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Giovedì 13 agosto 2026 - Numero 439

Magil, la moda a portata dei più piccoli: la scommessa (stravinta) di Maria Chiara Maggi

L’imprenditrice e stilista ha proiettato il celebre logo in tutta Italia e il suo ‘segnale’ è tanto forte che è arrivato a interessare lo Zecchino d’Oro
La festa in Galleria Mazzini a Genova in occasione dell'inaugurazione del negozio di Magil
La festa in Galleria Mazzini a Genova in occasione dell'inaugurazione del negozio di Magil
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di DANILO SANGUINETI

Dicono che il carattere si formi nei primi anni di vita – indicativamente nell’intervallo 0-6 – che si moduli durante l’adolescenza e si consolidi nell’ingresso all’età adulta. Concesso che cambiamenti significativi possano avvenire in qualsiasi momento dell’esistenza in risposta a esperienze e interventi significativi, resta forte il sospetto che essere costretti da piccolini ad indossare una tutina fluorescente o un completo da boss in erba sia un fardello arduo da scrollarsi di dosso. Un consiglio ai padri e madri dell’oggi infarciti delle più balzane teorie pedagogico-psico-comportamentali: attenzione allo stile. Non il vostro, quello dei vostri pargoli. 

Corre in soccorso del genitore che si preoccupa e allo stesso tempo non è succube del look e della famigerata fast fashion Magil, il marchio che Maria Chiara Maggi ha fatto lievitare sino ad essere un riferimento per il settore in Italia. La imprenditrice e stilista in versione Batgirl ha proiettato il celebre logo in tutto lo Stivale, e il suo “segnale” è tanto forte che è arrivato a interessare lo Zecchino d’Oro, un totem per generazioni e generazioni di bambini e bambine, diventando lo sponsor del Piccolo Coro dell’Antoniano, promotore ed organizzatore del Festival. 

Oggi il percorso della ragazza venuta dal Tigullio non è ancora terminato però si può dire che la traversata del deserto sia stata compiuta e che Magil sia nome noto a chiunque operi nel settore moda per bambini.

Contrariamente a quanto molti credono Maria Chiara Maggi non fu la levatrice di un parto casalingo, ma è indubbio che ne sia stata il pedagogo che ha trasformato la creatura da un promettente pupo in un adolescente splendido.

Maggi paga il giusto tributo ai suoi predecessori: “Magil nasce a Crema nel 1966 per l’intuizione e genio di Gilberto Mantica e l’inconfondibile gusto della moglie Lina Tosseghini. Si afferma nei decenni successivi grazie a capi di alta qualità, con finiture di pregio, dallo stile raffinato tipicamente italiano. Nel tempo Magil diventa uno dei marchi di riferimento della moda per bambini, vantando la propria presenza nelle vetrine più ambite in Italia e all’estero”. 

Magil sta per il cognome della coppia e per le iniziali dei loro due nomi. Per una fortunata coincidenza le sillabe “Ma” e “Gi” e la lettera “L” riassumono tre generazioni di Maggi: “Oltre al cognome ci stanno dentro i nomi di mio padre, Mario, di mia mamma Luisella, delle mie sorelle Giulia, Lucia e Laura, oltre al mio nome e cognome. Per non interrompere il flusso nel 2020 e arrivata mia figlia, Martina Maria”.

Pare proprio che fosse scritto nelle stelle l’incontro della giovane Maria Chiara Maggi con Magil. Gli iper-razionalisti potrebbero obiettare che vista la vocazione della lavagnese la sua traiettoria formativa non avrebbe potuto portarla molto lontano. Però, però… La versione di Maria Chiara fa pensare che una qualche congiunzione astrale dovesse esserci. “I miei genitori avevano assecondato il mio desiderio, che avevo sin da bambina e che era cresciuto negli anni e consolidato durante il liceo, di occuparmi di moda. Avevo scelto lo IED di Milano, Istituto Europeo di design, per inseguire quel sogno nel cassetto e prepararmi al mondo del lavoro in un ambito tanto affascinante quanto a me ignoto, tra i dubbi di coloro che me lo indicavano come insidioso. Nel 2006, subito dopo il diploma, iniziai un apprendistato presso una piccola realtà milanese. Nello stesso anno andai per la prima volta Pitti Bimbo: quell’incontro segnerà per sempre la mia vita professionale. Al rientro passai la notte a mandare curriculum a tutte le aziende espositrici. Ricevetti una sola risposta: era l’azienda Magil”.

Ed ecco iniziare l’avventura. Quella che era solo la larva di una collaborazione, si trasformò in crisalide quattro anni dopo ed ora è una meravigliosa farfalla. 

Magil ha mantenuto il nome perché non solo i nomi dei fondatori e della prosecutrice si intrecciano senza sforzo. Anche le loro visioni collimano.  

“Inizia una collaborazione che mi riconosce una piccola soddisfazione in termini economici (250 euro al mese), ma immense soddisfazioni in termini professionali. Lavoro a questo progetto come se l’azienda fosse la mia. Il primo viaggio a New York, le prime fiere, i primi incontri, le riunioni, le campagne vendite, le trasferte presso i laboratori, gli shooting, i comunicati stampa. Passano gli anni e insieme al progetto Magil, accresco la mia esperienza presso altre aziende di moda bimbo, attraverso la libera professione. Sono anni difficili, di forte crisi economica globale. Nel 2010 la proprietà mi propose di comprare il 40% delle quote, ma non avevo risorse sufficienti per accettare. Ero innamorata di quell’azienda e non volevo che morisse, così alla fine, con tutti i miei risparmi, a 25 anni ho comprato il marchio. Una decisione presa con un pizzico d’incoscienza, ma dentro di me sapevo che quella era la strada giusta”. 

