di ANTONIO GOZZI
In occasione del conferimento del premio Carlo Magno ad Aquisgrana, Mario Draghi per la quinta o sesta volta dopo la presentazione ufficiale del suo rapporto sulla competitività alla Commissione Europea avvenuta nel settembre del 2024, è tornato a parlare all’Europa delle tremende sfide che le stanno davanti.
L’analisi è stata lucida e cruda come al solito. I vari shock che si sono susseguiti dal 2020 ad oggi, fino ad arrivare alla vicenda dei dazi e poi alla nuova guerra in medio oriente, hanno sempre più aumentato il divario competitivo dell’Europa con gli USA e la Cina, e hanno ulteriormente drammatizzato la dimensione degli investimenti necessari per tenere il passo delle altre economie più forti della nostra. Quella che era stimata in circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva per compensare il gap competitivo dell’Europa con gli impegni assunti negli ultimi anni sulla difesa è salita, secondo Draghi, a quasi 1200 miliardi di euro l’anno. Una spesa enorme che neppure lui dice come può essere finanziata.
Inoltre, Draghi ha evocato il rischio che, per la prima volta, gli europei siano davvero soli. “Soli insieme”, ha detto.
Pur collocandosi ancora – a mio giudizio giustamente – in una prospettiva atlantica e ribadendo che non possiamo fare a meno del rapporto con gli USA, soprattutto per le tecnologie di punta, Draghi afferma che: “… per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilità che gli Stati Uniti d’America non garantiscano più la nostra sicurezza alle condizioni che avevamo dato per scontate”.
Ma la Cina, dice l’ex premier, non offre un ancoraggio alternativo perché “sta generando un surplus industriale su una scala che il mondo non può assorbire senza svuotare la nostra stessa base produttiva e sostiene il nostro avversario, la Russia”.
E anzi, proprio pensando alla Cina e a quanto il Green Deal europeo l’abbia favorita, Draghi afferma che in una situazione come quella attuale ogni dipendenza strategica deve essere riesaminata.
Le debolezze e le vulnerabilità europee che ancora una volta vengono elencate sono quelle note: regole di mercato troppo strette che hanno impedito la crescita di campioni industriali europei capaci di reggere la competizione globale, un modello economico troppo basato sulla domanda estera a discapito della domanda e della crescita interne, dipendenze strategiche di vario tipo dagli Usa e dalla Cina: gas, tecnologie verdi, IA.
Draghi segnala che in un contesto simile, nel quale si era delegato al mercato il compito di garantire la crescita, ma il mercato ha fallito, si torna a parlare di politiche industriali e di protezioni. Secondo lui la cosa è comprensibile ma politiche e protezioni senza una forte crescita della domanda interna non saranno sufficienti. Anzi vi è il forte rischio che politiche di aiuti di Stato concesse agli stati membri favoriscano nuovi squilibri e asimmetrie tra Paesi con disponibilità di bilancio e Paesi che queste disponibilità non hanno.
Due cose mi colpiscono dell’ennesimo richiamo di Draghi agli europei.
La prima è la totale assenza di reazioni da parte della politica europea. Nessun leader nazionale ha commentato i richiami dell’ex governatore della BCE, né tanto meno vi sono stati commenti da parte comunitaria. A ormai due anni data dalla presentazione del suo rapporto sulla competitività praticamente nessuna delle ricette indicate nel rapporto è stata seguita e quindi, probabilmente, i discorsi di Draghi danno fastidio e imbarazzo perché ricordano alla Commissione, e più in generale alla classe politica europea di governo, il non fatto. Una solitudine totale e un silenzio assordante che deve fare riflettere.
La seconda cosa che mi colpisce è ciò che Draghi non dice.
