Prosegue il nostro rapporto di collaborazione con la piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’, fondata e guidata dal giornalista Matteo Muzio. Il portale di ‘Jefferson’, con tutti i suoi articoli e le varie sezioni, è visitabile all’indirizzo https://www.letteretj.it, da dove ci si può anche iscrivere alla newsletter.
di MATTEO MUZIO *
La stampa italiana, andando al di là delle singole personalità con eccellenti capacità analitiche che vanno al di là delle appartenenze politico-partitiche, è un corpaccione spesso pigro, attento soltanto alla possibilità di fare velocemente clic, contatti e reazioni che portino traffico ai loro siti Internet, spesso con mezzucci inqualificabili.
Nel parlare di argomenti sacri poi, si superano. In quel caso però, c’è una grande sensibilità alle frasi ad effetto dette da esponenti carismatici. Ecco, quindi si spiegano i mille occhi di riguardo per Papi come Giovanni Paolo II e Francesco. I “Se sbaglierò, mi corigerete” di Wojtyla e i “buonasera” di Bergoglio hanno attirato subito editoriali di elogio di chi, sin dal 1846, cerca il Pontefice “liberale”. Fallendo ogni volta.
Chi non si ritaglia uno spazio in questo senso, viene massacrato con caricature assolutamente non rispondenti al vero: ecco spiegato il killeraggio mediatico che ha dovuto subire Papa Benedetto XVI, anche nella sua precedente vita da cardinale e da teologo. Sta succedendo qualcosa di simile anche per l’attuale vicario di Cristo Leone XIV, che a differenza di Ratzinger non aveva un corpus di opere vasto da cui pescare per far partire colpi in modo brutale. In questo caso, poi, gli attacchi al Pontefice appaiono francamente allucinanti per chi, come lo scrivente, si occupa di cose americane.
Leggendo i giornali d’Oltreoceano, Prevost appare quale indiscutibile argine a un trumpismo debordante, aggressivo e dai tratti pseudo-cristiani sempre più evidenti, tanto che lo stesso Papa ha dovuto ribadire che “Dio non può essere arruolato dalle tenebre”. Anche per questo la rivista dei gesuiti statunitensi non ha certo pesato le parole quando in un suo recente articolo ha dichiarato che “l’amministrazione è in guerra con la Chiesa cattolica”.
Soltanto pochi presuli, tra cui il vescovo Robert Barron della diocesi di Winona-Rochester in Minnesota, sostengono tacitamente questa svolta. Si torna da questo lato dell’Atlantico ed ecco che certi miei colleghi si lanciano in esercizi di surrealismo analitico. Usando come pretesto una visita non perfetta come tempistiche al Principato di Monaco, ecco la caricatura: il Papa è interessato solo “ai ricchi”, dimenticandosi del suo lungo periodo come vescovo di Chiclayo in Perù, e soprattutto lo sarebbe perché “americano” e quindi, ecco la pronta risposta, sarebbe “il cappellano di Trump” mentre Papa Francesco non avrebbe “esitato” a condannare le azioni trumpiane.
Ebbene, sotto il pontificato di Bergoglio il già citato Barron è stato nominato vescovo ausiliare di Los Angeles e poi vescovo dell’oscura sede al confine con il Canada. E non c’è contraddizione tra le prese di posizione dell’allora Pontefice contro il capitalismo e a favore di maggiori politiche sociali: la chiesa è assai plurale. L’unica nomina rilevante finora sul suolo americano però è stata la nomina del nuovo arcivescovo di New York al posto di Timothy Dolan, amico personale di Donald Trump, rimosso in gran fretta dopo il compimento del settantacinquesimo anno di età. Nulla di nuovo quindi, specie perché questi campioni dell’analisi istantanea sottoscrivono la frase degna del beckettiano teatro dell’assurdo: “Sono ateo ma mi manca Papa Francesco”. Capendo poco quindi anche del messaggio del Pontefice argentino che per quanto criticabile è senz’altro legato a una fede autentica e profonda. Ergo leggere la stampa americana aiuta senz’altro a capire la natura assai pretestuosa delle critiche all’attuale Pontefice, oltreché della loro superficialità.
(* fondatore e direttore della piattaforma ‘Jefferson – Lettere sull’America’)