, debito pubblico e nuove tasse, terzismo internazionale con quanto basta di antimperialismo, rivendicazione di diritti senza responsabilità e un po’ di anticapitalismo come contorno. Ma davvero ritengono di essere credibili?” (Chicco Testa).

Con un carteggio fitto che passa in rassegna le tante questioni di una militanza politica totalizzante, la vita interna al PCI, gli ideali e i valori di quella comunità, la fatica estenuante delle campagne elettorali, le svolte, i centralismi, gli inciuci, i tradimenti, la coerenza, la nostalgia, le pesanti responsabilità di governo, Testa e Velardi ripercorrono cinquant’anni anni di storia della sinistra italiana e del nostro Paese.

Per comunanza anagrafica (sono nato anche io nel 1954) e per il fatto che anche io negli anni giovanili, nella mia prima vita, ho militato e sono stato dirigente di un altro partito politico della sinistra, il PSI, comprendo cultura, riti, posture del vivere di quel mondo, ma soprattutto comprendo il sentiment che anima il libro, e sono seriamente ammirato dal coraggio non comune di Testa e di Velardi nel denunciare senza pietà gli errori gravi e gli insopportabili ritardi della cultura comunista, sia pure declinata in salsa italiana.

Una cultura politica quasi religiosa, che ha intrappolato per decenni una “comunità di persone per bene” come la definisce Chicco Testa. Una comunità che ha avuto sì il merito in alcuni momenti bui della storia d’Italia (gli anni di piombo del terrorismo) di essere un argine democratico insuperabile, ma che avrebbe potuto dare molto di più alla crescita e alla modernizzazione del Paese.

Da vecchio socialista lasciatemi ricordare questi ritardi e tragici errori, ne cito soltanto alcuni e più recenti nella storia del PCI: il trovarsi dalla parte sbagliata della storia quando si schierò senza tentennamenti contro i missili di teatro europei installati per reagire al dispiegamento contro Parigi, Roma, Berlino e Londra degli SS20 sovietici; la demonizzazione di Craxi e dei socialisti che non accettavano di subire l’egemonia comunista; la battaglia campale (persa) nel referendum contro l’abolizione della scala mobile; l’appoggio opportunistico e acritico alla magistratura e anche ai suoi eccessi nella fase di Tangentopoli e anche dopo, fino ai giorni nostri; il cambiare finalmente il nome soltanto quando il muro di Berlino era ormai crollato, e i regimi comunisti dell’Est, a partire da quello sovietico, si scioglievano come neve al sole.

Quella cultura che, dopo la Bolognina e l’inizio del dibattito sul cambiamento del nome, fece sì che al povero Claudio Petruccioli (che in un Comitato Centrale aveva affermato che in fondo da tempo il PCI non era più un partito comunista ma era diventato un partito socialdemocratico) il vecchio Natta urlasse: “Parla per te!”

Velardi e Testa tutto questo lo riconoscono con onestà, e implicitamente sottolineano che, a causa del massimalismo dei comunisti, non sia mai riuscita la creazione, anche in Italia, di un grande partito socialdemocratico. Per questo molti dei tragici errori e molta dell’ambiguità del PCI che abbiamo ricordato sopra sono rimasti in eredità a ciò che resta della sinistra italiana, sempre più estremista e populista.

Ultimi video

Amt, il servizio è in crisi ma gli stipendi dei dirigenti aumentano: Federico Bairo denuncia le contraddizioni dell’azienda
Il rappresentante di Usb Trasporti: "Corse saltate e fermate senza orari: chiediamo più risorse per migliorare il servizio pubblico e tutelare i diritti dei lavoratori"
Sanità ligure, l’allarme del Comitato Malati Tigullio: meno servizi e più rischi per i pazienti
La vicepresidente Maria Giulia Mordini e il professor Michele Brignole sui rischi degli accorpamenti e sulla tenuta dell’assistenza sul territorio

Altri articoli

Il caro energia fa male a tutti ma non è uguale per tutti

La situazione per le imprese energivore sta diventando drammatica

Quali condizioni per un’Europa competitiva?

L’industria europea è stata schiacciata da tre forze intrecciate che l’hanno progressivamente indebolita e danneggiata: mercatismo, estremismo ambientalista e finanziarizzazione