Forse a causa della sua storia e della sua cultura, pienamente inserite nella vicenda europea, Draghi mette solo di sfuggita il dito nelle piaghe aperte rispetto alle quali occorre trovare cure; cure che devono essere basate su una nuova visione che riconosca la realtà ed esca dal mainstream e dalla retorica europeista che sono stati, in definitiva, uno dei principali ostacoli al cambiamento. La forza e la radicalità contenute nel rapporto Draghi sulla competitività si sono un po’ affievolite nel tempo, anche nelle sue uscite più recenti; ciò forse a causa della frustrazione derivante dal non essere ascoltato, o forse perché lo stesso Draghi si rende conto che riformare ciò che l’Unione Europea è oggi è una mission impossible.
Il nodo evidentemente è la concezione di quale Europa si vuole per il futuro, cosa fare subito per interrompere la spirale di declino demografico, tecnologico, produttivo e sociale in atto, e in definitiva per salvare il concetto stesso di Europa. Il problema è che viviamo in un continente che ha smesso di condividere tra gli Stati membri l’idea di un futuro comune.
Se riusciamo ad uscire dalla utopia degli “Stati Uniti d’Europa” (qualcuno chiama l’Europa Eutopia) e guardiamo con realismo a ciò che avviene vediamo la drammatica divaricazione di interessi all’interno dell’Unione, nonostante il caos geopolitico mondiale e le urgenze che incombono.
Non si tratta solo di egoismi nazionali ma di interessi legittimi che sono in contrapposizione.
Gli Stati del Nord, così detti frugali, sono soprattutto preoccupati di difendere la disciplina fiscale, il mercantilismo integralista per cui l’industria non serve, un modello di immigrazione incontrollato e super problematico (vedi Svezia), una visione estremistica del green deal; gli Stati mediterranei difendono la coesione e guardano al Mediterraneo e alla sua sponda sud come un’occasione da non perdere che ai continentali interessa poco; gli Stati dell’Est e i baltici guardano soprattutto alla sicurezza e alla difesa dal neo-imperialismo russo; la Germania, in difficoltà per aver perso il modello di business che l’ha resa egemone dalla nascita dell’euro in poi, sembra ripiegata su se stessa e tutta concentrata sugli interessi nazionali, sul proprio bilancio e sul progetto nazionale di riarmo; la Francia non abbandona la sua ambizione geopolitica anche se si trova in una crisi economica e di deficit mai conosciuta prima.
E ancora, vi è una profonda differenza di visione tra gli Stati europei sul tema della Cina e sulla postura da assumere per difendere la nostra manifattura dall’invasione di prodotti del ‘celeste impero’.
In questa situazione, o nonostante questa situazione, l’Unione Europea, dominata dalla sua tecnocrazia guardiana, ambisce a configurarsi come un super-Stato e continua a parlare il linguaggio dei regolamenti e delle procedure senza rendersi conto che questa attitudine sta portando l’Europa a perdersi in un labirinto di norme che penalizzano le imprese industriali e il business creando tremendi cortocircuiti che la faranno diventare l’agnello sacrificale di un mondo globale e multipolare.
L’esempio dell’energia è clamoroso. Nonostante studi, analisi, appelli non si riesce, per gli egoismi nazionali, a creare un mercato comune dell’energia e così l’Europa è l’area del mondo dove l’energia è più cara per le imprese. Nonostante ciò si fa gravare sul costo dell’energia il peso dell’ETS che vale almeno 25 euro a MWh e questa è senza dubbio una vera e propria tassa carbonica imposta dalla Unione. La stessa Unione che però poi non dà flessibilità di bilancio ai singoli Stati per mitigare la grave crisi energetica che viviamo in questo momento. L’unico strumento consentito sono gli aiuti di Stato che, come detto, sono asimmetrici e privilegiano solo alcuni Paesi penalizzando gli altri.
Se vogliamo salvare l’Europa e le sue realizzazioni più importanti bisogna smettere di predicare cose impossibili e guardare la realtà per ripartire di lì.
