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di MATTEO MUZIO *
Dopo tanti mesi di commenti spesso basati su retroscena e aria fritta, i commentatori politici americani nella stagione delle primarie hanno almeno qualche dato concreto su cui ragionare. Il 2 giugno è stata la volta di California e Iowa, due territori estremamente diversi.
Se il primo è lo stato più popoloso, ricco e al centro dell’immaginario globale ormai da decenni, l’Iowa è noto soprattutto per essere lo stato che apre la stagione delle primarie presidenziali repubblicane e per avere il mais e l’allevamento di maiali al centro della propria economia. Non povero, ma nemmeno una destinazione per ingegni ambiziosi.
Ebbene, i risultati delle primarie lasciano ben sperare in entrambi i casi. Il cosiddetto “modello Mamdani”, fatto di socialismo instagrammabile e di ammiccamenti alla causa palestinese, non sembra essere in grado di uscire dalle aree urbane e dai seggi blindati. Sì, anche in California, dove il fotogenicissimo governatore uscente Gavin Newsom, ormai da tempo con la testa alle presidenziali del 2028, non può ricandidarsi a un terzo mandato. E la legge californiana ha un modo molto particolare di fare le primarie, la cosiddetta “giungla”.
I candidati vanno tutti in un’unica lista, senza distinzione tra repubblicani, democratici, indipendenti ed esponenti di partiti minori. In genere prevalgono i preferiti delle due formazioni maggiori, ma non è detto: è già capitato che fossero due dem a sfidarsi.
La strategia repubblicana qui puntava sulla divisione del campo dem, nel caos dopo il ritiro del deputato Eric Swalwell, nella bufera per una serie di accuse circostanziate di molestie e abusi sessuali. Qualora fossero risultati i primi due il magnate alberghiero d’origine britannica Steve Hilton e lo sceriffo di estrema destra Chad Bianco, il prossimo governatore del Golden State sarebbe stato del partito di Trump, che laggiù sul Pacifico ha livelli di impopolarità a livello della peste bubbonica. Il piano è fallito anche per l’improvvido endorsement del presidente a Hilton, che ha concentrato il sostegno dei militanti su di lui. E i dem invece? Per un periodo sembrava che l’ex deputata Katie Porter, nota per le idee radicali e il carattere fumantino, ce la potesse fare. Poi alla fine è prevalso il quieto e rassicurante Xavier Becerra, già segretario alla salute dell’amministrazione Biden, perché in un momento storico come questo serve un timoniere saldo, magari senza guizzi ma anche senza sorprese, che sappia risolvere i problemi abitativi e di criminalità che affliggono uno Stato a cui altrimenti non mancherebbe nulla per essere una sorta di Paradiso.
In Iowa per il Senato invece c’era un candidato come Josh Turek, ex atleta paralimpico scelto personalmente dal leader dem Chuck Schumer, da tempo nel mirino della sinistra per la sua posizione in favore di Israele. Il suo sfidante Zach Wahls, sponsorizzato dal mondo progressista, avrebbe vinto con ben poche possibilità di strappare ai repubblicani un seggio prezioso. Non importa, ciò che conta è il famigerato “dare un segnale”. E invece Turek l’ha spuntata per una difficile sfida per la quale era il candidato più attrezzato, pragmatico senza fronzoli. Questi sono dati da cui si può trarre un minimo comun denominatore: per i militanti dem è finita l’epoca degli sterili estremismi e delle posture woke e dei candidati “simbolo” che vengono massacrati dagli avversari trumpiani.
Questo sì un segnale preoccupante per la coalizione di governo trumpiana, che rischia di perdere uno stato bianco e rurale come l’Iowa che smonterebbe la falsa e pigra narrazione di Trump quale presidente dell’America “dimenticata”.
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)