Inizio in sordina. “85 metri quadrati, un magazzino sopra una lavanderia a gettoni… Quattro ragazze che lavoravano con me. Mese dopo mese cresciamo. Diventiamo negli anni uno dei marchi di riferimento della moda per bambini, sia in Italia sia all’estero, producendo l’intera collezione di capi e accessori esclusivamente in Italia”. 

Un decennio di ascesa, poi la Pandemia nel 2020. “Furono mesi complicati, la gente cambiò modo di pensare, di vivere, e quindi di comprare. Basti sapere che nelle spese delle famiglie i soldi impiegati per comprare abbigliamento per l’infanzia passò dal secondo al nono posto. Per fortuna dal 2022 ci fu un rimbalzo. Il mare però della nostra navigazione non tornò tranquillo, all’orizzonte spuntarono formidabili secche come le applicazioni che consentono di vendere il proprio usato direttamente su Internet. In un campo dove ogni anno, per forza di cose, va cambiato l’intero guardaroba, liberarsi da una parte dell’inutilizzato e dall’altro poter comprare usato a prezzi ridotti, formano un mix irresistibile per molti consumatori”. 

Che però non tengono conto oltre che di gusto e dell’insuperabile fascino del tagliato su misura di altre considerazioni etiche. Dato che killer application come la celeberrima Vinted si sommano ai marchi della cosiddetta Fast Fashion, gli abiti a prezzo contenuto prodotti con metodi discutibili e con materiali altrettanto opinabili. 

Maria Chiara potrebbe parlare sull’argomento per ore: “Il fenomeno del fast fashion – con la sua ulteriore degenerazione, l’ultra fast fashion, mi pare sia poco compreso in tutte le sue implicazioni specialmente qui da noi. A mio avviso il prezzo estremamente basso di molti capi nasconde costi che non compaiono sullo scontrino, ma che vengono pagati dalla collettività. Prima di tutto la pressione per produrre grandi quantità di capi in tempi rapidissimi comporta, secondo numerose inchieste internazionali, condizioni di lavoro spesso molto critiche in alcuni paesi produttori: salari molto bassi, turni estenuanti e scarsa tutela dei lavoratori. Negli ultimi anni sono emersi anche casi di lavoro minorile nella filiera di alcuni grandi operatori, che le stesse aziende hanno dichiarato di aver individuato e sanzionato”. 

Per coloro che non si commuovono delle disgrazie altrui, c’è sempre la preoccupazione per le proprie… Diverse analisi di laboratorio hanno rilevato, in alcuni prodotti acquistati su piattaforme di ultra fast fashion, la presenza di sostanze chimiche oltre i limiti consentiti dalla normativa europea REACH, tra cui ftalati, formaldeide, PFAS e metalli pesanti. Questo non significa che tutti i prodotti siano pericolosi, ma evidenzia l’importanza di controlli rigorosi e di una maggiore trasparenza lungo tutta la filiera”. 

Se non bastasse. “L’ultra fast fashion incentiva un modello di consumo basato sull’acquisto impulsivo e sulla sostituzione continua dei capi. Il risultato è una produzione enorme di rifiuti tessili, con un forte consumo di acqua, energia e materie prime e un impatto ambientale che si prolunga anche nella fase di smaltimento dei prodotti. Credo che sia importante sensibilizzare i consumatori su questi aspetti. Non si tratta di dire alle persone cosa comprare, ma di permettere loro di fare una scelta realmente consapevole. Il prezzo di un capo non si misura soltanto in euro: dietro un acquisto possono esserci conseguenze sociali, ambientali e sanitarie che meritano di essere conosciute”. Al contrario Magil “È 100% Made in Italy: pensato e fatto in Italia, in ogni fase del processo produttivo. Ed io seguo personalmente ogni fase del processo di lavoro dei laboratori che contribuiscono a creare un capo Magil”.

Da questa appassionata requisitoria si comprende come dietro l’imprenditrice quarantenne ci sia sempre la ragazzina ventenne, sognatrice e battagliera. La stessa capace di tenere non solo la Magil nel mercato ma di espanderla. Magil è in cento negozi, ma oggi ha aperto anche un “Concept Store” in Galleria Mazzini a Genova. Anche qui Maggi è entrata in punta di piedi per diventare con il passare del tempo protagonista. “Ho proposto un paio di iniziative per la rivalorizzazione della Galleria come luogo di incontro, convivialità e cultura cittadina che hanno avuto la piena e convinta approvazione della Confcommercio genovese. Io penso che non si debba vivere di rendita ma muoversi continuamente, proporre”. 

Abiti come indumenti ma anche come usanze, modi di pensare, abitudini infatti. Che possono essere pessime e possono essere virtuose. L’arma segreta di Maria Chiara Maggi è la conoscenza profonda del mondo dell’infanzia, di come i bambini pensano. Non bisogna interagire come se fossero piccoli adulti, caricature di persone che mai diventeranno, bensì come cuccioli che hanno uno spirito ancora libero. 

Diceva Pestalozzi, il grande pedagogo svizzero, che si impara con la testa, il cuore e la mano. Magil ha sempre adoperato queste tre parti dell’essere, convinta che un contenuto splendido richieda una preziosa confezione.

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