Glocal… no social
Settimanale di attualità, economia e sport

Ultima edizione

Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

La storia del Trump Phone inesistente: quando nemmeno i sostenitori vengono rispettati

Un’iniziativa di marketing politico che somiglia molto a una truffa strutturata, senza alcun contegno istituzionale, che verrà semplicemente dimenticata nel mare magnum degli scandali
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump
Condividi su

Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

C’è una categoria che Trump disprezza molto più dei democratici, dei messicani, dei musulmani e di uno qualsiasi dei gruppi etnico-religiosi che bersaglia con strali sulle sue pagine social. Stiamo parlando dei suoi elettori. Un paio di mesi fa, durante un comizio, lo aveva detto in modo insolitamente aperto, dicendo che “amo circondarmi di perdenti” perché mi piace “vantarmi dei miei successi”. 

Non solo: perché ama truffare chi crede a lui. Lo ha sempre fatto, almeno sin dai tempi della cosiddetta “Trump University”, una presunta istituzione accademica fondata nel 2005, quando per lui la politica era ancora un miraggio lontano. In realtà era un’organizzazione improvvisata, che non conferiva titoli riconosciuti, ma che era molto aggressiva nelle tattiche di vendita dei corsi, dei seminari di qualche giorno, peraltro non particolarmente utili alla professione di agente immobiliare. 

La struttura ha chiuso qualche anno più tardi e nel 2016, alla vigilia delle primarie, il magazine conservatore ‘National Review’ ha definito questa storia come una “gigantesca truffa”, oggetto di diverse indagini a livello statale e federale che si sono concluse con un patteggiamento da 25 milioni di dollari di risarcimento a novembre 2016. 

Schema che sembra ripetersi con la storia del Trump Phone. Lo scorso giugno il sito personale del presidente, su input dei figli Donald Junior ed Eric, ha lanciato un nuovo prodotto di merchandise politico, uno smartphone chiamato T1, Trump1, laccato in oro che si presumeva prodotto “al 100%” in America dal costo relativamente competitivo di 499 dollari. 

La consegna era prevista ad agosto 2025, bastava versare un piccolo anticipo di cento dollari. A oggi, i 60 milioni di dollari raccolti da Trump Mobile come caparre rischiano di non tornare indietro ai clienti. L’iniziativa è finita rapidamente sotto accusa: non solo molti acquirenti temono di non vedere mai il promesso smartphone T1, ma hanno scoperto che le somme versate non garantiscono in alcun modo la consegna del prodotto. Una clausola che, letta a posteriori, appare come il primo segnale di un’operazione costruita su basi fragili. 

Il governatore democratico della California Gavin Newsom, candidato in pectore alle presidenziali 2028 nelle file dem, ha parlato apertamente di “frode”. La senatrice democratica Elizabeth Warren ha chiesto alla Federal Trade Commission di verificare l’eventuale presenza di pratiche di pubblicità ingannevole in relazione al marchio “Made in the USA”. Nel frattempo, un aggiornamento ai termini di servizio pubblicato ad aprile sul sito ha rimescolato le carte in tavola, dichiarando che la caparra rappresenta soltanto un’“opportunità condizionata” di acquistare il dispositivo, qualora l’azienda decida davvero di metterlo in commercio. 

Una formulazione che sposta l’intero rischio sull’acquirente. Secondo diversi analisti, le condizioni contrattuali eliminano qualsiasi vincolo per l’azienda, limitano la responsabilità per eventuali ritardi e stabiliscono che le caparre non abbiano valore monetario autonomo né possano essere trasferite. Nel frattempo, la data di consegna del T1 è stata rinviata più volte: prima la fine dell’estate 2025, poi novembre, quindi dicembre, infine il primo trimestre di quest’anno. Oggi, la scadenza è stata rimossa del tutto dal sito ufficiale. Le giustificazioni fornite da Trump Mobile oscillano tra ritardi nelle certificazioni e l’impatto della chiusura del governo federale durata 43 giorni. Una motivazione che gli esperti giudicano poco credibile per un’azienda privata di hardware. Intanto, la frustrazione degli acquirenti è esplosa sui social: su TikTok e X circolano video virali in cui gli utenti chiedono spiegazioni direttamente ai figli del presidente.

Il T1, quando è stato lanciato, era stato presentato come l’alternativa patriottica ai telefoni di Apple e Samsung, con un’enfasi marcata sulla produzione americana. Ma la dicitura “Made in the USA” è stata presto sostituita da formule più vaghe, come “creato con valori americani”, fino alla conferma che la produzione sarebbe avvenuta all’estero. Un cambio di rotta che ha alimentato ulteriori dubbi sulla trasparenza dell’operazione. Gli esperti del settore avevano già espresso scetticismo sulla capacità degli Stati Uniti di produrre smartphone su larga scala. I sospetti sono aumentati quando le immagini promozionali del T1 sono apparse sorprendentemente simili a modelli Samsung già esistenti. Nel frattempo, Trump Mobile ha iniziato a vendere iPhone ricondizionati e dispositivi Samsung rimarchiati come prodotti “americani”, rendendo ancora più opaca la promessa iniziale di un telefono nazionale.

Se questo è il rispetto che ha per i propri sostenitori, possiamo immaginare quello per gli avversari. Una presidenza che ha imboccato una china pericolosa di isolamento dalla realtà.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

Ultimi video

Antonio Gozzi nominato Cavaliere del Lavoro: dall’acciaio alle startup e all’editoria, passando per la Virtus Entella
Il modello Gozzi premiato dal Quirinale. Unico ligure tra i prescelti di quest’anno: "Da Chiavari si può competere con i migliori”
Crisi Amt, emergenza trasporti anche nel Tigullio. Parla Federico Bairo di Usb Trasporti
“Bus fermi e corse soppresse non dipendono dai lavoratori, ma dai ritardi nei pagamenti ai fornitori. Utenti e dipendenti vivono una situazione di stress inaccettabile”

Altri articoli

Piano Sociosanitario Regionale: dopo l’ira dei sindaci, esclusi dal confronto, riparte il dialogo con la Regione Liguria

L’assessore Nicolò: “Nei prossimi giorni li incontreremo”. Natale e Sanna del Pd: “L’unico passo da fare è ritirare questo impianto e ripartire da zero”

Nel nuovo 'disordine mondiale' l'export italiano cresce nonostante tutto. Ma la crisi di Hormuz continua a spaventare

Presentato lo studio condotto da Argo, osservatorio nato dall’esperienza del Forum del Commercio Internazionale e ideato da ARcom Formazione, una scuola di formazione la cui direttrice scientifica è la genovese Sara Armella