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Giovedì 4 giugno 2026 - Numero 429

La chiusura di Wired Italia è uno degli effetti più percepibili di un post-capitalismo trumpizzato

La decisione dell’amministratore delegato dell’editore statunitense Condé Nast rappresenta un modello economico irricevibile, che dimentica il ruolo sociale dell’economia di mercato
L'edizione italiana della rivista Wired è prossima a chiudere i battenti
L'edizione italiana della rivista Wired è prossima a chiudere i battenti
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Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.

di MATTEO MUZIO *

In questa rubrica che il sottoscritto cura dal maggio 2023 c’è sempre stato un protagonista assoluto: Donald Trump, all’inizio da capo dell’opposizione repubblicana all’amministrazione di Joe Biden, con una postura quasi da “presidente in esilio”, poi sul suo ritorno alla Casa Bianca e alla sua caotica seconda presidenza. 

Ci sono cascato anche io, da giornalista, e forse gli ho dato più attenzione di quella che avrebbe meritato. In questo anno e mezzo di governo però, ha lasciato una traccia forse più profonda: quella di aver innescato, insieme al post-liberalismo, una sorta di post-capitalismo. Rimane impressa nella memoria l’immagine di tutti i pesi massimi della Silicon Valley seduti in prima fila alla seconda inaugurazione presidenziale del 20 gennaio 2025, segno forte del loro sostegno a questa nuova presidenza, dalla quale volevano ottenere sostegno in cambio di finanziamento e rimozione di qualsiasi controllo di fact-checking ritenuto “censorio”. 

A causa dell’avvento dell’intelligenza artificiale, questi grandi conglomerati hanno cominciato a licenziare personale a grande velocità. Non tanto per segare rami secchi in perdita, quella sarebbe una ragione giustificabile dal punto di vista del mero business, ma per non arrestare la curva della crescita del profitto. Un modello che in Europa nemmeno il più accanito seguace della teoria liberale classica ha mai pensato di applicare. Qui viene alla mente il passaggio del discorso pronunciato dall’allora cardinale Ratzinger il 23 novembre 1985 alla Pontificia Università Urbaniana di Roma che qui riporto integralmente: “Questo determinismo, nel quale l’uomo, nonostante la sua apparente libertà, in realtà opera esclusivamente secondo le costringenti regole del mercato, è insito anche un altro forse ancor più sconcertante presupposto: che le leggi naturali del mercato, se posso così esprimermi, sono essenzialmente buone e conducono necessariamente al bene, senza dipendere dalla moralità della singola persona. I due presupposti non sono completamente errati, come è dimostrato dai successi dell’economia di mercato, ma neppure applicabili senza limiti, né assolutamente giusti, come appare evidente dai problemi dell’economia mondiale attuale”. 

Una citazione che nascondeva un apprezzamento per il modello di riferimento del futuro Papa, quello del capitalismo renano tedesco con venature di dottrina sociale della Chiesa e di socialismo democratico. Dove l’imprenditore, conscio del suo ruolo di creatore di ricchezza, nello stesso modo era un membro consapevole della comunità e attraverso l’offerta di lavoro salariato al giusto prezzo ne favoriva il benessere. E in ultima analisi faceva sì che la democrazia rimanesse sana e forte. 

Eppure, anche in Europa, questo modo di fare è arrivato: il 16 aprile scorso il ceo del gruppo editoriale statunitense Condé Nast Roger Lynch ha pubblicato un memo sul sito dell’editore annunciando cambiamenti. In una parola: tagli. E uno di questi, draconiano, riguardava l’edizione italiana di uno dei loro iconici magazine, Wired. Pubblicata sin dal 2009, nel 2015 aveva subito un primo taglio che ne aveva modificato la periodicità in edicola, da mensile a trimestrale, puntando tutto il modello dei ricavi su eventi dal vivo e contenuti brandizzati. Un modello sostenibile e i dati economici, secondo alcune fonti dell’azienda, non erano nemmeno cattivi. Troppo poco per un ceo che voleva cattivarsi gli azionisti con un piano di tagli che attraversa le nazioni, dal Messico alla Spagna passando dal Regno Unito. Ci vanno di mezzo, in forma diretta, il direttore, tre giornalisti interni e altri quattro dipendenti in varie mansioni. Più un vasto numero di collaboratori che, per trasparenza, comprendono anche una persona molto vicina a chi scrive. Una decisione calata dall’alto, senza avvisi preliminari alla redazione (se non un risibile anticipo di 15 minuti) e senza una dettagliata giustificazione economica per una pubblicazione che, stando a ciò che afferma lo stesso Lynch, pesa pochissimo sui bilanci del gruppo editoriale, che da qualche anno fa anche a meno di un consiglio d’amministrazione italiano. La chiusura non sarà immediata, ma ormai la strada appare tracciata, senza che le ragioni precise di una tale scelta siano note. 

In ultima analisi, questo modello di post-capitalismo distruttivo va respinto, perché non è per nulla legato a sane logiche di mercato, checché ne dica un’infinità di commentatori social dal caldo dei loro posti statali. Come affermava il titolo di un interessante saggio del 2004 che aveva tra i suoi autori l’economista d’orientamento liberale Luigi Zingales, bisogna salvare il capitalismo dai capitalisti. Almeno da alcuni di questi.

(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)

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