di ANTONIO GOZZI
La siderurgia italiana è, per grandezza e volumi di produzione, la seconda d’Europa dopo quella tedesca, e la prima per produzione da forno elettrico. Non esiste nessun Paese al mondo dove più del 90% della produzione d’acciaio è realizzata con questa tecnologia che è quasi totalmente decarbonizzata (cioè senza emissioni di CO2). Gli acciaieri italiani sono quindi campioni del mondo nella produzione di acciaio “verde”. Pensate che in Europa il 60% dell’acciaio è ancora prodotto con il carbone.
Questa situazione mette la siderurgia, o meglio la “elettrosiderurgia” italiana, in pole position rispetto alla concorrenza mondiale in termini di tecnologie utilizzate, innovazioni di processo e di prodotto, qualità delle professionalità e del capitale umano coinvolti, accettabilità ambientale della presenza industriale, sostenibilità ed efficienza di lungo periodo. L’elettrosiderurgia italiana è inoltre la più grande macchina europea di economia circolare perché ricicla più di 20 milioni di tonnellate di rottame l’anno.
Le nostre aziende siderurgiche fanno prevalentemente o quasi esclusivamente capo a gruppi familiari, molto intensi nella gestione e leali nei confronti delle loro aziende, che sono ben capitalizzate perché quando ci sono profitti questi si trasformano in larga parte in investimenti. Si stima che le imprese elettrosiderurgiche italiane, che occupano più di 75mila addetti tra diretti e indiretti, negli ultimi 10 anni abbiano fatto investimenti nei loro impianti per più di 15 miliardi di euro.
Quali sono le ragioni per le quali queste aziende hanno annunciato recentemente di prepararsi a fare una manifestazione di interesse, condizionata alla verifica dell’esistenza di una serie di condizioni abilitanti all’attività industriale, per quella parte di Ilva che non è l’area a caldo, quella cioè dove si produce l’acciaio primario?
Perché questa “perimetrazione” o limitazione soltanto agli impianti che trasformano l’acciaio primario, cioè treni di laminazione e verticalizzazioni varie?
Quali sono le prospettive e le possibilità di questa iniziativa?
Proviamo a rispondere a questi interrogativi.
I siderurgici italiani credono che l’acciaio in generale, e l’acciaio dei prodotti piani in particolare, sia un fattore strategico per l’economia del Paese. Ciò è tanto più vero in un contesto geopolitico globale nel quale le esigenze di sicurezza, di difesa e di autonomia strategica sono imprescindibili.
L’Italia è un grande Paese industriale, con la sua manifattura è il più grande trasformatore di acciaio d’Europa e gioca e giocherà sempre di più in futuro un ruolo essenziale nel contesto del Mediterraneo allargato specie nei confronti dei Paesi del Nord Africa e del Golfo.
Taranto è lo stabilimento siderurgico più a sud d’Europa, e il più proiettato verso questi nuovi mondi. La sua portualità e la sua logistica sono fattori chiave in questo contesto. Si pensi che pochissimi porti al mondo hanno gli alti e altissimi fondali di Taranto, che consentono l’arrivo di navi di enormi dimensioni.
La presenza industriale siderurgica a Taranto è una questione di interesse strategico nazionale.
Questa consapevolezza e convinzione fa sì che per rendere realistica un’operazione di recupero e rilancio industriale, tenuto conto delle enormi difficoltà pregresse, sia necessaria un’operazione di sistema. Così l’abbiamo definita sin da subito.
Questo non significa solo un’iniziativa di quasi tutte le imprese siderurgiche italiane che firmeranno la manifestazione di interesse, ma il coinvolgimento a vario titolo di altri attori, in particolare di fornitori e di clienti, e di un coinvolgimento dello Stato come accompagnatore del processo di rilancio e come garante delle condizioni abilitanti all’esercizio in quel luogo di una attività industriale.
Si tratta di una grande sfida che obbliga i siderurgici italiani a coniugare con equilibrio interessi singoli e interessi collettivi mostrando maturità e anche spirito patriottico. Conosciamo bene la grande tradizione dei tarantini nelle lavorazioni dell’acciaio. I grandi oleodotti e gasdotti parlano chiaro così come le navi della Marina Militare Italiana. Taranto è ancora oggi la più grande città industriale del Mezzogiorno e tra le più grandi a livello nazionale.
Ci piacerebbe poter mostrare a tutti i nemici dell’industria che è possibile farla in maniera sostenibile anche a Taranto e dimostrare che la siderurgia nazionale è capace di assumersi responsabilità nazionali.
La ragione principale per la quale i siderurgici italiani si sono mossi è la novità rappresentata dalla ordinanza (molto discutibile ma non in questa sede) della Corte di Appello di Milano che, di fatto, con le sue prescrizioni chiude l’area a caldo.
L’area a caldo, i suoi impianti, le sue emissioni sono all’origine, a partire dal 2012, della tragedia dell’Ilva che nessuno in questi 15 anni è stato capace di governare nell’equilibrio tra lavoro e ambiente. Questa tragedia che ha travolto, a nostro giudizio ingiustamente, la famiglia Riva, e che resta una ferita aperta per tutti i siderurgici italiani, non si può dimenticare. Sequestri, condanne penali, processi ancora aperti, estremismo ambientalista e giudiziario, impossibilità pratica di svolgere l’attività industriale, sono stati i fenomeni che hanno ammazzato la più grande e più bella siderurgia d’Europa con un danno gravissimo per l’economia nazionale.
Oggi almeno si parte da un punto fermo: l’acciaio primario lì non si può più produrre e quindi per far funzionare il resto del sistema (treni a nastri, treno a lamiere, verticalizzazioni varie comprese quelle di Genova e Novi) occorre comprare bramme sui mercati internazionali. Oggi questi semiprodotti sono disponibili in grande quantità, domani chi lo sa, ragione per la quale immaginare di coprire almeno una parte dell’acciaio primario necessario alle laminazioni con una produzione da forno elettrico nazionale magari alimentata da un impianto di DRI è nell’ordine naturale delle cose.
Come detto la strada è lunga ed incerta, e il confronto con il Governo è il primo passo di un lavoro difficile. Confidiamo che il confronto sia positivo. Sarebbe un errore imperdonabile perdere un’occasione storica come questa.