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Giovedì 29 gennaio 2026 - Numero 411

Votare Sì nel referendum è una battaglia per liberarsi dalla subordinazione di un potere anomalo, arbitrario, discrezionale, talvolta persino golpista

L’intervento di Giuliano Cazzola: “I prosseneti del No rifiutano di confrontarsi nel merito, ma insistono nell’evocare cataclismi istituzionali infondati”
Il referendum sulla giustizia fissato per il 22 e 23 marzo prossimi
Il referendum sulla giustizia fissato per il 22 e 23 marzo prossimi
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di GIULIANO CAZZOLA *

Una delle critiche più ‘false e strumentali’ dei sostenitori del No è una speculazione sul futuro. “L’unico scopo della separazione delle carriere – ha dichiarato Nicola Gratteri, il procuratore per antonomasia – è quello di sottoporre i pubblici ministeri al controllo del Ministro di turno, privandoli della loro autonomia’’: il primo passo per sottoporre le procure (e quindi i pm) alle dipendenze del governo e della politica, allo scopo di sottrarre i ‘’colletti bianchi’’ al giudizio per le loro malefatte. 

Pertanto, se fosse ratificata nel referendum confermativo la riforma Nordio non sarebbe in pericolo solo la classica divisione dei poteri, ma la stessa democrazia. Parole inquietanti che vengono ripetute – si veda il caso di Alessandro Barbero, fine dicitore di storia – con una faccia tosta che sgomenta come se a fare lezioni di astronomia fosse un terrapiattista. Nel testo della riforma Nordio non c’è nemmeno di una parola che possa far pensare a un tale disegno. 

“La magistratura costituisce – è scritto nel nuovo testo dell’articolo 104 Cost. – un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente’’. Volendo si potrebbe fare anche una controprova. Negli ordinamenti giudiziari dove è prevista la subordinazione del pm al governo, questa norma è scritta a chiare lettere. 

Si prenda il caso della Francia. L’Ordinanza del 1958 (e successive modifiche) individuava due figure distinte: les magistrats du siège (ovvero la magistratura giudicante di cui all’articolo 4) e les magistrats du parquet (ovvero la magistratura requirente di cui all’articolo 5). I primi, senza il loro consenso, sono inamovibili anche in caso di promozione ad incarico superiore; i secondi sono sottoposti alla direzione e al controllo dei loro superiori gerarchici e alla l’autorità del ministro Guardasigilli (della Giustizia). A loro è riconosciuta solo la libertà di parola in udienza’’.

In sostanza, l’assoggettamento deve essere stabilito da una legge che da noi non esiste, non è in programma e non sarebbe mai approvata. Il resto sono chiacchiere. Anzi, può sembrare paradossale, ma – come hanno sostenuto con argomenti inoppugnabili valenti giuristi come Augusto Barbera Sabino Cassese – la riforma Nordio rafforza l’autonomia e l’indipendenza del pm. Basta leggere l’ultimo comma dell’articolo 107 Cost. (Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario), che affida alla legislazione ordinaria le guarentigie del pm, mentre l’articolo 104, nel nuovo testo le eleva al rango di norme costituzionali per ambedue le carriere della magistratura. 

L’istituzione di due distinti CSM, presieduti entrambi dal presidente della Repubblica, non toglie nulla al principio dell’autogoverno, ma libera la magistratura giudicante dall’influenza di quella requirente sui suoi percorsi di carriera, un’influenza che potrebbe condizionare la libertà del giudice. 

Si prenda nota di quanto ha dichiarato in proposito, l’ex pm ora pregiudicato, Piercamillo Davigo parlando in pubblico: “Oggi il PM è collega del Giudice. Se li separano non è più collega del giudice. Ma sarà sempre collega degli altri pubblici ministeri: e qui sono dolori. Quando un magistrato è imputato o persona offesa, il processo si sposta in un altro distretto, stabilito dalla legge. Ma il PM che non è più collega è collega di quello che sta nell’altro distretto, e alla terza assoluzione secondo lui ingiustificata che porterà a casa chiamerà il suo collega dell’altro distretto e gli dirà: «Ma senti un po’, ma vogliamo vedere se questo giudice è solo cretino, visto che mi assolve tutti gli imputati, o è anche ladro? Diamo un’occhiata ai suoi conti correnti». Ci sono stato 42 anni in magistratura, se fai un accertamento patrimoniale su un giudice quello si terrorizza, muore di spavento il più delle volte’’.

