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Giovedì 16 luglio 2026 - Numero 435

Cosa resta dell’immagine di uomo forte di Donald Trump?

L’accordo vago con l’Iran è il coronamento di una serie di fallimenti del presidente, dai file del processo Epstein fino al carovita. Gli imprenditori, finora troppo timidi nei suoi confronti, devono cambiare passo
Donald Trump è il presidente numero 47 nella storia americana
Donald Trump è il presidente numero 47 nella storia americana
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

C’è un’immagine di sé che il presidente americano ha sempre coltivato: quella dell’uomo forte, il leader che, a colpi di azioni brutali ma concrete, si fa strada nella vita. Prima da uomo d’affari, poi da politico. Fino al momento fatale della guerra con l’Iran, iniziata in modo approssimativo a inizio marzo e finita con un accordo per una tregua di 60 giorni, senza dettagli, negoziato dal vicepresidente J.D. Vance. L’unica cosa chiara è che l’Iran ottiene un allentamento delle sanzioni, la riapertura dello Stretto di Hormuz alle proprie condizioni e infine un risarcimento miliardario per i danni di guerra, a condizione che il regime degli Ayatollah rinunci all’arma nucleare. 

L’accordo negoziato dall’amministrazione Obama del 2015, peggiorato. Gli Stati Uniti, come dice il ‘New York Times’ in un editoriale, hanno sia perso la guerra che abbandonato l’alleato israeliano che si ritrova isolato dal punto di vista diplomatico con il premier Benjamin Netanyahu probabilmente a fine corsa in vista delle elezioni di ottobre che dovrebbero riportare al potere la coalizione laica di centro. 

Per il resto, questo accordo che seppellisce l’immagine di uomo forte di Trump dopo un semestre dove è emerso plasticamente il suo completo fallimento: la diffusione dei file del processo Epstein, divenuti un boomerang per l’ecosistema mediatico trumpiano che in passato li agitava contro “l’élite democratica” e ora si trova a far quadrato a difesa del presidente. 

Stessa cosa sul prezzo delle uova, al tempo un argomento forte usato contro l’amministrazione Biden, ora è “scaduto” come una confezione dimenticata in frigo: i prezzi sono superiori rispetto a novembre 2024, così come per la benzina. Infine, la scelta come guida per la Fed nella persona di Kevin Warsh, un noto “falco” monetario, certo non aiuterà la ripresa a colpi di stimoli e di taglio dei tassi. 

Non tutto quello fatto da Trump è cattivo: apprezzabile è il rilancio della cantieristica navale e un piano di sviluppo dettagliato fatto attraverso il Segretario all’Energia Chris Wright, uno dei pochi membri competenti dell’amministrazione e che non avrebbe sfigurato anche in altre amministrazioni. Troppo poco però e troppo tecnico. 

Ai democratici basta molto poco e nonostante i tentativi fatti dalle amministrazioni locali repubblicane di cambiare le carte in tavola ridisegnando i distretti dei deputati per rubacchiare qualche seggio qua e là, i democratici dovrebbero vincere alla Camera. Non solo: potrebbero guadagnare anche la preziosa maggioranza al Senato, che impedirebbe al presidente di nominare nuovi giudici della Corte Suprema e di aumentare ulteriormente la maggioranza conservatrice grazie alla quale riesce a ottenere quasi sempre ragione (eccetto che per i dazi, dove la Costituzione assegna senza ombra di dubbio quel potere al Congresso). Ciliegina sulla torta, nemmeno il suo endorsement, che in questa stagione è stata la pallottola d’argento per far vincere le primarie a qualsiasi candidato repubblicano, stavolta ha fatto cilecca. 

Il vicegovernatore Burt Jones è stato sconfitto da Rick Jackson, un imprenditore nel campo della sanità privata, che ha speso 100 milioni del suo patrimonio personale nella campagna elettorale. Fermiamoci un attimo. Jackson è indubbiamente un repubblicano, tanto che si è definito “la versione sudista di Trump”. Però non ha abdicato al suo ruolo di politico e di fronte al mancato sostegno del presidente ha fatto valere le sue ragioni anche a colpi di denaro. Vincendo. Un monito potente per quei magnati della Silicon Valley che continuano a strisciare ai piedi del presidente, anche con operazioni commercialmente maldestre (vedi il film Melania, finanziato con 75 milioni di dollari del patrimonio di Jeff Bezos). 

La classe imprenditoriale, visti i fallimenti dell’attuale amministrazione, non deve esitare nel mostrare un po’ di spina dorsale. E agire sul modello di Rick Jackson, repubblicano della Georgia, che ha mostrato molto più coraggio di chi, fino al giorno prima dell’inaugurazione di Trump, difendeva le politiche woke anche a livello aziendale per evitare di finire nel mirino dell’amministrazione di Joe Biden. Altrimenti avranno poco da lamentarsi quando un socialista ben più radicale di Bernie Sanders finirà alla Casa Bianca.

Ancora una volta, devono essere i capitalisti a salvare l’indipendenza del capitalismo.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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