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di GIACOMO ENRICO DE BERNARDIS
In questa nuova analisi ci tocca parlare di un presidente che per anni non è stato elogiato, ma anzi, è stato il simbolo dell’imperialismo americano e della guerra del Vietnam: parliamo del democratico Lyndon Johnson, subentrato a John Fitzgerald Kennedy il giorno del suo assassinio il 22 novembre 1963.
Siccome qui cerchiamo di fare giornalismo e non chiacchiere, glissiamo sulle teorie del complotto sull’assassinio di Jfk e andiamo al nocciolo della questione: Lbj (questo l’acronimo del nuovo presidente) si trova a dover gestire un paese in trasformazione per giunta sotto choc: da texano e quindi da sudista sa che la segregazione va risolta e che la sentenza del 1954 Brown v. Board of Education è ancora lettera morta.
Per fare fronte a ciò serve una maggioranza ampia che bypassi il blocco sudista ancora numeroso, di cui fa parte anche un suo caro amico e mentore, Richard Russell, senatore della Georgia. Per farlo deve rivolgersi ai repubblicani capeggiati dal senatore dell’Illinois Everett Dirksen, un uomo sufficientemente illuminato per comprendere il momento storico. E votare un pacchetto di leggi per i diritti civili proprio mentre il Paese è una polveriera e gli attivisti per il voto agli afroamericani al Sud spesso vengono malmenati, minacciati e talvolta uccisi.
Non solo quello: Johnson riesce anche a farsi approvare due programmi per garantire cure sanitarie gratuite a chi vive sotto la linea federale di povertà (il cosiddetto Medicaid) e per gli over 65 (il Medicare). Prende anche però la decisione che segna in negativo la sua presidenza: nel 1964 in seguito a un incidente con il Vietnam del Nord decide di fare uno step ulteriore e trasformare i consiglieri militari per il traballante Vietnam del Sud in vere e proprio truppe combattenti.
L’America non glielo perdona e sarà quello che condannerà alla dissoluzione la coalizione formatasi negli anni del New Deal tra segregazionisti sociali del Sud e classe operaia del Nord. Però le sue leggi in campo sanitario e sociale sono rimaste e in quegli anni la Corte Suprema gli dà una mano con sentenze come Loving v. Virginia del 1965, che rendono illegale il divieto di matrimoni misti.
Johnson non era un personaggio amabile: nato come manovratore oscuro delle aule del Senato, dove ha perfezionato tecniche di alternanza tra bastone e carota per tenere il controllo del gruppo che guidava, era spietato contro gli avversari, volgare nei modi e nel linguaggio e spesso fedifrago. Ma alla prova della Storia è stato un politico così imperfetto a tagliare il nodo della segregazione razziale, minando il sistema sociale che lo aveva cresciuto e sapendo di perdere un pacchetto di voti sicuro per i dem per mantenere saldo il principio dell’uguaglianza razziale. Un atto nobile e di disinteresse che rende Johnson meritevole di essere ricordato nella nostra rassegna.