di ALBERTO BRUZZONE
È l’ora degli stracci, nel centrosinistra, e in particolare all’interno del Partito Democratico, dopo l’esito dello scorso referendum sulla giustizia e la vittoria del No. Si festeggia per il traguardo raggiunto, ma non si può non pensare a quanto la campagna referendaria abbia lacerato il partito al suo interno, tra chi si è apertamente schierato per il No e quell’ala riformista che invece ha dichiarato a chiare lettere, e pubblicamente, si sostenere il Sì.
Così, adesso, la tentazione di farla pagare a questi esponenti (molti dei quali sono anche fondatori del Pd) è assai forte. C’è un clima insomma da ‘redde rationem’, mentre si parla di primarie e mentre la segretaria Elly Schlein dice di essere pronta anche a eventuali elezioni anticipate.
Tra le persone maggiormente nel mirino c’è la vicepresidente del Parlamento Europeo, alta esponente del Partito Democratico, Pina Picierno. È lei l’oggetto degli attacchi più intensi, ma non si sottrae alla riflessione: “La partecipazione altissima al referendum è un dato importante e positivo. In un Paese segnato da crisi di rappresentanza e astensionismo, le file ai seggi, la voglia di discutere e di mobilitarsi sono una bellissima pagina di democrazia scritta dai cittadini italiani. Ha prevalso il No. Un No certamente politico, che riguarda il governo Meloni, ma credo anche gli atteggiamenti tenuti durante questa campagna elettorale, che raramente è entrata nel merito di una riforma attesa da molti anni, e si è scelta invece la strada della polarizzazione”.
Secondo Pina Picierno, “si è passati da un populismo all’altro e, alla fine, ha prevalso la voglia di proteggere, conservare e rifiutare ancora una riforma necessaria. Dal canto mio, sono orgogliosa e per nulla pentita di aver fatto, nel merito, una campagna per una riforma che ho ritenuto giusta e necessaria, una riforma che il Partito Democratico ha più volte auspicato. E sono felice di aver accompagnato un popolo di progressisti e riformisti che si è schierato con passione e coraggio: Augusto Barbera, Stefano Ceccanti, Gian Domenico Caiazza, Claudia Mancina, Umberto Ranieri, Giorgio Tonini, Arturo Parisi, Emilia Rossi, Marco Taradash e tanti altri, che sono stati compagne e compagni di viaggio in un percorso che guarda a un Paese più giusto, non in balia di astratti furori e nemici stagionali”.
Sulle lacerazioni del Pd, la vicepresidente del Parlamento UE osserva: “C’è stato un dibattito, nel corso dell’ultima direzione, abbastanza serrato rispetto alla necessità di avere un partito plurale, che possa essere casa per tutte le culture politiche fondative del Pd. Il Partito Democratico nasce come sintesi di culture politiche diverse, quella popolare, quella liberale, quella ex comunista, naturalmente l’impressione è che ogni tanto le altre culture fondative vengano un po’ schiacciate, annichilite, e questo non va bene, perché non è nello spirito e nell’idea del partito che abbiamo fondato. Il tema non è dove e come si sente Pina Picierno, il tema è cosa è il Pd. Io credo che la domanda vada rivolta a chi in questo momento dirige il Partito Democratico, è la domanda che ho rivolto io stessa alla segretaria nel corso della direzione, e la domanda è molto semplice: il Pd è ancora casa per i liberali, per i democratici, per i riformisti? A questa domanda deve rispondere naturalmente la segretaria”.
E sul referendum aggiunge: “Credo che ci sia stata poca consapevolezza di quanto fosse importante una battaglia liberale per proseguire le riforme in campo giudiziario che al nostro paese servono. Noi discutiamo di più da più di trent’anni di riforma della giustizia e diciamo che è necessario farla, ma che non è il momento giusto. Dopo la riforma Vassalli abbiamo avuto l’introduzione nel nostro ordinamento dell’idea di giusto processo. Bisognava completare questo percorso con la separazione delle carriere. Da trent’anni ci dicono che non è il momento giusto, perché prima c’è Tangentopoli, poi c’è il berlusconismo e la giustizia diventa sempre terreno di scontro ideologico: io penso che bisognerebbe rimettere al centro il merito e augurarci che sia arrivato il momento di discutere di merito e non di rimandare sempre”.
Anche questa occasione, però, non è stata quella giusta, ma “io continuo a sperare – conclude Pina Picierno – in un Paese che non ha paura di fare le riforme che servono, che ha il coraggio di guardare con fermezza le cose che devono cambiare, per dare ai cittadini maggiori garanzie, per dare ai cittadini un giudice davvero terzo, indipendente e che non sia troppo condizionato dalle richieste della pubblica accusa”.