Sono affermazioni che non si fanno per scherzo. I messaggi sono chiari per definire i rapporti tra le due funzioni: se il giudice assolve o è un cretino o un corrotto; al pm non interessa sapere che il suo accusato sia innocente, perché l’assoluzione per lui sarà sempre ingiustificata. E comunque se i giudici temono l’accertamento patrimoniale si vede che hanno qualche cosa da nascondere.

Pur di condannare un innocente il pm potrebbe arrivare persino alla minaccia e al ricatto nei confronti del giudice. Del resto, in uno dei processi che hanno squalificato le procure, quello per la presunta corruzione internazionale Eni-Nigeria concluso con l’assoluzione piena degli imputati, i pm di Milano – ora condannati anche in appello per aver nascosto delle prove che smentivano le loro indagini – avevano messo in discussione l’imparzialità del giudice.

È un caso che dimostra l’inconsistenza della tesi che, con la separazione delle carriere, verrebbe meno la funzione giurisdizionale del pm che si trasformerebbe in un superpoliziotto. 

Ha fatto discutere il metodo del sorteggio per la scelta dei membri dei CSM. Il sorteggio non è una procedura estranea all’Ordinamento giudiziario (viene effettuato per la composizione del Tribunale dei ministri e per la nomina dei giudici popolari in Corte d’Assise) e rappresenta una soluzione estrema per smantellare il potere delle correnti.

Gratteri ha già preconizzato (su quali basi?) che sarà un sorteggio truccato. Tutto ciò premesso perché i prosseneti del No rifiutano di confrontarsi nel merito, ma insistono nell’evocare cataclismi istituzionali infondati? Perché è quanto la magistratura requirente con la complicità della congiura mediatica ha compiuto meticolosamente negli ultimi trent’anni. E quello della diffamazione, dell’antipolitica è il linguaggio con il quale essa si intende con ampi settori dell’opinione pubblica allevati nel veleno dell’invidia sociale e del qualunquismo più becero; quei settori sempre pronti ad indignarsi per una intercettazione piccante ancorché ininfluente sul piano penale, pronta ad assecondare il disegno delle procure di condannare una persona con un avviso di garanzie passando le veline ai manutengoli delle cronache giudiziarie. 

Questa è una grave responsabilità storica perché, per vincere una lotta di potere, la lobby in toga si avvale dell’abbruttimento di vaste aree di opinione pubblica che hanno riposto nella sacralità delle procure l’idea di una giustizia che somiglia alla vendetta primitiva che pretende sacrifici umani alla divinità in toga. 

Un grande penalista, Filippo Sgubbi, in un libretto intitolato ‘Il diritto penale totale. Punire senza legge, senza verità, senza colpa’ (Il Mulino) ha scritto: “Il reato è diventato una colpa per talune categorie sociali: non nel senso tradizionale di uno specifico fatto commesso da una persona e connotato da colpevolezza, bensì come un male insito nell’uomo e nel suo ruolo nella società”. Il reato e la colpa sono uno status che precede la commissione di un fatto. Assomiglia, per gli ‘’impuri’’, al peccato originale. Non si tratta di una colpa generale inerente alla persona umana come tale, ma è legata al ruolo sociale ricoperto o alla tipologia dell’attività che svolge nella vita (in particolare, la politica, ndr). Così talune categorie sociali sono ‘’pure’’ per definizione e prive di colpa. Gli appartenenti ad altre categorie, invece, dovranno dimostrare la loro contingente ed episodica purezza (secondo Davigo, un innocente è solo un colpevole che l’ha scampata, ndr); cioè saranno costretti a provare che in quella circostanza eccezionalmente non gli può essere imputato nulla. Per gli impuri ‘’la salvezza penale è ardua’’ perché devono vincere la presunzione di colpevolezza e superare l’inversione dell’onere della prova. È la casta; e in quanto tale è condannata ad un costante e immanente sospetto di illecito. Si è cominciato e si continua così. Il fatto è che, fino ad ora, questi abusi sono stati sorretti da un sostanziale consenso. Ecco perché votare Si nel referendum è una battaglia per liberarsi dalla subordinazione di un potere anomalo, arbitrario, discrezionale, talvolta persino golpista.

(* sindacalista, dirigente ministeriale, già deputato della Repubblica Italiana)

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