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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

Il livello di corruzione dell’amministrazione Trump non ha precedenti. Sul serio

Anche se la storia degli Stati Uniti è punteggiata di episodi di malaffare politico, in nessun caso ci si era avvicinati all’allucinante livello attuale
Donald Trump ha vinto con ampio margine le elezioni americane
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

Quando ci si approccia alla storia degli Stati Uniti, sorprende quasi subito quanto l’aura di “città scintillante sulla collina” ben poco si addica alle vicenda politica della repubblica americana. Non soltanto per i toni del dibattito, decisamente sopra le righe sin dal principio: alle prime elezioni dopo la presidenza di George Washington, nel 1800, i sostenitori dei due contendenti John Adams e Thomas Jefferson (all’epoca era ritenuto sconveniente fare campagna elettorale di persona) lanciavano accuse infamanti al portabandiera del campo avversario. Se Adams veniva dipinto come un segreto aristocratico in combutta con gli inglesi per restaurare la monarchia, Jefferson veniva dipinto come un giacobino ateo assetato di sangue che aveva rapporti sessuali con una schiava. E per quanto sembrasse iperbolica, quest’ultima accusa era fondata.

Ma è la corruzione che spesso salta all’occhio in varie fasi storiche: prima della guerra civile, i giornali del Nord parlavano con preoccupazione della piovra corruttiva dello “slave power”, un coacervo composto da politici, giudici e imprenditori che facevano gli interessi dei piantatori del Sud anche con mezzi illeciti. Lo spoil system inaugurato dal democratico Andrew Jackson poi, faceva il resto: la corruzione era pratica comune di governo.

Lo si è visto nel film Lincoln del 2012, diretto da Steven Spielberg e basato sulla biografia politica del primo presidente repubblicano scritta dalla storica Doris Kearns Goodwin: per convincere alcuni deputati riluttanti a sostenere l’emendamento costituzionale per abolire la schiavitù, si offrivano loro prebende come la direzione di uffici postali o altri incarichi pubblici di tutto riposo. Una pratica che, a lungo andare, sarebbe diventata un problema serissimo, con una di queste ambigue figure politiche che sarebbe ascesa prima alla vicepresidenza e poi alla Casa Bianca: stiamo parlando di Chester Arthur, ex capo della dogana del porto di New York, forse il più ambito (e redditizio) incarico pubblico degli anni ’80 dell’Ottocento.

L’omicidio del presidente James Garfield, suo immediato predecessore, nel corso dell’estate del 1881 da parte di un militante che chiedeva con insistenza l’assegnazione di un incarico diplomatico a Parigi, spinse lo stesso Arthur a spingere per l’introduzione di un sistema meritocratico di assegnazione dei posti pubblici. Ciò non fece smettere la corruzione, ovviamente: a livello locale le grandi organizzazione politiche come Tammany Hall a New York continuarono a usare a mani basse il clientelismo come forma di governo. E anche lo stesso governo federale spesso ci finì dentro ugualmente: nel 1923 l’amministrazione del repubblicano Warren Harding venne colpita dallo scandalo del Teapot Dome: in un’area riservata per la Marina Usa, il segretario al demanio Albert Fall assegnò dei lotti petroliferi a compagnie private senza gara pubblica. Uno scandalo che per anno fu considerato il maggiore sin dai tempi del Watergate e nel quale era coinvolto anche il procuratore generale Harry Daugherty.

Ma anche il Watergate, sul quale ora è inutile aggiungere parole per quanto se n’è parlato (sia detto per inciso, il presidente Richard Nixon non va ricordato solo per questo, ma per alcune interessanti idee da statista, in Patria come all’estero) non si avvicina minimamente a ciò che accade quotidianamente all’interno dell’amministrazione Trump, dove l’insider trading è all’ordine del giorno (più di una volta i membri della famiglia presidenziale e dello stesso governo fanno acquisti sospetti pochi minuti prima di annunci importanti) e dove soprattutto il dipartimento di giustizia è stato trasformato in una sorta di ufficio legale del presidente: non solo ha appena ricevuto un patteggiamento da dieci miliardi di dollari in soldi dei contribuenti con tanto di condono tombale su di lui e i suoi familiari, ma ha anche creato un fondo da un miliardo e ottocento milioni per risarcire le vittime della “malagiustizia” negli anni di Biden.

A chi si riferisce? Presto detto: agli insurrezionisti del 6 gennaio 2021, da lui coccolati con un’amnistia quasi immediata pochi giorni dopo l’inaugurazione nel gennaio del 2025. Viene difficile non condividere l’editoriale del 20 maggio del New York Times che alla luce di questi due allucinanti episodi definisce la presente amministrazione Trump la più corrotta di sempre. Da parte nostra, di cittadini e di osservatori, c’è la necessità di votare di conseguenza, non lasciando ai tribunali il giudizio politico, ma esercitare in prima persona un potere ancora molto forte, quello del voto (sì, la riflessione può valere anche per l’Italia e prescinde dalle valutazioni politiche di ognuno). Viene a mente una citazione di uno dei presidenti citati all’inizio, Thomas Jefferson, che in una lettera inviata il 6 gennaio (!) 1816 affermava: “non può esistere e non ci sarà mai un popolo sia ignorante che libero”. Negli Stati Uniti, questo monito sembra drammaticamente dimenticato.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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