di GIORGIO ‘GETTO’ VIARENGO *
Un paio di settimane fa abbiamo avviato su ‘Piazza Levante’ (leggi qui) una riflessione sul tema del paesaggio e del suo valore storico e culturale. Successivamente Renata Allegri ha presentato in Società Economica una sua ricerca, di cui ha dialogato con Osvaldo Garbarino, focalizzata sulla Valle dei Berissi e sui suoi mulini. Si tratta di un ambito territoriale che scende dal Monte Rocchette, in cui antichi manufatti finalizzati alla pratica della molitura raccolgono e sfruttano le acque del bacino imbrifero del Rio Fravega e del suo affluente Rio Berissi.
Nelle pubblicazioni del Comizio Agrario del Circondario di Chiavari troviamo conferma che Lavagna produceva una quantità elevata d’olive, frumento, e prodotti agricoli che venivano trasformati in questi impianti. Questa ricerca ha inoltre confermato che il territorio chiavarese può vantare una documentazione storica di immenso valore, con carte e manoscritti che permettono una puntuale ricostruzione dell’evoluzione del paesaggio sin dal feudalesimo.
Nel XII secolo l’autorità del Comune di Genova pianifica la realizzazione delle opere che destineranno ad un importante ruolo la nostra città. La realizzazione del presidio politico e militare del territorio, con il castrum, il centro fortificato, l’oppidum, e l’aggregato comunitario, o burgus, confermano Chiavari come titolare di una centralità che si consoliderà nel tempo. Le documentazioni più antiche ci informano sulla costruzione di un paesaggio articolato: la specializzazione degli orti in pianura, la realizzazione dei terrazzamenti collinari, sino ai pascoli nelle dorsali appenniniche.
Queste specificità permisero di realizzare una fiorente economia agraria, con produzioni che superavano il fabbisogno locale. Per avere un quadro di riferimento preciso possiamo citare i dati del Comizio Agrario di Chiavari, l’istituzione preposta al governo e all’ammodernamento dell’agricoltura; nel 1878 venne pubblicato un censimento delle produzioni del territorio. Chiavari primeggiava per gli agrumi, con 3.300 quintali, per l’olio d’oliva, con 2.900 ettolitri; e per il vino, con 8.000 ettolitri; il censimento dei frantoi vedeva il Circondario di Chiavari secondo solamente ad Imperia.
Questi risultati erano possibili grazie ad un’accurata gestione del territorio, alla disponibilità di acqua e ad una cultura contadina di grande livello. Purtroppo, la rilettura di questi dati e l’esplorazione odierna del territorio non permettono più il rilevamento di molte tracce. In particolare sono stati completamente cancellati gli orti ed i loro impianti, oggi interamente occupati dall’espansione urbana. La collina, per motivi diversi, è ancora ben leggibile, anche se non fornisce più produzioni e realizzazioni agricole consistenti.
Questo straordinario patrimonio è stato più volte considerato strategico per la tenuta di un alto livello di qualità urbanistica della città. Nelle linee guida delle istituzioni sovra territoriali si è più volte affermata la necessità di preservare questo paesaggio. La Regione e diverse relazioni comunitarie ribadiscono la valorizzazione del patrimonio collinare come elemento determinante del valore del nostro territorio. La Provincia ha più volte considerato strumenti di tutela e valorizzazione per impedire l’urbanizzazione dei terrazzamenti con specifici provvedimenti. Le Amministrazioni cittadine hanno garantito una particolare attenzione a diversi ambiti che si sono preservati, garantendo un patrimonio naturale immediatamente legato alla qualità urbana di Chiavari e del Tigullio. Spesso si discute di interventi edilizi nell’ambito collinare, un territorio di grande pregio, con terrazzamenti e particolarità paesaggistiche d’immenso valore: la tenuta di questo paraggio deve essere un progetto di tutte le amministrazioni dell’intero territorio.
Non si deve cadere nel tranello dell’abbandono della terra, dei rovi che riconquistano i loro spazi, ma comprendere che la valorizzazione di una collina destinata ad uliveto deve avere la meglio sulla trasformazione ad insediamento edilizio diffuso.
Il ripristino e la valorizzazione nello stato d’abbandono sono dormienti, ma sopravvivono nella loro totale destinazione se recuperati, in particolare prevenendo il degrado idrogeologico e i danni conseguenti.
Mi permetto di proporre la rimessa a produzione di diversi terreni, con risultati che chiunque potrà riscontrare. Il concetto di qualità urbana, non sempre perseguito o conseguito negli anni, è un elemento indispensabile per il nostro futuro. L’impianto collinare nei nostri dintorni è patrimonio indissolubile e non divisibile dalle città.
La storia di Chiavari e del territorio circostante indica le più remote cause dell’urbanizzazione, tuttora leggibili nei diversi centri storici, dove le esigenze degli uomini nella realizzazione della comunità non hanno solamente edificato “case”, ma anche “paesaggio”, di cui le colline sono aspetto caratterizzante e determinante.
Sciupare e cambiare la destinazione di questo patrimonio, o modificarne lo stato comprometterebbero in modo definitivo l’immagine dell’intero territorio, con la conseguenza di un abbassamento della qualità della vita dell’intera comunità. Il futuro dovrà transitare su nuovi progetti di valorizzazione tra aree urbanizzate e spazi dell’attività agricola storica, non monumenti, ma valori culturali da tramandare e conservare, in un’economia che sappia ridare valore alla nostra storia.
(* storico e studioso delle tradizioni locali)