L’Europa non è un super Stato e mai lo sarà. La profonda diversità di interessi tra Stati, la mancanza di un bilancio adeguato e il rifiuto da parte della Germania e dei paesi “frugali” che sono nella sua sfera di influenza di fare debito comune, neppure nel caso si debbano finanziare grandi progetti infrastrutturali, sta lì a dimostralo.
L’Europa si definisce Unione Europea e quindi è più simile a una confederazione di Stati sovrani e indipendenti che decidono di volta in volta di quali prerogative nazionali devono spogliarsi. Pensare di cancellare sostanzialmente la Statualità in un Unione di 27 Paesi con storia, lingua, cultura e interessi diversi è oltre che impossibile una bestialità.
D’altro canto la cancellazione degli Stati nazione europei non è mai stata nel disegno originario dei padri fondatori. Anzi la Comunità Economica Europea fu concepita come uno strumento degli Stati membri per provare a fare politiche industriali comuni (vedi la CECA, Comunità del Carbone e dell’Acciaio), per abbattere le barriere doganali cercando di creare un mercato comune, fino ad arrivare a una moneta unica. La Commissione fu pensata come l’esecutore delle politiche decise dagli accordi tra Stati.
Tra diversi infatti l’unica strada è quella della negoziazione e del confronto continuo, impegnativo, faticoso ma utile a individuare, di volta in volta, punti di equilibrio e intese possibili. Draghi, in altre sedi, ha definito questo metodo “cooperazione rafforzata”.
Altro che abolizione dell’unanimità. Il principio dell’unanimità fu pensato proprio per garantire i singoli Stati dalle forzature di altri Stati o di coalizioni di Stati. Chi può garantire oggi che l’egemonia della Germania e degli altri Stati sotto la sua influenza non si imponga sempre e sostanzialmente nelle politiche europee a scapito ad es. degli Stati mediterranei come successe nel caso della Grecia?
L’Italia è uno degli Stati fondatori dell’Unione e che mantenga il suo diritto di veto è cosa buona e giusta. Il nostro Paese tra l’altro, per storia, economia e posizione geografica ha un enorme ruolo da giocare con gli altri Paesi mediterranei dentro e fuori l’Unione ed è giusto che lo faccia con tutta la forza necessaria.
Oggi sono altri i temi da affrontare.
Oggi il problema principale è comprendere che l’Europa non deve fare di più ma se mai deve fare di meno, semplificando, deregolamentando e concentrando l’azione dell’Unione esclusivamente sullacose essenziali: difesa comune, mercato unico e moneta unica, tecnologia e grandi reti infrastrutturali.
Bisogna ritornare ad avere una visione positiva del futuro, trovando i modi per riportare il nostro continente ad essere un’area area attrattiva e business friendly, dove i giovani vogliono stare, dove si possano immaginare grandi progetti per il futuro che non siano solo fatti di regole, impedimenti e compliance.
Ritorno al tema dell’energia: essendo ormai acclarata l’impossibilità o la non volontà di avere un prezzo unico europeo dell’energia si dovrebbe tornare indietro sulle modalità con cui gli Stati membri possono combattere contro il cambiamento climatico. Ogni Stato, sulla base delle sue specificità, dovrebbe poter scegliere come ottemperare a questo impegno. Si insiste invece su un ETS praticamente intoccabile difeso da una maggioranza di Paesi come la panacea di tutti i mali, quando però c’è un altro gruppo di Paesi, tra cui due grandi Stati industriali come l’Italia e la Polonia, che lo vorrebbe sostanzialmente cambiare.
Se non si riconoscono le specificità energetiche dei diversi paesi europei anche l’ETS diventa uno strumento che amplifica le differenze e crea nuove asimmetrie andando contro il mercato unico.
Draghi ci aveva convinto con il suo rapporto sulla competitività per la “radicalità”, così lui l’aveva chiamata, delle critiche e delle proposte di cambiamento. È di questa radicalità c’è bisogno oggi più che mai perché a due anni dalla presentazione di quel rapporto, al di là di parole e dichiarazioni di principio, nulla è avvenuto e il declino inesorabilmente continua.