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di MATTEO MUZIO *
Il Congresso americano certo non si è distinto per produttività in questo biennio. Nonostante la duplice maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato, i numeri per il partito del presidente Trump sono sempre stati ballerini e instabili, anche perché il presidente non ha esitato a prendere di mira i suoi avversari interni citandoli per nome con lunghi e stucchevoli post sui social.
In queste settimane però, lontano dai riflettori, è sembrato di essere tornati agli anni 60 e alla grande cooperazione bipartisan su una questione spinosissima: il problema della casa, che negli Stati Uniti, soprattutto nei maggiori centri abitati, ha raggiunto livelli assurdi, con picchi a San Francisco dove un affitto può anche toccare la vetta di 3500 dollari mensili per un bilocale.
La legge è stata votata con un’ampia maggioranza ed è stata armoniosamente preparata da incontri frequenti di delegazioni delle due leadership che si sono conclusi con l’approvazione di una legge che istituisce un fondo da 200 miliardi e scioglie diversi nodi burocratici sulla costruzione di nuove abitazioni, finora molto limitate dalle amministrazioni locali, timorose di sfidare comitati di cittadini “Nimby” che temevano l’arrivo di nuovi dirimpettai magari a basso reddito e rumorosi. E il bello che molti di questi contestatori in pantofole si definiscono progressisti.
Ad ogni buon conto, si tratta di un eccellente risultato legislativo che affronta un problema scottante degli americani di classe media. Ebbene, Trump ha deciso di cancellare, all’improvviso, la cerimonia per la firma. Il motivo? Vuole l’approvazione per il Save America Act, un disegno di legge in odore di incostituzionalità che avoca al governo federale il controllo dei processi elettorali e impone ai cittadini la presentazione al seggio di una “prova” di cittadinanza, vale a dire un certificato di nascita difficile da ottenere dal proprio luogo natio in un paese ad altissima mobilità territoriale. Infine, abolisce il voto per posta perché sarebbe “truccato dai democratici” (non si capisce come questi lo farebbero quando sono all’opposizione nel 2020 ma nel 2024, quando erano al governo, avrebbero consentito di vincere a Trump con tale larghezza).
Infine, due misure totalmente scollegate contro le ragazze trans nelle competizioni sportive. Il problema è che al Senato i voti non ci sono: o meglio c’è l’ostruzionismo dei democratici e i repubblicani, a cominciare dal leader John Thune, non ne vogliono sapere di abolire il voto finale a maggioranza qualificata di 60 senatori su 100, ben consapevoli che qualora i dem riuscissero nuovamente a vincere, passerebbero innumerevoli leggi a colpi di maggioranze semplici. Però Trump si sta impuntando in modo irragionevole anche perché la legge sulla casa passerà ugualmente con il Congresso che rimane attivo nei prossimi 10 giorni, senza bisogno della firma.
Poi la ciliegina sulla torta finale: i voti mancanti sono quelli, tra gli altri, di Bill Cassidy della Louisiana e John Cornyn del Texas, due senatori sconfessati da Trump alle recenti primarie per le elezioni di midterm, dove ha preferito sostenere suoi fedelissimi. Solo che costoro non hanno la memoria così corta e non vogliono dare una mano a un presidente che li ha scaricati senza troppi complimenti. Eppure lui, insieme a suoi alleati come il senatore Mike Lee dello Utah, continuano a suonare la grancassa. Ma i voti continuano a non esserci. E il presidente sta cominciando a stufare anche i senatori repubblicani, stufi di gestire questi colpi di testa.
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)